I 5 grandi flop del 2018 a Como

Viadotto dei lavatoi, lido di Villa Olmo, gestione dei migranti, infopoint, cinema e teatri chiusi

lavatoi

Senza voler entrare nel merito della questione paratie, che ha  vissuto un anno di preparazione a quel cantiere che forse vedremo ripartire alla fine del 2019, rimanendo alle questioni più terrene abbiamo provato ad individuare le cinque criticità a nostro giudizio più evidenti del 2018 a Como. Vecchi e nuovi problemi irrisolti che in qualche modo hanno segnato in negativo un 2018 che ha visto la giunta di Palazzo Cernezzi a dir poco disunita su troppe questioni fondamentali per la città. Se ieri abbiamo raccontato con piacere i momenti top del 2018, oggi proviamo, con meno entusiasmo, a stilare una piccola classifica dei flop di un anno in questo senso da dimenticare.

1) Ponte dei lavatoi

Le perizie "segrete" del Trubinale di Como hanno riportato l'allarme sul ponte già sacrificato da mesi ai mezzi pesanti. Servono almeno 2 milioni di euro per sistemarlo ma i tempi della brurocrazia non coincidono con quelli dei tecnici. Qualcuno invoca la chiusura totale, scelta che porterebbe il traffico al collasso, altri sperano in un miracolo. Vista la situazione, qualcuno si sta prendendo respondabilità enormi, soprattutto in considerazione del fatto che l'eventuale cantiere non partirebbe prima dell'agosto del 2019. Un esempio lampante, nonostante Genova qualcosa avrebbe pur dovuto insegnare, di come ci sia incapacità politica di gestire anche l'emergenza. Come minimo vince l'impotenza. 

2) Lido di Villa Olmo

Carte bollate, ricorsi, sentenze. L'ultimo atto a dicembre per turbativa d'asta dopo che il lido era tornato nelle dipsonibilità dei vecchi propietari, che mai si erano rassegnati a un bando che aveva assegnato la gestione alla Sport Management, poi estromessa dalla gara. Sta di fatto che il lido di Villa Olmo per la prima volta dopo decenni ha passato l'estate senza aprire un solo giorno. Ecco un altro esempio clamoroso di come la burocrazia e tutti i nodi che impiccano anche le questioni più semplici possano trasformare un bando in una trappola mortale. 

3) Infopoint

Si dirà che il nuovo infopoint ha contribuito a recuperare il cortile di piazza Gobetti. Ma è una scusa debolissima. Di fatto quell'angolo di Como un po' nascosto e poco appetibile avrebbe potuto tornare luminoso anche con un bar in più. Ma logiche politiche, qui misteriose come non mai, hanno portato ad aprire un nuovo infopoint non certo prestigioso per posizione e architettura e a chiudere quello "vecchio" al Broletto, infopoint che vantava invece una posizione strategica indiscutibile. Sul suo futuro, a parte il momento di vita grazie alla Città dei Balocchi, per ora c'è solo nebbia. In attesa che si diradi, quel che rimane è un ufficetto che certamente non rappresenta al meglio una città che oggi vive anche di turismo. 

4) Gestione Migranti

Pià che risolverli, i problemi sono rimasti in mezzo alla strada. Oppure lasciati nelle mani di altri, come Don Giusto che si è visto persino attaccare dai movimenti di estrema destra, particolarmente attivi nel 2018 a Como. Per il resto, dopo la chiusura del campo profughi, solo muri e silenzi. Tanto ad occuparsi dei problemi sono altri: il Centro Cardinal Ferrari, Como Accoglie e molti volontari anonimi. Una politica seria, neutra ai mal di pancia, non c'è. Si cavalca un'onda di intolleranza continuando ad allontanare il problema almeno dagli occhi. Vedremo se il 2019 porterà segnali diversi, ma l'aria che si respira nel Paese in questo senso non è certo della migliore.

5) Città senza cinema

Il tema lo si potrebbe allargare tranquillamente alla gestione generale della cultura, probabilmente mai così lontana dall'attenzione politica come in questa stagione. E così, mentre il Politeama muore giorno dopo giorno, lasciando sotto le sue macerie un "capitale umano" incalcolabile, anche il cinema Astra ha chiuso i battenti lasciando l'ipotesi della sua riapertura senza risposte. Per trovare un vecchio cinema aperto a Como bisogna andare fino a Camerlata, ma anche il Gloria è a rischio chiusura. Insomma, senza troppi giri di parole, una città incapace di investire in cultura, incapace di avere una visione, è una città senza futuro. 

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