Assalto a un magazzino di Mozzate, arrestati i rapinatori

Avevano sequestrato sei operai e rubato 180 biciclette

L'arrivo dei rapinatori

Il 21 luglio 2017 un commando composto da quattro uomini è entrato in azione a Mozzate: in tre hanno fatto irruzione, armati di pistola, nel capannone della ditta Anelda S.A.S. di via Al Corbè 4, magazzino adibito a deposito merci per conto di una ditta specializzata nel settore della commercializzazione di biciclette professionali, mentre un quarto uomo aspettava all'esterno. L'obiettivo era un camion con un carico di 180 biciclette. Hanno costretto il conducente del mezzo pesante a seguirli, di fatto sequetrandolo e costringendolo a nascondersi nella cabina del camion fino a Milano dove, poi, è stato liberato. Le indagini dei carabinieri della compagnia di Cantù hanno consentito, dopo circa sei mesi, di individuare i presunti rapinatori e di assicurarli alla giustizia. Nella mattinata di mercoledì 10 gennaio 2018 i militari hanno arrestato l'intero commando. 

I fatti

L'episodio risale, come detto, al primo pomeriggio (poco prima delle 14.30) del 21 luglio 2017: tre uomini, pistola in pugno, sono entrati nel capannone di Mozzate. I rapinatori hanno fatto irruzione qualche minuto dopo l’arrivo di un autoarticolato di proprietà di una cooperativa del settore che si occupa di autotrasporti per conto della Gecotras di Cinisello Balsamo, condotto da un autista di nazionalità ucraina.
I malviventi, tutti a volto scoperto, sotto la minaccia delle armi hanno costretto 5 dipendenti della ditta a riunirsi in un angolo del capannone e a sedersi a terra, dopo averli privati dei telefoni cellulari, costantemente tenuti a bada da due dei tre rapinatori.
Uno dei componenti del commando, poi, ha intimato a un operaio di caricare sul tir numerose confezioni contenenti biciclette di marca, assicurandosi che prendesse le più costose: circa 180 biciclette del valore complessivo di 208mila 390 euro.

L'operazione di carico ha richiesto circa una quarantina di minuti. Dopodichè lo stesso rapinatore ha ordinato all'autista ucraino di salire sul camion e di mettersi alla guida del mezzo. Sempre tenendolo sotto tiro con la pistola, il malvivente è salito al posto del passeggero intimando all'autista di mettersi in marcia. 

Una volta partito il camion, gli altri due rapinatori sono rimasti dentro la ditta ancora per circa una decina di minuti tenendo a bada i dipendenti in modo da assicurare al complice che si era impossessato del tir con il prezioso carico di allontanarsi il più possibile dalla zona. Poi anche i due malviventi sono fuggiti. E' a quel punto che gli operai hanno potuto dare l'allarme alle forze dell'ordine. 

L’autista ucraino, invece, è stato costretto a rimanere in balia dei suoi sequestratori sino alle 18.45 circa, quando è stato liberato, insieme al camion (naturalmente svuotato del prezioso carico) nei pressi di Melegnano.

Le indagini

Subito sono scattate le indagini dei carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Cantù, insieme ai colleghi della Stazione di Mozzate. Attività investigativa condotta in modo da non escludere alcuna ipotesi e di acquisire, nel più breve tempo possibile, il maggior numero possibile di indizi utili per ricostruire i fatti e risalire agli autori del colpo.
Il primo passo è stato sentire tutti i dipendenti della ditta e alcuni testimoni. Poi sono stati acquisiti i filmati di numerose telecamere della zona che hanno permesso di tracciare il percorso del camion e ricavare le prime informazioni sul modus operandi e sull'aspetto fisico dei rapinatori.
Ed è proprio dalle immagini che i militari hanno potuto capire che alla rapina aveva partecipato almeno una quarta persona, un uomo che aveva atteso fuori dalla ditta a bordo di un’auto risultata rubata.

Le indagini si sono rivelate molto complesse: il fatto che i tre rapinatori entrati nel capannone avessero agito a volto scoperto ha fatto ritenere agli investigatori che si trattasse di persone non della provincia di Como.

I militari hanno analizzato migliaia di dati rilevati dai tabulati di traffico telefonico dai quali è emerso che gli autori della rapina avevano adottato ogni possibile cautela per sviare le indagini. Non abbastanza, però, da ingannare i carabinieri: grazie al lavoro certosino degli analisti del Nucleo Operativo è stato infatti rilevato un piccolo, ma determinante errore commesso verosimilmente da uno dei rapinatori che, inavvertitamente, aveva lasciato traccia della propria presenza nella zona della rapina.

La svolta

Le indagini hanno dunque imboccato una pista precisa, ma la svolta principale è arrivata dall’esito di un accurato monitoraggio dei fatti criminosi avvenuti in tutta la Lombardia e nelle regioni confinanti per verificare eventuali reati analoghi portati a termine con le stesse modalità. Il sospetto dei carabinieri era infatti che gli autori della rapina appartenessero a una vera e propria organizzazione specializzata nel settore dell’autotrasporto di merci.

E' stato così appurato che il 31 luglio 2017 a Pieve Emanuele, in provincia di Milano, i carabinieri della Stazione di Opera avevano arrestato due pregiudicati, padre e figlio, residenti nel bergamasco, trovati a bordo di un autocarro rapinato poco prima con la tecnica del sequestro dell’autista. Altro dato importante che ha attirato l’attenzione degli investigatori è stato il fatto che il camion trasportava prodotti alimentari appena caricati, guarda caso, in una ditta della provincia di Como.

I carabinieri hanno confrontato le fotografie dei due autori di questa rapina con le immagini degli autori della rapina di Mozzate, riprese dalle telecamere della ditta: si tratterebbe, secondo quanto ricostruito da militari, di Matteo De Giglio, 57 anni, e di suo figlio Marco De Giglio, 29 anni, entrambi abitanti a Terno d'Isola, in provincia di Bergamo.

Un successivo e minuzioso lavoro di “intreccio” dei dati acquisiti dall’analisi del traffico telefonico, supportato da un’intensa attività info – investigativa estesa alle frequentazioni dei due soggetti (con la collaborazione dei Carabinieri della Sezione di polizia giudiziaria di Como), ha  permesso di identificare i loro presunti complici in Gesualdo Cusumano, 63 anni di Filago, in provincia di Bergamo, e Antonio Leprinetti, 46 anni di Milano. Proprio quest’ultimo, secondo le indagini dei carabinieri, era stato colui che aveva lasciato una traccia telefonica sul luogo della rapina.

Gli arresti

All'alba di mercoledì 10 gennaio 2018 i carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Cantù, in collaborazione con i colleghi della Stazione di Mozzate e con la partecipazione, nelle fasi esecutive, di personale della Compagnia di Treviglio (Bergamo), hanno dato esecuzione a Milano e nella provincia di Bergamo a un’ordinanza di applicazione della misura cautelare in carcere emessa dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Como su richiesta dei Pubblici ministeri Daniela Moroni e Pasquale Addesso che hanno coordinato le indagini.  

Il provvedimento restrittivo è stato notificato ai De Giglio presso il carcere di San Vittore a Milano dove si trovavano già detenuti. Leprinetti e Cusumano, sorpresi nelle rispettive abitazioni, sono stati portati in altri carceri della Lombardia. Per tutti i reati contestati sono quelli di rapina aggravata e sequestro di persona in concorso.

Le indagini dei carabinieri continuano per verificare se alla rapina abbiano partecipato altre persone e per comprendere la destinazione della refurtiva che, sin dalle ore immediatamente successive al colpo, potrebbe aver imboccato la via dell’Est Europa.

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