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Disastro paratie: le colpe politiche, i sindaci e l'insostenibile (doppia) morale. Una riflessione

EDITORIALE - Bisognerebbe credere profondamente e convintamente - astraendosi, per un attimo, dalle proprie legittime idee politiche - nell'esistenza di un animo umanamente criminale e delinquenziale nell'allora sindaco Stefano Bruni e nel...

Su questo piano, la prima distinzione di base è fin troppo facile: la cancrena del lungolago ha nella giunta guidata da Stefano Bruni e di cui faceva parte l'assessore che se ne occupava direttamente (muro incluso), Fulvio Caradonna, gli artefici materiali, politici, "economici" e per molti versi anche tecnici, indiscutibili. Pur nell'ambito di un procedimento venuto da lontanissimo - persino prima di loro, ossia dai tempi dello scomparso primo cittadino Alberto Botta - lo snodo cruciale di chi ha fortissimamente voluto squarciare la riva più celebre del mondo ha le radici nei 10 anni di governo tra 2002 e maggio 2012. Di qui, non si scappa. E d'altronde gli stessi protagonisti non sono scappati, spazzati via alle elezioni di quasi 4 anni fa e tuttora indeboliti persino in un così grave momento di difficoltà della giunta attuale tra una Lega Nord che finge (sapendo di fingere) di cadere dal pero e di non c'entrare per nulla col disastro e con una Forza Italia che ondeggia, sbanda e cincischia tra senso di colpa e apocalittiche condanne minate alla base nella loro credibilità.

sopralluogo-paratie-7giu15-4Ma se un punto fermo c'è - e dando per eliminato, almeno da questa nostra interpretazione, l'insostenibile canone della morale per valutare - un altro deve essere messo. Ed è quello che questa giunta, a partire proprio dal sindaco Mario Lucini che dal primo minuto ha assunto su di sé l'onere del cantiere, almeno a oggi non ha spostato di un millimetro il problema e al contrario, stando anche soltanto a quanto affermano Anticorruzione e Procura, sembra averlo aggravato, incrudelito, potenzialmente allungato a dismisura con le scelte prese dal giugno 2012 a lunedì scorso. Tanto che, nei fatti, il commissariamento di questa pratica è già avvenuto: da un lato, da parte della Giustizia, unico vero arbitro di cosa accadrà da ora in poi su quel martoriato e nobilissimo spicchio di città (e forse persino nelle urne); dall'altro, all'interno dello stesso Comune, che vede l'intero apparato dirigenziale competente paralizzato in seguito alle mosse dei magistrati.

palazzo-cernezzi-2A oggi, le prospettive del cantiere sul lungolago sembrano persino più nere rispetto a quando l'esecutivo in carica si insediò a Palazzo Cernezzi e anche in questo caso saranno (salvo scossoni precedenti) gli elettori a dare un giudizio nella loro totale autonomia e ognuno nella propria ricostruzione e valutazione dei fatti da qui a 18 mesi. Ma, per carità - almeno fino a che un Giudice non si sarà espresso - si lasci perdere nel dibattito politico-istituzionale il giudizio morale o l'introspezione nelle anime degli amministratori di ieri e di oggi. Perché come logicamente i comaschi non salvarono per esempio Caradonna nel 2009, a dispetto del suo "vivere" letteralmente e fisicamente sul cantiere di notte e di giorno, oggi è altrettanto vero che l'abnegazione assoluta, sincera, continua, costante, spassionata dell'attuale primo cittadino (ma anche dei suoi dirigenti di fiducia: le estati e le feste trascorse a macinare carte e progetti sono una realtà che possiamo testimoniare direttamente) non può essere scambiata per ciò che conta sul serio, ovvero l'esito negativo prodotto nei fatti, benché parziale. Ciò che ora e in futuro dovrebbe contare è altro, rispetto alle gocce di sudore e all'entusiasmo sincero. Ed è se un giorno torneremo a camminare sul lungolago o no. Brave o brutte persone che si sia, noi per primi. Loro soprattutto.

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