Dalla parete arida della sinistra che narra se stessa, un fiore chiamato Eva Cariboni

EDITORIALE - Qual è il senso della sinistra a Como, oggi, nell'epoca dominata dalla figura, dalle politiche e dagli epigoni (più o meno ben riusciti) di Matteo Renzi? La risposta è semplice: narrare se stessa e il suo mondo, con rari sconfinamenti...

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La verità, forse, va dunque cercata altrove. A cominciare, probabilmente, dalla oggettiva penuria numerica - pur al cospetto di singole personalità eccellenti - a cui è ridotto oggi il campo della sinistra-sinistra, dove i nomi che in un modo o nell'altro tengono la scena sono gli stessi da decenni, magari raggruppati di volta in volta sotto sigle che durano lo spazio di un cavillo, e che certo non compensano perdite dolorosissime sul fronte umano e dell'elaborazione politica come quelle recenti di Ermanno Pizzotti e Vincenzo Sapere. Il tema della statica residualità di un mondo che non sembra essere riuscito a mettere a frutto nemmeno un'esperienza di governo - se non probabilmente per confermare se stesso e una sorta di 4% "naturale" - è probabilmente uno dei primi che dovrebbe mettere a fuoco la comunità in questione in vista dell'appuntamento elettorale 2017. Perché è vero che di quel mondo di testimonianza non si colgono segni addirittura di estinzione imminente, ma il nodo della stagnazione di pensiero e crescita numerica rischia di non avere poi effetti pratici molto diversi dal non esserci.

eva-cariboniE pensare che - anche se forse qualcuno non se n'è accorto o finge di non volerlo fare - un fiore, su quella parete storica ma arida, in questi 4 anni è spuntato. Si chiama Eva Cariboni. Che forse - anzi, certamente - con la cosidetta "sinistra-sinistra" c'entra poco. Ma a una sinistra moderna, coraggiosa, calata nella realtà di oggi e capace di esprimere bene le sue istanze principali potrebbe fare molto comodo. Potrebbe darle un volto e una voce - qualunque siano forme e modi - anche fuori dal museo, per iniziare.

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