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Arriva a Como Vasco Brondi, il lato umano del paesaggio dopo la battaglia

Atteso live a Villa Olmo il 21 luglio. La nostra intervista

Vasco Brondi

Ci sono artisti con i quali dopo poche parole ti ritrovi immerso nella stessa intensità emotiva delle loro canzoni. Non accade spesso, ma quanto accade anche un'intervista diventa musica. Vasco Brondi, in concerto mercoledì 21 luglio a Villa Olmo, ha il dono di non fingere e di essere rimasto un ragazzo con un sogno ancora vivo in tasca. "Spente" le luci della centrale elettrica, il suo cammino non si è interrotto: è proseguito mutando rotta senza nemmeno bisogno di cambiare pelle. Anche quando la pandemia ci ha messi a nudo, Vasco Brondi ha preso in mano il suo pennello e disegnato quel bellissimo album che è Paesaggio dopo la battaglia.

"Nello scrivere questo disco è entrato tutto il mondo che mi circondava. Ma nel farlo ho cercato innanzitutto di guardarmi dentro, non solo attorno, per provare a restituire un lavoro intimo senza avere la pretesa di offrire una visione generale. Ovviamente ero intimorito dall'idea che le canzoni potessero finire schiacciate dall'attualità, prive di quella scintilla che dona loro l'eternità. E credo che si riesca ad accenderla solo se umilmente si parla di quello che ci tocca personalmente. La scrittura è uno strumento che ha il compito di rivelarci e non quello di nasconderci, come dico ad esempio in 26000 giorni". 

Anticorpi

"Con questo disco mi sono riavvicinato ancora di più alla forma della canzone d'autore. Ognuno di noi ha trovato ulteriori anticorpi nell'arte, nella musica, nella cultura. Le canzoni rafforzano il nostro sistema immunitario, sono una cura per chi le scrive e spero anche per chi le ascolta. Non possiamo dimenticare che in quanto esseri umani abbiamo bisogno di cibare non solo il corpo ma anche l'anima, come da sempre ci insegna la nostra secolare tradizione culturale. E in questo senso credo che anche i concerti non portino solo intrattenimento ma rappresentino l'oggettivo valore collettivo dello stare insieme, ne abbiamo bisogno anche fisicamente. 

Vasco il visionario

Qualche tempo fa, nel 2014, l'album era Terra, Vasco Brondi scrisse un brano intitolato Coprifuoco. Un termine tornato a dominare le nostre vite non in tempo di guerra ma a causa della pandemia. Quel titolo, dietro il quale si nascondono forse le radici di una società umanamente in difficiltà, non è stato però l'unica visione orwelliana dell'artista: "In Qui, nello stesso disco, in uno strofa canto Sono in uno spazio sacro, suono all'aperto o con il coprifuoco, e certo a risentirla ora quelle parole fanno una certa impressione, e in effetti sono in molti a farmelo notare. Dirò una banalità: il mio lavoro non può esistere senza la condivisione e l'intensità che arrivano da un concerto; Spotify non potrà mai colmare questa necessità, quello scambio reciproco di emozioni con il pubblico. Ma va anche detto che stiamo diventando lavoratori stagionali, visto che ormai da due anni suoniamo solo in estate". 

Dopo le Luci

Passati 10 anni quel ciclo è finito. Tutto è accaduto in modo naturale. Ho un mio modo di esprimermi attraverso la musica, seguo questo istinto senza affanni ma anche cosciente della fortuna di avere un pubblico che mi ascolta con grande affetto. Questa è la mia strada, un percorso di evoluzione che non rinnega nulla del passato. Mi sento libero di assecondare me stesso in un cammino che oggi sento solo più autorale. In concerto però mi sposto da una parte all'altra della mia strada rimettendo tutto in gioco". 

Alla fine non ci abbracciamo, come vorrebbe una delle sue nuove canzoni, solo perché siamo al telefono. Ma con Vasco Brondi alla fine si ha la sensazione di averlo fatto ugualmente.  

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