Elezioni comunali 2022

Destra e sinistra? No: competenza, credibilità e leadership

Intervista a Luca Michelini sul ballottaggio del 26 giugno

Luca Michelini è un uomo irrequieto, perennemente alla ricerca di un luogo politico dove costruire un'alternativa. Non si può nascondere che in passato abbia guardato con un certo interesse all'esperienza grillina e che a Como sia stato vicino a Civitas, senza però condividere con Bruno Magatti le scelte più recenti che hanno portato alla candidatura di Adria Bartolich. Saggista e professore ordinario di Storia del pensiero economico all’Università di Pisa, mei mesi scorsi aveva lanciato su queste pagine anche l'idea del reddito scolastico comunale. Animato da una grande passione, da sempre collocato in quell'area della sinistra sociale culturalmente più turbolenta, Michelini ha spesso preso posizioni tutt'altro che allineate o addomesticate. Da uomo libero qual è, ha più volte spiazzato anche le persone a lui politicamente vicine. Con Michelini abbiamo provato a fare il punto in vista dell'atteso ballottaggio che domenica 26 giugno deciderà chi, tra Barbara Minghetti e Alessandro Rapinese, sarà il prossimo sindaco di Como. Anche in questa occasione, probabilmente, Luca Michelini (nella foto sotto) non mancherà di sorprendere e far discutere.  

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Professore, cosa ci ha detto il primo turno a Como?

I risultati delle elezioni comasche certificano la crisi verticale dei partiti che sono al governo del Paese. Meno di un elettore su due è andato a votare. Fratelli d’Italia avanza, ma la direzione intrapresa è incerta: raccoglie un crescente malcontento senza un reale progetto. L’identità sbandierata è di vecchio conio, perché costruita in contrapposizione al “diverso”. Sul piano economico ripresenta l’esaurito modello del passato, dominato da Berlusconi. A livello locale, il ricorso al Tar dimostra l’incapacità di leggere il dato politico, di netta sconfitta. Forza Italia è incapace di evolvere in un partito vero e rimane sempre orfana politica del suo fondatore. La Lega torna in difficoltà nella città, da sempre roccaforte di un’alta borghesia e di professionalità che mal sopportano la mescolanza con il popolo lavoratore.

E il centrosinistra?

Il centrosinistra non sta certo meglio. La lista di Minghetti non ha ottenuto quel successo che le consentirebbe, in caso di vittoria, di muoversi liberamente. Non è forse un caso che abbia parlato di libertà in un comunicato successivo all’esito del primo turno. Ha invitato Pizzarotti a sostenerla: un sindaco che è stato capace di dire un secco no a Grillo e che ha costruito, in solitaria, un movimento politico realmente ancorato ai bisogni della città. Il PD ha una trazione sempre più liberale, sul modello americano. Continua a trascinarsi per inerzia un elettorato sempre più esiguo e dei cespugli partitici e associazionistici di sinistra, le cui idee sono, spesso, vuota retorica. Significativa l’adesione di alcuni allo sconclusionato appello di un parroco comasco a non pagare le tasse che finanziano gli armamenti (Sinistra Italiana e Don Giusto, ndr). Sono idee che impediscono a queste piccole forze di vedere la realtà per quella che è: cioè che il PD è ormai un partito liberale, una parte della destra. L’Italia è l’unico paese d’Europa dove la sinistra è scomparsa: basta alzare lo sguardo e vedere la situazione della Francia, della Germania, della Spagna, del Portogallo. I 5S, infine, si sono suicidati, così come Civitas: hanno rinunciato a radicarsi nel territorio, strada dopo strada.

Eppure il ballottaggio sembra solo una questione tra destra e sinistra

Pensare di leggere il ballottaggio tra Rapinese e Minghetti utilizzando la contrapposizione tra destra e sinistra, come alcuni sono tentati di fare, è senza senso. I maggiori partiti sono uniti nel governo, alcuni obtorto collo, compiendo scelte molto chiare e nette, che li stanno condannando all’estinzione: sostengono il Governo Draghi, nato per normalizzare lo scenario politico che vedeva i primi vagiti di un rimescolamento politico (Conte I e Conte II) che ha tentato, non certo in forme limpide, di rimettere al centro la sovranità italiana (sul piano economico, sociale e politico) e di spingere verso un europeismo finalmente sociale. La guerra in Ucraina e poi la Fed e la Bce ora stanno riportando indietro le lancette della storia, verso nuove politiche di austerità. I soldi del PNRR rischiano di andare dirottati verso lobbies e oligarchie, invece che dar vita ad un organico piano nazionale di sviluppo: non a caso sono state tagliate le spese sanitarie e scolastiche.

Quindi su quali istanze si gioca il destino di Como al ballottaggio?

Nel prossimo futuro, se il paese dovesse essere costretto a riproporre politiche d’austerità, il Comune, a mio giudizio, verrà chiamato dai cittadini a supplire a numerosi doveri che la Repubblica impone allo Stato centrale: sicurezza, sostegno al reddito, scuola. Qui si misureranno per davvero le capacità politiche locali di innovazione. Destra e sinistra non c’entra nulla dunque. Le vere protagoniste di queste elezioni comasche sono due liste civiche, che pescano competenze ed elettori in modo del tutto trasversale: perché sono trasversali ai tradimenti lungamente subiti dall’elettorato. Il maggior tradimento è stata l’incompetenza e la mancanza di credibilità di coloro che hanno governato Como, cioè il centro sinistra e il centro destra. La città è abbandonata: è un fatto, non un’opinione. I partiti nazionali non hanno costruito alcuna classe dirigente locale. Non esiste un personale politico che abbia come obiettivo principale lo sviluppo della città. Le scelte fondamentali sono sempre state subite, sono venute da fuori oppure sono germogliate nel minuscolo orticello di casa ed il prezzo pagato è stato altissimo. Competenza, credibilità e leadership. Questi sono i fattori fondamentali del ballottaggio che ci aspetta.

Le differenze tra i due candidati sono però evidenti, iniziamo da Rapinese

Rapinese ha credibilità e competenza perché ha lavorato per anni e anni in Consiglio Comunale, con puntigliosità e serietà certosina. Sul piano dell’antropologia politica, Rapinese ricorda i migliori radicali: per costanza, fermezza, competenza e rettitudine dell’azione. Ha costruito il primo partito cittadino e se vincesse, Como avrebbe un governo monocolore e un sindaco che ne sarebbe il leader indiscusso. Alle spalle non ha lobbies, che ha invece combattuto in diverse occasioni. Un caratteraccio? No: ha carattere, quello che è mancato ai sindaci precedenti, incapaci di impuntarsi: non tanto con il consiglio comunale, fin troppo docile, quanto con le direttive che venivano dall’esterno della città. Non ha collegamenti con altre esperienze cittadine? Un vantaggio, nelle condizioni date. Manca di visione? Dipenderà da come governerà: il rischio che corre è quello dell’autoreferenzialità.

E veniamo a Barbara Minghetti

Minghetti non è un leader politico, perché gli anni in consiglio comunale non sono stati tradotti in azione politica. Il PD è un alleato ingombrante e ha già fatto valere il suo peso su alcune scelte nella composizione delle liste altrui. A differenza di Rapinese, vanta molti contatti con altre realtà cittadine, ma il rischio è quello di far rimanere Como una provincia, cioè una città incapace di esprimere una propria, autonoma identità politica e culturale. Ha alle spalle diverse lobbies, le quali fino ad oggi hanno dimostrato un orizzonte limitato: o perché troppo piccole o perché catturate da logiche sovra-cittadine. Penso che tema il confronto con Rapinese ma non è appellandosi agli strateghi del marketing politico che si affronta il governo della città. Ora, se il carattere c’è, deve saltar fuori. La leadership è un fatto personale. Purtroppo.

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