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Sabato, 21 Maggio 2022
Alimentazione

Troppo sale causa infarto e ictus?

I risultati di uno studio hanno dimostrato che una dieta povera di sale non impedisce la morte o le visite in ospedale dei pazienti con insufficienza cardiaca, ma può migliorare i sintomi e la qualità della vita

Da anni ormai i medici, in particolare i cardiologi, non perdono occasione per ricordare ai propri pazienti che troppo sale fa male alla salute, e raccomandano di non eccedere con le quantità a tavola. Secondo le linee guida nutrizionali dell’OMS il consumo giornaliero di sale di un adulto non deve superare i 5 gr (contenenti circa 2 gr di sodio puro, la vera sostanza antagonista della salute del cuore), mentre per i bambini la dose massima deve essere 2 gr, per gli over 60 la dose consigliata è, invece, 4 gr. Ad essere considerato danno è il sodio, contenuto nel sale, perché un suo eccesso aumenta la ritenzione idrica (quindi i liquidi) e la pressione del sangue, aumentando il rischio di ipertensione e di sue complicazioni, che possono coinvolgere cuore, arterie e diversi organi. La restrizione dietetica del sodio è, quindi, suggerita per prevenire un aumento, a lungo termine, del rischio di infarto e ictus. A sostenere tale raccomandazione diverse ricerche che dimostrato come 5 gr di sale in più al giorno rispetto al consumo quotidiano massimo raccomandato bastano per aumentare del 23% il pericolo di ictus e del 17% quello di malattia cardiovascolare.

A “ridimensionare” il legame tra consumo eccessivo di sale e insufficienza cardiaca è il più grande studio clinico effettuato per verificare se una riduzione del sodio nella dieta riduce o meno l'incidenza di eventi clinici futuri. La ricerca, condotta dai ricercatori dell’Università di Alberta (Canada), ha dimostrato che una dieta povera di sale non impedisce la morte o le visite in ospedale dei pazienti con insufficienza cardiaca, ma può migliorare i sintomi e la qualità della vita. I risultati dello studio sono stati presentati alla 71a sessione scientifica annuale dell'American College of Cardiology e pubblicato su The Lancet.

Lo studio

I ricercatori hanno seguito 806 pazienti in 26 centri medici in Canada, Stati Uniti, Colombia, Cile, Messico e Nuova Zelanda. Tutti soffrivano di insufficienza cardiaca, una condizione in cui il cuore diventa troppo debole per pompare il sangue in modo efficace. I pazienti sono stati divisi in due gruppi in maniera causale: uno ha ricevuto le cure abituali, mentre l’atro ha ricevuto consigli nutrizionali su come ridurre l'assunzione di sale nella dieta. I partecipanti di quest’ultimo gruppo hanno ricevuto suggerimenti di menu progettati da un dietista utilizzando cibi della propria regione e sono stati incoraggiati a cucinare a casa senza aggiungere sale ed evitare ingredienti ricchi di sale.

Il consumo di sale

Ai partecipanti di entrambi i gruppi è stato raccomandato di non superare 1.500 mg di sodio al giorno (circa due terzi di un cucchiaino di sale), che è il limite raccomandato da Health Canada per la maggior parte dei canadesi, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno insufficienza cardiaca. Prima dello studio, i pazienti consumavano in media 2.217 mg al giorno (poco meno di un cucchiaino). Dopo un anno di studio, il gruppo che ha ricevuto la cura abituale ha consumato in media 2.072 mg di sodio al giorno, mentre l’altro ha consumato 1.658 mg al giorno, una riduzione di poco inferiore a un quarto di cucchiaino.

Il sodio è nascosto in molti alimenti che mangiamo quotidianamente

Controllare l’assunzione di sodio quotidiano non è cosa facile, perché questa sostanza si nasconde in molti alimenti che si assumono regolarmente. Secondo alcune indagini, il sodio aggiunto come sale da cucina rappresenta soltanto il 36% del totale giornaliero assunto dagli italiani attraverso l'alimentazione, il 10% deriva dal contenuto naturale degli alimenti, mentre la quota maggiore (il 54%) viene assunta con gli alimenti consumati fuori casa, in particolare con quelli trasformati e industriali. E non sempre è indicata nelle etichette nutrizionali. Tra i prodotti che consumiamo abitualmente la principale fonte di sodio è rappresentata dal pane e dai prodotti da forno, quali crackers, grissini, biscotti, merendine e cereali da prima colazione. Questi alimenti contengono più sale di quanto pensiamo e ne consumiamo in quantità più elevate rispetto a cibi che sono notoriamente salati e ai quali prestiamp maggiormente attenzione, come insaccati, formaggi, pesce in conserva e fritture.

"La regola generale che ho imparato dai dietisti - ha detto il primo autore dello studio Justin Ezekowitz, cardiologo presso il Mazankowski Alberta Heart Institute - è che qualsiasi cosa in una borsa, una scatola o una lattina generalmente contiene più sale di quanto si pensi”.

Consumare meno sale non riduce il rischio di ricovero o morte ma migliora la qualità di vita

Tornando allo studio, dopo un anno i ricercatori hanno confrontato i tassi di morte per qualsiasi causa, il ricovero cardiovascolare e le visite al pronto soccorso cardiovascolare senza riscontrare differenze statisticamente significative tra i due gruppi. Ma, sebbene la riduzione dell'assunzione di sale non abbia portato a un minor numero di visite di emergenza, ricoveri o decessi per i pazienti con insufficienza cardiaca, i ricercatori hanno riscontrato un miglioramento dei sintomi come gonfiore, affaticamento e tosse, nonché una migliore qualità generale della vita nei soggetti appartenenti al gruppo che ha seguito una dieta a basso contenuto di sodio.

"Non possiamo più dare una raccomandazione generale a tutti i pazienti e dire che limitare l'assunzione di sodio ridurrà le possibilità di morire o di essere ricoverati in ospedale - ha affermato Ezekowitz -, ma posso tranquillamente affermare che potrebbe migliorare la qualità della vita delle persone in generale”.

Non basta ridurre il sale, sono necessari interventi dietetici mirati

Secondo gli autori dello studio bisogna continuare a consigliare ai pazienti con insufficienza cardiaca di ridurre il sale, ma ora sono più chiari i benefici attesi. Inoltre, i ricercatori esortano i i medici a riconoscere che cambiamenti mirati nella dieta sono un intervento fondamentale per molti pazienti con insufficienza cardiaca. “Condurre ulteriori ricerche - hanno affermato i ricercatori - per isolare un marcatore nel sangue dei pazienti che hanno beneficiato maggiormente della dieta a basso contenuto di sodio, con l'obiettivo di poter fornire prescrizioni dietetiche individuali più mirate in futuro. Inoltre, seguiremo anche i pazienti dello studio a 24 mesi e cinque anni per determinare se si ottengono ulteriori benefici a lungo termine”.

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