La Svizzera pensa di rendere obbligatorio il vaccino anti-covid. I sindacati frontalieri: "Nessuna preclusione"

Mandressi (CGIL): "Il momento richiede una forte responsabilità collettiva"

Mentre il mondo scientifico frena le speranze, ipotizzando che il vaccino anti covid non possa essere in distribuzione prima di un anno e mezzo o addirittura - a causa delle mutazioni a cui il virus è soggetto - non lo sia mai, in Svizzera già si discute sull'eventuale obbligatorietà per tutti i cittadini. Un po' di chiarezza dal punto di vista normativo la fa il professore di diritto sanitario Dominic Sprumont sul quotidiano La Liberté. Sì, la legge svizzera prevede che in caso di pandemia un vaccino possa essere dichiarato obbligatorio, ma è anche vero che la stessa costituzione elvetica protegge l'integrità fisica degli individui. Questo vuol dire che il vaccino, che prevederebbe un'iniezione, non può essere inoculato contro la volontà del paziente. Tutto ciò che la Svizzera e i singoli canzoni potrebbero fare è dare una multa o un altro tipo di pena a chi si rifiuti di immunizzarsi. Ovviamente l'interesse dei comaschi per questa notizia riguarda prevalentemente i frontalieri. Potranno i lavoratori italiani essere costretti a fare il vaccino? Potranno essere obbligati a scegliere fra il proprio posto di lavoro e l'iniezione? Questo è ovviamente ancora tutto da chiarire, visto che un caso del genere non si è mai verificato, intanto però abbiamo chiesto a Matteo Mandressi, dei frontalieri della CGIL di Como, come si muoverebbe il sindacato in una situazione del genere: "Mi sembra assurdo che la Svizzera si preoccupi oggi di questa discussione, visto quanto siamo lontani dal poterci porre il problema. Anzi, sarebbe bellissimo se oggi la nostra preoccupazione fosse quella di rendere o no obbligatorio il vaccino: vorrebbe dire che un vaccino ce l'abbiamo. Parlandone quindi in via del tutto ipotetica, quello che posso dire è che considerando la gravità della situazione e soprattutto l'internazionalità dell'emergenza, come sindacato potremmo essere pronti a una discussione. Mi spiego, questo non vuol dire affatto un sì incondizionato a un’eventuale imposizione, ma in questo momento in cui è richiesta una responsabilità collettiva così grossa, penso che saremo aperti al dialogo”.

Ma è chiaro che per Mandressi questo è un problema lontano e che oggi invece ci sono preoccupazioni più contingenti: "Il Ticino sta ponendo anche ora, in quella che in Italia chiamiamo fase 2, un controllo della pandemia molto più blando che da noi. Se in tutti questi mesi abbiamo parlato spesso di frontalieri costretti a lavorare quando in Italia c'era lockdown, con colleghi positivi che tornavano al lavoro dopo tempi molto più brevi di quelli imposte dallo Stato Italiano, oggi ci troviamo a Lugano, a Mendrisio o Chiasso senza mascherina, perché i prestiti sono solo consigliati e non obbligatori. A rischio sono ovviamente i lavoratori, ma anche tutta la Lombardia, visto che ora la nostra preoccupazione è un contagio di ritorno”.

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