Terapia intensiva dell'Ospedale Sant'Anna: i numeri dell'emergenza coronavirus

Ecco come si vive in reparto

L'equipe del reparto di terapia intensiva dell'Ospedale Sant'Anna di Como

Da due giorni a questa parte si è cominciato a parlare di lento miglioramento, di ospedali in Lombardia che finalmente possono, seppur di poco, tirare un po’ il fiato. Ma com’è la situazione all’Ospedale Sant’Anna dopo un mese e mezzo di emergenza continua? Non c’è reparto che possa mostrarci la situazione meglio della terapia intensiva.

I numeri

  • Sono 15 i pazienti dimessi dal reparto diretto dal dottor Andrea Lombardo. Il più giovane, che ha 24 anni e vive in provincia di Como, è tornato a casa nei giorni scorsi.
  • 11 giorni è stata la durata media della degenza di questi 15 pazienti.
  • 61 sono le persone ricoverate dal 22 febbraio alla fine di marzo.
  • I 4 posti letto attivati inizialmente, sono diventati poi 32 (27 in terapia intensiva e 5 in terapia sub-intensiva, dove vengono trasferiti i pazienti quando le loro condizioni migliorano e possono essere estubati).

“Il problema di questa epidemia è l’incidenza di polmoniti con insufficienza respiratoria acuta - racconta il dottor Lombardo -  e il fatto che in molti casi pazienti apparentemente stabili peggiorano rapidamente. L’unico provvedimento che possiamo adottare è rispettare le disposizioni con la massima attenzione per abbattere il cosiddetto R0, cioè il numero medio di infezioni causate da ciascun individuo infetto nella popolazione”.

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La vita in reparto

Ferie e permessi sono stati cancellati per tutti, medici e infermieri; la vita è caratterizzata da mascherine filtranti, occhiali e cuffie, doppie tute, camici idrorepellenti, sovrascarpe.
In Terapia Intensiva vengono ricoverati tutti quei pazienti per i quali l’ossigenoterapia o i supporti non invasivi non sono sufficienti e si rende necessaria l’intubazione e l’impiego della ventilazione meccanica.
Alle apparecchiature che forniscono o sostengono le funzioni vitali, si accompagna la terapia farmacologica:
“Non esiste ancora una cura specifica né una profilassi - spiega Lombardo – e in più farmaci che si rivelano efficaci per alcuni pazienti non lo sono purtroppo per altri”.

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