La drammatica storia di Giorgio, salvato dai medici dell'Ospedale Sant'Anna di Como

Due ictus, un tumore da operare e il coronavirus. Per mesi lontano dai figli

Immagine di repertorio

Il coronavirus c'ha mostrato tantissime situazioni orribili, l’umanità messa davvero alla prova nel modo più doloroso. Eppure non ci si abitua mai, grazie a Dio.
Giorgio Zanchetta il 25 aprile ha compiuto 67 anni, l'ha fatto lontano dai figli che ama, ricoverato all'Ospedale Sant'Anna, dove un'equipe di medici si è presa cura di lui, quando da altre strutture era stato rimandato a casa.
Questa è la sua dolorosissima storia, che si avvia oggi verso un lieto fine:

"Tutto inizia poco prima della pandemia - ci racconta - una mattina a casa mia, in provincia di Vigevano, mi sento stanco e mi sdraiato. Quando mi sveglio due ore dopo, ho avuto un ictus. Riesco faticosamente a rotolare giù dal letto con il corpo quasi completamente paralizzato, a chiamare il 118 e a raggiungere la porta per aprire ai soccorritori. L'ambulanza mi porta a Novara, dove però non si è potuto far altro che ricoverarmi per intervenire in modo sollecito nel caso di nuove ricadute. E infatti durante la notte ho un nuovo ictus, questo ancora più devastante, che mi lascia completamente paralizzato".

A questo punto la pandemia non è ancora esplosa e da Novara la spostano a Mortara per la riabilitazione, giusto?
“Sì, inizialmente il progetto era questo. Ma quando dopo giorni arrivo al grande obiettivo di muovere un dito, scoppia la pandemia da coronavirus e tutto viene bloccato. Quindi rimango in ospedale, dove comincio ad avere un sanguinamento immotivato e vengo sottoposto a colonscopia. È qui che mi trovano due polipi, di cui uno di grandi dimensioni. È un tumore e deve essere operato”.

Ma i medici possono intervenire durante la pandemia?
“Mi dicono di farmi ricoverare allo IEO, dove fortunatamente un chirurgo di Vigevano si offre di occuparsi dell'intervento e vengo messo in lista d'attesa. Così passa altro tempo, sempre senza vedere i miei due figli a causa della pandemia. Mentre sono ricoverato però, contraggo il coronavirus. Non posso essere operato, quindi la soluzione è: . Con 2 ictus, un tumore al colon e il coronavirus, mi mandano a casa...”. 

Ma lei a casa, dove vive solo, in queste condizioni non può andare.
“Ho perso mia moglie due anni fa. L’unica soluzione è andare da uno dei miei figli, Claudio che ha 31 anni, perché lui ha una casa che mi permetterà una quarantena in sicurezza. Oggi dico: per fortuna questa casa è a Como, perché presto la mia situazione respiratoria peggiora, mio figlio chiama l'ambulanza e vengo portato al Sant'Anna. È qui che incontro per la prima volta la dottoressa Giulia David in pronto soccorso. È lei che grazie a una TAC mi diagnostica una lieve polmonite e decide di ricoverarmi. (È qui che Giorgio, a cui spesso si è spezzata la voce, si commuove apertamente. N.d.R.)Lei, il dottor Fabrizio Cantore, il dottor Pasquale Misitano (tutti e tre dell'equipe chirurgica che poi mi ha operato) e la dottoressa Stefini del reparto Covid sono stati i miei fari nel buio, non soltanto perché si sono presi cura di me dal punto di vista medico, facendo tutto ciò che era in loro potere per arrivare presto all'operazione, ma anche per l'attenzione che mi hanno dato umanamente, per essere passati ogni giorno a trovarmi e a chiedermi di fare un sorriso”.

Passano i giorni, la situazione non è certo rosea, ma quantomeno lei è in ospedale. I sintomi del coronavirus vanno sparendo e finalmente arriva il primo tampone negativo.
“Ma un tampone solo non basta, quindi vengo ricoverato nei cosiddetti letti grigi, quelli dei pazienti che forse sono guariti ma che devono comunque essere isolati, in cui i medici entrano uno alla volta e completamente bardati. È a questo punto che l'equipe chirurgica del Sant'Anna decide di procedere all'intervento. Una tecnica mininvasiva in laparoscopia, ma che dura comunque tre ore (durante le quali tutta l'equipe è vestita con le tute bianche e gli altri presidi che, come spesso abbiamo detto in questi mesi, prevedono da parte del personale sanitario uno sforzo fisico non indifferente, N.d.R.). Dopo il quarto tampone negativo, finalmente ho potuto rivedere mio figlio, anche se soltanto dall’uscio della camera”.

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Possiamo soltanto immaginare quale sia stata l'emozione dei medici che hanno traghettato quest'uomo da una situazione di totale disperazione a una di speranza nel futuro, quando hanno visto il figlio Claudio nel corridoio, un po’ smarrito, con in mano una scatola con pigiama e spazzolino, pronto finalmente dopo mesi durissimi a rivedere il suo papà.

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Finalmente l’altro ieri Giorgio ha mangiato per la prima volta un pasto solido e presto, appena completamente ristabilito dall'intervento, verrà trasferito in una struttura per iniziare davvero la riabilitazione legata all'ictus.

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