Migranti, la nuova provocazione di don Pandolfi: "I profughi vengano ospitati da preti e volontari"

Il parroco di Grandate: "Qualche volta la carità e l’accoglienza richiedono un impegno e una profezia che vanno al di là di qualche ora di volontariato al giorno"

Don Roberto Pandolfi

Torna a parlare di immigrazione e accoglienza il parroco di Grandate, don Roberto Pandolfi. Nuova riflessione, dopo quella di lunedì 17 settembre che tanto aveva fatto discutere dal titolo "Cristiani e/o salviniani?".
Sul sito ufficiale della parrocchia lunedì 24 settembre il sacerdote torna a occuparsi dell'argomento con una riflessione intitolata "Laici e migranti".
Lo spunto è ancora una volta quello della decisione di chiudere entro fine 2018 il campo profughi di via Regina Teodolinda a Como: una chiusura annunciata che sta suscitando tante polemiche, con la presa di posizione del mondo del volontariato cattolico.

Proprio su questo argomento arriva, sul finale della riflessione, il suggerimento di don Pandolfi: "A Como ci sono 26 case parrocchiali e almeno 15 appartamenti di vicari parrocchiali, senza contare tutti gli altri appartamenti abitati da sacerdoti - scrive- Perchè non iniziare un’esperienza di accoglienza nella case, di vita condivisa con uno o due migranti o (nelle case più grandi) con qualche famigliola? Questa sì sarebbe accoglienza e integrazione. E sarebbe risolto il problema della chiusura del centro di via Regina".

Non solo i sacerdoti, però, sono chiamati in causa dal parroco di Grandate, che prosegue: "Se poi alle case dei preti aggiungiamo quelle dei firmatari della lettera, la città di Como potrebbe dare un contributo significativo a livello nazionale. D’altronde qualche volta la carità e l’accoglienza richiedono un impegno e una profezia che vanno al di là di qualche ora di volontariato al giorno".

Una provocazione che arriva alla fine di una riflessione molto più ampia e ricca di spunti, sulle divisioni all'interno della Chiesa e sulla trasparenza nei bilanci, altro tema su cui il sacerdote ha spesso insistito.

Ecco il testo integrale della riflessione di don Roberto Pandolfi.

Laici e migranti

C’è da rallegrarsi.
Nella nostra diocesi i laici si muovono e si fanno sentire, senza delegare o nascondersi dietro le sottane dei preti. E la ragione che ha portato tanti fedeli laici ad uscire allo scoperto è la più scottante per la Chiesa e per il mondo in questi tempi.

No, non è, come pensate, la questione degli abusi sessuali. E neppure quella della riammissione alla Comunione dei divorziati risposati.
La questione è molto più importante: si tratta della decisione presa dal Governo italiano di chiudere il centro di accoglienza di via Regina, a Como, senza consultare la Caritas e altre associazioni che vi operano.

Queste alcune parole della lettera aperta contenuta nel comunicato stampa riportato dal sito diocesano e arrivata a tutta la Diocesi attraverso la newsletter diocesana:” Riteniamo ipocrita sfruttare le competenze di cittadini, associazioni e volontari quando serve, per poi ignorarli e non interpellarli e non ascoltarli prima di operare scelte che intaccano la vivibilità della stessa città. (…) La cattiva erba del sospetto e del rancore fa credere che per risolvere i problemi si debbano estirpare chissà quali bubboni, senza curarne le reali cause. Il più pericoloso,il primo da incidere era il campo Cappelletti…E dopo? Chiediamo che sia piuttosto da sanare una cultura di rabbia e di diffidenza, di indifferenza verso le condizioni di vita di tanti fratelli , in tante parti del mondo, sfruttati e scartati per giustificare i nostri stili di vita e la nostra ricchezza. Non vorremmo trovare questo malessere anche in chi ha deciso di dedicare il proprio tempo al governo della città, alla vita politica o al funzionamento dello Stato, e così vanificare le collaborazioni fin qui maturate. Noi firmatari chiediamo che il campo continui a svolgere il suo servizio e che sia sempre desta l’attenzione a tutti i bisogni della città e di chi la vive”.

Tra i firmatari di questa lettera aperta troviamo la Caritas, l’Azione cattolica, il Centro missionario diocesano, le Acli, il Forum comasco delle associazioni familiari, il Cif provinciale, il Masci, il Movimento Focolari, la Symplokè onlus. Centinaia di persone stanno dietro a queste sigle e si adoperano per un mondo migliore.
E tutte queste persone hanno preso una posizione forte, condivisibile o non condivisibile, davanti ad una decisione dello Stato italiano, maturata senza consultare la Caritas.

Una Chiesa che osa, che non si lascia intimidire, che ha il coraggio di dire apertamente e pubblicamente quello che pensa: tutti passi in avanti notevoli, in un mondo ecclesiale dove il non detto e il silenzio omertoso hanno, troppo spesso, ancora ampio diritto di cittadinanza. Centinaia di persone sostenute e appoggiate dal Vescovo, che ha invitato a leggere il comunicato in tutte le chiese della città.

L’invito è stato accolto da diversi parroci, ma non da tutti. E soprattutto è stato ignorato in Duomo, la chiesa del Vescovo, quella dove il comunicato avrebbe avuto maggiori possibilità di essere ascoltato anche da chi non risiede a Como.
Verrebbe da chiedersi come mai. Forse che diversi preti non erano d’accordo sui contenuti del comunicato? O sul metodo? Magari se ne discuterà al prossimo Sinodo.

Nell’attesa non si può che rimarcare il carattere divisivo del comunicato e/o dell’atteggiamento di diversi sacerdoti. D’altronde anche Gesù diceva di essere venuto a portare la divisione e non c’è nulla di peggio che confondere la comunione con l’unanimismo e l’appiattimento servile e pauroso.

Tutta questa vicenda ha lasciato un po’ di amaro in bocca a diverse persone. Il direttore della Caritas ha dovuto precisare ai giornali che il suo è un impegno non retribuito. Mi immagino le illazioni e le calunnie di cui può essere stato oggetto quest’uomo onesto e generoso.

Mi permetterei di dare un suggerimento. Calunnie e illazioni sarebbero messe a tacere con la pubblicazione del bilancio della Caritas e delle cooperative e ONLUS della sua galassia, così che tutti possano verificare entrate, uscite, numero dei dipendenti, quanti di costoro impiegati nell’assistenza ai migranti, quanti in altri settori…
Tutto questo si chiama trasparenza.
E la trasparenza dovrebbe essere praticata da ogni ente che riceve donazioni e denaro pubblico, anche se non ce ne fosse l’obbligo di legge.

E, già che ci sono, mi permetto di dare un altro suggerimento ai firmatari della lettera aperta e a tutti i i preti e vescovi residenti in città. Nel Comasco opera da circa un anno l’associazione ” Refugees Welcome”, che permette alle famiglie di accogliere in casa rifugiati e richiedenti asilo. In questi mesi il gruppo ha portato avanti cinque ospitalità, due delle quali ancora attive.

A Como ci sono 26 case parrocchiali e almeno 15 appartamenti di vicari parrocchiali, senza contare tutti gli altri appartamenti abitati da sacerdoti. Perchè non iniziare un’esperienza di accoglienza nella case, di vita condivisa con uno o due migranti o (nelle case più grandi) con qualche famigliola? Questa sì sarebbe accoglienza e integrazione. E sarebbe risolto il problema della chiusura del centro di via Regina.

Se poi alle case dei preti aggiungiamo quelle dei firmatari della lettera, la città di Como potrebbe dare un contributo significativo a livello nazionale. D’altronde qualche volta la carità e l’accoglienza richiedono un impegno e una profezia che vanno al di là di qualche ora di volontariato al giorno.

Lo sapeva bene don Renzo Scapolo, di venerata memoria. Lui non si era limitato ai proclami e i profughi (libanesi, allora) se li era presi in casa. E anche in chiesa.
Ma era un profeta, lui.

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don Roberto

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