Diario emotivo ai tempi del coronavirus (04.20)

Isolati appunti quotidiani dalla zona rossa

Como (foto m/p)

Abitualmente scrivo di musica e cultura, qualche volta di politica, spesso di vino. Ma da qualche settimana la pandemia che ci ha macchiato la vita si è rovesciata anche sui miei fogli bianchi. Siamo imprigionati da un racconto a senso unico che attanaglia ogni pensiero: mancando un orizzonte, non solo il corpo è finito in una scatola ma anche la mente. Per quanto si cerchi di uscirne, agitando braccia e pensieri, la sua forza centrifuga ci tiene incollati come all'interno di una grande  lavatrice. Con il terrore di uscirne, quando accadrà, con i panni ancora sporchi e il cervello sciacquato. Perché il rischio di non comprendere ciò che sta succedendo è uno dei motivi che ci accompagna ad un bivio pericoloso: rassegnarci a una cronaca omologata o al contrario lasciarci andare alle ricostruzioni più fantasiose. D’altronde, mentre il cestello gira, riprogrammato sulla fase 2, dall’oblò si intravvedono proiettate nuove sciagure. Dicono che ridurre i giri porterà altre canottiere sporche facendo però finta di non sentire che la Svezia profuma come un fiore senza aver mai subito lavaggi industriali.

Così stropicci gli occhi infiammati dal troppo sapone e mentre la lavatrice ricarica l’acqua per il prossimo risciacquo, guardi il cielo in ammollo. Che bella sensazione rivedere un aereo che corre nel blu di nuvola in nuvola, vederlo volare libero e lontano chissà per dove. Mentre noi arriveremo a un metro dall’amore senza ancora poterlo toccare, senza poterlo baciare. Non importa se andrà davvero così, ma queste sono le regole scritte da chi l’uomo non lo ha mai capito. Da grigi tecnocrati convinti che si possa vivere la solitudine senza nutrirla di un bene prezioso ma immateriale come l’affetto. Il cestello ha ripreso a girare, il programma per i capi scuri è ancora lungo. Intanto lassù, mentre la notte ha iniziato a rincorrere l’ultimo giorno d’aprile, ronza un elicottero con un faro rosso e un fascio bianco, va avanti indietro tra le stelle. Gira cestello, gira ancora più forte, non farmi sentire quelle pale in cerca di anime perdute. Di uccelli senza ali.

29 aprile (Bar dei cuori infranti)

In questi giorni si passa dalla sbarra alle fiamme con la stessa velocità con cui ci si accende un'altra sigaretta. Allora provo a rispondere a chi ha caricato il suo fucile con la protervia del meme che il 4 maggio qualche fesso pensava di tornare al bar ad alzare al cielo calici di spritz. La maggior parte di quei fessi pensava invece a chi si trova con l'attività chiusa da almeno due mesi e che alla fine del terzo rischia di non riaprire più o di doverlo fare in condizioni che non tutti si potranno permettere. Si pensava quindi alle molte persone che vedranno andare in fumo il sacrificio di anni o che più semplicemente perderanno il lavoro, perché sarà così. Nessuno pensava di saltare, ballare e bere al bancone, piuttosto pensavamo al ruolo sociale che hanno sempre avuto i bar. Rileggete Il Bar delle grandi speranze di J.R. Moehringer, riascoltate Bar dei cuori infranti di Massimo Bubola, osservate i Nottambuli di Hopper. Non c’è luogo che sia in grado di raccogliere gioie e dolori come il bar. Ma siete gli stessi che volevano chiudere i tabaccai, perché giocare a fare i proibizionisti ha il sottile fascino della morale, e che dal 4 maggio correranno a comprarsi un gratta e vinci.

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Qualche tempo fa sono stato a Neoneli in Sardegna, dove l’unico luogo di aggregazione è un bar, quattro mura dove prima dei bicchieri suonano parole di uomini e donne che lo animano da mattina a sera. Prima di mettervi sul pulpito dei giusti, non dimenticate che restare a casa può anche essere cosa buona e giusta ma avrà un prezzo altissimo da pagare, e preoccuparsene non è un delitto. Anche se non si ha un bar e non si vende vino. Che poi se lo vendessi non saprei nemmeno cosa comprarmi di migliore. Ma non c’è solo De Andrè a tendere la mano a chi corre il rischio di doversi sentire in colpa anche solo nel ricordare il piacere di andarsene a sera per strade ed osterie, vino e malinconie. Avete già capito che sto evocando Guccini e la sua Canzone di notte n.2 di Via Paolo Fabbri 43: Ma i moralisti han chiuso i bar e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori. È bello ritornar normalità, è facile tornare con le tante stanche pecore bianche. Scusate non mi lego a questa schiera, morrò pecora nera. Scusate se lascerò per strada il vostro terrore quotidiano. (Foto sopra m/p)

28 aprile (After Life)

Mentre aprile si è mostrato alla finestra senza fare sconti, già da molte settimane il tempo è scandito dall'inattesa stagione del pipistrello: a dettare la nostra agenda quotidiana ci pensa lui. Fino ad oggi ci ha concesso pochi timidi appuntamenti tra le strette maglie della fase uno, briciole di sole a dare speranza a un graduale ritorno alla libertà. Il 4 maggio, data fissata in calendario per l’avvio ufficiale della seconda stagione, era atteso come un giorno d’estate dopo una primavera tempestosa. Ma non sarà così, le previsioni non lasciano scampo. Una vera e propria doccia gelata, non tanto perché si pensasse di andare tutti al mare ma di certo nessuno pensava di dover uscire per tutto maggio con l’ombrello in mano, persino in Sicilia. Il nostro riparo dalla pioggia si chiama ancora autocertificazione, la devi avere sempre con te: sia che tu esca per fare attività motoria sia che tu vada a incontrare la zia o l’amore. In altre parole dobbiamo autocertificare anche i nostri sentimenti, vincolare le emozioni alle regole di un codice ballerino. Ma c’è ancora chi è convinto che porsi domande sulla legittimità di ogni vincolo alle nostre già erose libertà sia solo un esercizio per adolescenti capricciosi.

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E allora siamo tornati sul divano a tirarci la barba, chiedendo intanto a Rick Gervais di riportarci una bozza di sorriso. Bizzarro chiederlo proprio a lui, che già ci aveva regalato un impietoso ritratto di autodistruzione, con il pennello intinto nelle tinte del cinismo, per elaborare un lutto vissuto tra rabbia e tormento. La seconda stagione di After Life è un altro magnifico quadro d'autore in cui il cinismo si stempera nella malinconia e dove già alla prima puntata si torna ad amare ogni affanno di Tony, a fare nostro il suo dolore e forse anche tutto ciò che noi non abbiamo il coraggio di dire e lui sì, sopraffatto dalla forza della sua umana fragilità. Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, After Life rimane una passaggio di cinema necessario. Magari anche per dirci, ancora una volta, che dobbiamo sempre trovare la forza di vivere il momento. Perché ogni secondo di questa vita, soprattutto quando sembra volerci soffocare, merita tutto il nostro coraggio. (Foto sopra After Life)

26 -27 aprile (Fase 2)

Prima dell’affaccio serale di Conte - che sembra sempre più un preside senza strumenti per i suoi alunni condannati alla predica in classe - avevo provato a placare l’ansia che girava nei corridoi delle case percorrendo (in solitaria sicurezza) qualche passo pomeridiano tra le vie dell’ironia. Dopo avere pubblicato su Facebook anche la foto del mio gatto rosso - che essendo un gatto e non un cane esce da solo - alle 20.30 avevo già rimesso nel cassetto ogni sorriso, rovesciato in tavola tutto il mio disagio e anche un bicchiere di barbera. Perché la scuola, la cultura e l’amore sono stati completamente dimenticati. Ma come? Come è possibile salire in cattedra e dimenticare tutto ciò? Come è possibile che in nome di una pandemia - peraltro figlia di una globalità fallimentare come le istituzioni che la governano - vi sia una incredibile incapacità di elaborare la situazione a livello sociale? Pare esista solo una crisi sanitaria e, per dirla con Guccini, a culo tutto il resto. Così a culo che anche la più elementare forma di libertà, come quella di comprarsi un paio di mutande, viene negata da mesi in base a un discutibilissimo codice di sicurezza che ha dimenticato la dignità quale elemento fondamentali di un paese civile.

Sono giorni che rimescolo ricordi di quando ero bambino, e non credo sia un caso che anche queste pagine mi abbiano riportato in qualche occasione agli anni dell’adolescenza. Alle elementari avevo la maestra Clementina - trascendo il cognome, pur ricordandolo benissimo - che amava le punizioni esemplari. Le infliggeva davanti a tutta la classe, infischiandosene bellamente persino della dignità di un bambino, sempre al povero Andreoli, un compagno con evidenti deficienze cognitive. Per noi era solo uno un po’ scemo, vivevamo tutto questo come lo possono vivere dei bambini naturalmente innocenti: come un rito, come un orrendo spettacolo catodico che non insegnava nulla e ci faceva persino ridere. Perché tanto a prendere sberle non toccava mai a noi ma sempre a lui. Questo per dire che ci sono ruoli che hanno il compito non di educare ma di insegnare, ad esempio che dignità e rispetto vengono prima di tutto. E che nessuno può essere sacrificato perché debole o diverso. Soprattutto quando chi assiste alla lezione non è in grado di capirlo. (Foto sopra m/p)

25 aprile (Un fascista che ha perso)

Avvolto in questo silenzio, oggi ho risentito le loro voci e rimesso insieme i loro volti. Ivan dice che la benzina dovrebbe costare 2000 lire al litro: “Così va in giro solo mio padre”. Ivan è piccolo e ha i capelli a caschetto come George Harrison, ma lui non sa nemmeno chi sono i Beatles. Ivan  è caduto in periferia per sbaglio: Ivan abita come me più vicino al Niguarda che al Duomo. E poi perché dovrebbe andare in giro solo suo padre che ha un’Alfa Romeo tutta bianca come un’ambulanza ed è davvero stronzo come lui? Così stronzo che gli ha comprato una minimoto invece della bicicletta. Ivan non gioca a biglie e nemmeno a pallone. Ivan non si sbuccia le ginocchia. Ci guarda con disprezzo perché facciamo giocare anche il Bolla, ché lui dei problemi ce li ha davvero con le sue ginocchia tutte storte e la testa grossa, ma almeno in porta ci può stare. Mio nonno dice che il padre di Ivan è un po’ fascista e che anche il mio è un po’ di destra: un giorno per sbaglio invece del Corriere gli ho portato a casa L’Unità e l’ha fatta a pezzi. Io non ho mica capito perché.

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Però mio padre se non gioco con il Bolla si  arrabbia di brutto e quando vado a tirare di scherma a casa dell’Ambrogio, che ha un occhio malandato e una faccia che fa paura, è tutto contento. E io anche, ché tanto abbiamo la maschera e siamo uguali. E quando la togliamo siamo così sudati che non si vede niente. Anche a scuola c’è un insegnante all’ora di ginnastica con i capelli rasati come un soldato che deve essere un po’ fascista. Si chiama Briganti e se non capisci subito quello che chiede allora ti mena davanti a tutti. Un giorno mi ha ordinato di andare a prendere un lapis in classe. Ho corso come un matto fino alla porta della 5 b. Quando ho scoperto che era una matita, perché ho guardato nel dizionario sotto il banco, mi sono veramente incazzato. Sono corso a portarglielo in palestra. Non avevo più fiato ma gli ho dato il lapis dalla parte della punta. Lui mi ha guardato dritto negli occhi con uno sguardo cattivo e pieno di rabbia. Come un fascista. Come un fascista che ha perso. Buon 25 aprile. Oggi le nostre case sono belle come le piazze. (Foto sopra archivio)

24 aprile (Il secchio)

Ieri mi è tornato in mente quell’aprile di una vita fa, quando la Sicilia se ne scappò di casa perché sulla mia faccia era esploso il morbillo. Niente viaggio, niente mare, niente profumo di limoni. Chiuso in casa con la paura dello specchio e il termometro in bocca a sentire gli altri bambini giocare in strada: le loro grida arrivavano fino al sesto piano della mia casa a Milano. Poi sono guarito e ad Aci Trezza, davanti alle isole dei Ciclopi, ci sono andato a fine maggio con quel treno dove l’Italia correva veloce al finestrino, fino a Bologna perché poi mi sono addormentato. Quando ho aperto gli occhi ero già in fondo allo stivale e il mare luccicava attraverso la tendina della cuccetta. Ora quando mi sveglio non so nemmeno che giorno sia, però so sempre dove sono: a casa. Vorrei frugare nelle tasche del pigiama ma non l’ho mai messo e allora devo prima infilarmi i pantaloni. Ci trovo solo briciole di pane e tappi di vino, ma non ho mal di testa e posso riporre anche lo sconforto di avere trascorso notti alcoliche. Solo un bicchiere o due per spettinarmi i pensieri tra i capelli mentre Leonard Cohen canta canzoni d'amore e odio.

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E allora rimetto insieme i sussurri della notte, provo a raccogliergli come gocce d’acqua nel secchio del mattino. Qualche volta lo trovo senza parole, altre volte ci inciampo e non rimane nulla. Ma appena si riempie un po’, rovescio tutto nel computer in preda al tormento di dover fissare questi giorni immobili scrivendo. E occorre forse più la forza e la costanza di una scultore che il brio e la leggerezza di un pittore. Più colpi alle pietre che carezze alle tele. Mi viene in mente il geniale epitaffio inciso sulla tomba del marito - nel celebre cimitero di Key West, in Florida - da una moglie che seppellita la rabbia aveva sfoderato il sarcasmo: “Almeno stasera so dove dormi”. E pensare che ora non c’è nemmeno bisogno di morire per sapere dove si riposa la notte. Ma intanto è venuta ancora la sera. Mi giro dalla sua parte, mi riempio il bicchiere e sorrido al mio secchio vuoto. (Foto sopra archivio)

23 aprile (Non insegnate ai bambini)

Via dalle scuole, via dallo sport, via dalle strade e dai campi di gioco. I bambini sono diventati fantasmi. Sarebbe a loro che si dovrebbe guardare per primi. E invece il signore dei telefoni detta numeri, anche lui: quasi 3 milioni di persone da riavviare al lavoro il 4 maggio. E i bambini? E i bambini possono aspettare, i bambini non  producono, i bambini si adattano. Chiusi in casa da due mesi, quando potranno riprendere la loro vita? Non si sa. Forse nemmeno a settembre, quando il distanziamento sociale potrebbe mettere ancora in forse sia la ripresa delle scuola che delle attività sportive. Non si sa neppure quando potranno tornare a dare due calci al pallone o a correre in bicicletta con i loro amici. Non parliamo poi di tuffi al mare, quelli sono un lusso. Sembra che la ripresa sia una sorta di guida fatta ad uso e consumo di un’antica regola benedettina: “ora et labora”. Ah no, le chiese sono chiuse. Solo lavoro, anche le preghiere sono state chiuse in casa. D’altronde con una task force guidata da manager dell'industria, che hanno ovviamente messo il motore dell’economia in pole position, di cosa ci possiamo meravigliare? Di nulla: non della scuola sospesa, non della cultura dimenticata. Non del benessere dei cittadini. Foto sopra archivio.

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E se prima o poi riprenderanno le lezioni in classe - perché quelle a casa sono come un mp3 a confronto con un vinile - la scuola dovrà trovare innanzitutto la forza per tornare ad avere un ruolo centrale nella società. Non vorrei mai che qualcuno avesse male interpretato uno degli ultimi brani scritti da Giorgio Gaber e Sandro Luporini: Non insegnate ai bambini. Vista l'aria che tira meglio ricordare che non era una canzone contro la scuola ma un manifesto di libertà dal  condizionamento dei genitori, un monito affinché l'innocenza dei bambini non venisse inquinata dalla nostra morale, dai nostri ideali e dalle nostre sconfitte. Ma oggi, che siamo così in difficoltà davanti ai loro occhi pieni di domande, ci sono davvero padri o madri che se la sentono di dare loro qualche lezione? Di mettersi in cattedra per vantare la bellezza delle nostre generazioni? Come gliela raccontiamo questa vita da bere che pensavamo potesse inebriarci tutti come uno spritz prima che un virus ci rovesciasse a terra il bicchiere? Eppure il rischio che si trovino in mano il calice del loro futuro già pieno esiste eccome. Soprattutto se rimarranno imprigionati non dalle nostre parole ma dall’assenza delle loro. (Foto sopra m/p)

22 aprile (Happy Days)

Avete passato una vita dalla parte di Papillon. Ma ora, appena qualcuno scappa - perché siam tutti soli ed è nostro destino tentare goffi voli d'azione o di parola, volando come vola il tacchino - vi sorprendo ad applaudire il secondino che riconduce il fuggiasco all'Isola del Diavolo. E guai a provare empatia per l'innocente che evade! Guai, sentimenti per anime deboli non ancora temprate dalla prigione. Ed è triste notare come in questo momento, in cui sarebbe utile almeno un abbraccio virtuale, ci si contrapponga anche aspramente. Spesso con la tipica ferocia degli animali in cattività. Se mai fosse stato scritto un manuale della bontà, appare evidente che in molti non lo abbiano dimai letto. Per liberare la propria aggressività non basta più la tastiera di un computer. Ora la propria frustrazione la si esporta anche nelle rare escursioni all’esterno, dove le persone si fulminano cercando di prevenire ogni tipo di incontro ravvicinato. Si dirà che è sempre stato così, ed è probabilmente vero; solo che ora i “respingimenti” fanno più male, anche solo per il fatto che si giustificano perché ce li ha prescritti il dottore. Sotto la ricetta stampata dal computer,  in nostro medico avrebbe potuto aggiungere a penna un'altra indicazione: "I sorrisi non uccidono". 

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E mentre proviamo a frugare tra le pieghe della fase 2, cercando di capire l’effetto che fa, si fanno largo le idee più bislacche. Avanza un futuro bizzarro, una sorta di Happy Days in bianco e nero riservato agli automuniti. Un deja vu che ci ha già assegnato dei posti in platea ma solo su quattroruote. Alla faccia del progresso, la folle idea è il “Live drive in”, dove si assiste a uno spettacolo musicale seduti in macchina. E pare che qualche città, travolta dall’isteria di doversi arrendere a un futuro diverso, diverso ma non migliore, abbia persino deciso di sostenere questa iniziativa. Che potrebbe anche avere un senso per il cinema ma non certo per un concerto. Ma poi vi immaginate 100 auto con il motore acceso perché d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo? Fa il pari con le cabine in plexiglass per le spiagge. Insomma, sembra che l’idea di volerci rinchiudere in qualche scatola, la casa, l’auto o la cabina, vada molto di  moda. Finirà che pure io, che ho corso i miei ultimo 500 metri di fila a 12 anni, inizierò a correre e non la smetterò più. (Foto sopra archivio)

21 aprile (Il pane e il vino)

Potrei fare un elenco infinito di multe inflitte in questi giorni anche a chi aveva validi motivi per uscire di casa. Ma la solerzia ha sempre vinto sull'indulgenza. Emblematico il caso che riguarda un’altra questione conseguente all'emergenza che stiamo vivendo. Siamo infatti arrivati al punto che un sindaco si è sentito in dovere di rendersi irriconoscibile, camuffandosi con barba e altri orpelli, per poter constatare di persona il corretto utilizzo dei buoni spesa. E il nostro sceriffo, più per vanto di sé stesso che per quello della giustizia, ha pubblicato tutto su Facebook dopo aver pizzicato un uomo che aveva addirittura acquistato con parte di quel denaro una bottiglia di vino. Che truffatore, come ha osato tanto? Come si è permesso di unire il pane al vino? Come ha potuto sperperare in quel modo i soldi pubblici? Davvero siamo arrivati al punto di decidere cosa debba mangiare e bere chi non ha nulla? Davvero un bicchiere di vino è un lusso? Con questi piccoli gesti vigliacchi e moralizzatori non si insegna nulla e si alimentano solo rabbia e diseguaglianza, ancor più intollerabili se nutrite da chi ama indossare il mantello del giustiziere.  

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Intanto i giorni passano e tenere a bada un paese intero diventa sempre più difficile. Se alcuni tentativi di “disobbedienza” fanno tenerezza per la loro goffaggine, altri rimarranno fissati a lungo nella memoria collettiva di questo 2020. Fantasiosi o irriducibili che siano, suscitano quasi sempre simpatia per la loro innocenza di fondo, per il loro essere davvero innoqui. Un esempio che mi ha particolarmente colpito è quello del prete di Soncino (Cremona) che all’arrivo dei carabinieri ha fornito le sue spiegazioni  senza mai interrompere la funzione. Un gesto “ribelle” che in qualche modo ha “disarmato” anche i militari. Non è un eroe né un criminale. Più semplicemente un uomo che non ha retto le regole imposte, per quanto giuste possano essere. Sicuramente avrà sbagliato, ma il suo errore non fa meno impressione dei carabinieri che entrano in chiesa per interrompere una funziona religiosa? E lo chiedo da ateo che ha sempre creduto nello stato laico. Sia chiaro. E lo chiedo oggi, aggiungo, quando una messa sembra suonare come un concerto rock. (Foto sopra Gin Angri)

19 - 20 aprile (Immuni)

L’ho già scritto qualche pagina fa: ogni giorno è come domenica. Ma ieri era davvero domenica. Una calda domenica di primavera in cui non c’era in giro un'anima. Persino la camionetta dei militari se ne è andata perché non passava nessuno. Poi è tornata e sono arrivati anche i vigili. Ma in giro non c’era nessuno. E allora, dopo 43 giorni chiusi in casa e altri 14 già prenotati per tutti, ripartono le stesse domande senza risposte. Alla fine ci si aggrappa all’infausta chimera della fase due. Senza accorgersi che mettersi a contemplare l’ennesimo quadro dipinto dalla corrente dei funesti è un tragico errore. Non sono artisti ma aguzzini a cui piace giocare con il nostro destino usando le tinte forti, i colori sensazionalistici. Sghignazzano con il nostro futuro come ne fossero immuni. Oddio, ho detto immuni, l’app finale, quella che vincerà l’ultima battaglia contando i nostri passi.

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Fermiamoci un attimo, respiriamo e riprendiamo a ragionare con la nostra testa e non in base agli orrendi paesaggi disegnati in televisione dagli strateghi dell’orrore. Rispettare il lockdown è una cosa, farsi friggere il cervello da un’informazione schizoide è un altro. Usciamo da questo tunnel o finiremo a girare dentro la ruota come criceti, impazzendo come cavie da laboratorio. Restiamo uniti e non cadiamo nella trappola di chi ci vuole solo dividere per categorie: i buoni e i cattivi, i giovani e gli anziani, i lombardi e i campani. Sabato, su Facebook, un artista che ho nel cuore ne ha sbranato un altro a cui voglio bene. Lo ha fatto usando un linguaggio che ha scatenato una folla di squadristi della tastiera. Credo sia un momento in cui occorra ritrovare umanità, guardando ai propri errori ma anche evitando di cadere nel facile tranello di sentirsi sempre e solo dalla parte della ragione. Di gente che sale sul pulpito agitando il popolo con il cappio in mano ne abbiamo già troppa. Sono giorni difficili e davvero non possiamo permettere a nessuno di farci arrestare anche la ragione e di lasciarci sopraffare dal linciaggio come soluzione. A furia di sentirci tutti Davide in casa, poi si pensa che là fuori siano tutti Golia. (Foto sopra Lorenza Ceruti)

18 aprile (Domani)

Sei settimane se ne sono andate. Non sono state facili ma a renderle un po' più interessanti è stato il confronto. Seppure mai mi sarei aspettato di trovarmi in disaccordo su questioni di diritto con amici che ho sempre pensato liberi nel pensiero, molte altre persone mi hanno invece sorpreso per la loro grande capacità di rielaborare criticamente la questione dell'isolamento fisico. Diciamo, in altre parole, che sospendere a priori il giudizio sulla nostra condizione, in nome dell’inviolabile retorica diffusa attraverso il “mite” consiglio di restare a casa, non è il migliore esercizio possibile per capire come andare avanti. Attenzione, vale la pena ricordarlo: nessun invito alla ribellione, piuttosto una necessaria scossa verbale ad una anestesia mentale che non possiamo permetterci. Immaginare un futuro in cui tutto è sotto controllo, dominato dalla sorveglianza totale, dovrebbe tenerci desti a sufficienza, lo ha ricordato oggi anche Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University, in una sua lunga intervista. Ma ancora più terribile, in democrazia, è demandare il potere agli esperti sottraendolo alle istituzioni.

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Possiamo dunque permetterci che venga disegnato il nostro domani con le matite rosse di una crisi sanitaria? Possiamo lasciarci costruire una nuova casa mentre noi restiamo a guardare? Forse no, forse ognuno di noi dovrebbe non solo mettere un mattone ma anche partecipare al progetto. Stare alla finestra a guardare come avanzano i lavori al cantiere, bofonchiando qualche critica o qualche suggerimento sottovoce, non serve a nulla. E chissà se le fondamenta di questa casa non potranno addirittura poggiare su un nuovo umanesimo. Forse il momento conduce fin troppo facilmente a riflessioni utopiche, ma restare vivi non vuol dire solo riprendere a camminare senza più voltarsi indietro. Restare vivi vuol dire avere la consapevolezza di dove stiamo andando ma anche di quanto la natura apprezzi non averci tra i piedi. Altrimenti, davanti al prossimo muro che si alzerà all’improvviso o dietro una curva cieca che ci ha sorpresi distratti al volante, resteremo di nuovo senza freni mentre corriamo oltre i nostri limiti. (Foto sopra Francesca  Ballabio)

17 aprile (Istinto punk)

A febbraio hanno rinviato i concerti a marzo. A marzo li hanno rinviati ad aprile. Ad aprile li hanno prudentemente (e malinconicamente) rinviati al prossimo anno. Il mondo della musica live è in seria difficoltà e di certo non sarà lo streaming a restituirci il sudore contagioso del palco. Ci toccherà davvero un anno di astinenza? Difficile rispondere. Eppure, anche se l'ipotesi sembra sempre più realistica, c’è sempre chi non si arrende, spinto da un fiero istinto punk. Ad esempio il mio amico Marco. Un mese fa, in piena emergenza per la pandemia, mi chiama per dirmi che vuole organizzare per il prossimo settembre un grande concerto in piazza. Io gli dico che forse è meglio aspettare, che difficilmente sarà possibile. Marco non ci sente, è ottimista: “Alla fine di sto cazzo di virus vedrai che organizziamo un mega concerto che neanche Woodstock”.  Ieri, quando nel frattempo le cose si sono fatte ancora più complicate per la ripresa degli eventi, mi chiama ancora per dirmi che il progetto per il concerto non stop benefit di settembre sta andando avanti. Questa volta non ho opposto resistenza e gli ho risposto così: “Marco, sei forte. Ti voglio bene”.

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E allora possiamo tornare a respirare il sapore della vita? Possiamo provare a guarire anche dal contagioso  terrorismo mediatico? Possiamo riprendere a camminare insieme? Possiamo rimettere in tasca la paura iniziando a riflettere sul fatto che forse la cura non è chiudere le persone in casa, ma la cura sono il sole, l'empatia e il pensiero?  Per ricordare uno dei libri più importanti della letteratura americana, il Moby Dick di Herman Melville, vien da dire che abbiamo voglia di riprendere il mare e ridare voce al nostro Ismaele. Intanto, chi non ha mai smesso di cavalcare l’oceano è Bob Dylan. Dopo la traversata dedicata all’omicidio di Kennedy, la notte scorsa ha riacceso la lanterna della sua cambusa con un  brano colmo di citazioni, su tutte quella per il celebre passaggio di Foglie d’erba di Walt Whitman: il brano si intitola infatti I Contain Multitudes. Ma in questo immenso giardino di note e parole, troviamo anche Edgar Allan Poe, William Blake, David Bowie, Indiana Jones. L’immensità di quest’uomo non finirà mai di stupirci, mai. (Foto sopra m/p)

16 aprile (Maledetti poeti)

Sì, siamo restati a casa. 15, 30, 60 giorni. Ma non andrà tutto bene. Ora purtroppo ne siamo quasi tutti consapevoli. Non è andata bene dal punto di vista sanitario, non andrà bene dal punto economico. E anche il tema sociale avrà bisogno di profonde riflessioni. Se il primo mese di reclusione è stato digerito sventolando dai balconi bandiere arcobaleno piene di speranza, il secondo quei vessilli sono stati ammainati e con loro riposta ogni illusione. Soprattutto in Lombardia, dove gli errori si sono accumulati al punto che la pandemia si è trasformato in un flagello, nelle case si inizia a respirare odore di rivolta. Un rumore di fondo che nessuno può più ignorare e nemmeno reprimere continuando ad usare più il bastone che il cervello, più la menzogna che la verità. Tra l’altro, a poche settimane dalla scadenza dei termini di detenzione, serpeggiano le ipotesi più fantasiose per l’avvio della fase 2.

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Niente viaggi, niente concerti, niente teatro, niente musei, niente sport, niente incontri ravvicinati con gli amici, niente scuola e niente balli. Che vita è? Che vita sarà? Solo casa e lavoro? Lo scenario dipinto, senza artisti né filosofi - e si vede - sembra proprio questo: un paesaggio senza cielo. E per quanto tempo? E passato quel tempo ci potremo riprendere almeno il sole? In fondo lo sappiamo: vivere è sorridere sapendo che nulla dura per sempre, vivere è sorridere sapendo che niente muore per sempre. Ma ora serve trovare il mese del coraggio, perché a morire di maggio ci vuole tanto troppo coraggio. E perché in fondo vivere è ballare tenendo il passo anche mentre si cade. Sarà pur vero che i poeti sono brutte creature, che ogni volta che parlano è una truffa. Ma sono i poeti, sono Barotti, De André, De Gregori, Capossela, Bennato, sono i nostri maledetti cantautori che ci danno la forza per vivere la vita senza fili. Quella di oggi e anche quella che verrà. Anche se mi manca mio padre che mi legge. (Foto sopra m/p)

15 aprile (Truman Show)

Mi hanno detto che sono sempre meno poetico e sempre più incazzato. D’altronde la poesia è figlia della malinconia, della nostalgia. Sentimenti che ben conosco ma che in questi giorni stanno cedendo spazio alla rabbia. Sono crollati gli argini sotto i colpi dell’artiglieria mediatica che ci bombarda da oltre un mese senza tregua. È in atto una sorta di campagna dell’orrore che ama accarezzare il sadismo. Come il cartello della foto in alto, lampante dimostrazione di come si possa infondere paura senza una minima regola. Persino i rendering dei box in spiaggia, riproposti da molte testate, altro non sono che diffusori di panico senza che nessuno paghi le conseguenze per la sua distribuzione. Tutto questo orrore porta inevitabilmente alla rassegnazione, prima tragica conseguenza della paura diffusa come strategia di cura. In altre parole, ci si arrende alla distopia accettandola come fosse l’unico futuro davvero possibile. A qualcuno, un po' masochista, piace così, ad altri questo film tatuato sui nostri corpi fa semplicemente orrore.

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Ma questa è la nostra pelle. È la nostra vita: la si può sospendere per qualche settimana ma non rinviare all’infinito in nome di una pandemia diventata disgrazia per colpa di un sistema sanitario ridotto allo stremo e per scelte sbagliate che ora, almeno in terra lombarda, nessuno può più negare. Forse è venuto il momento di rialzare la testa e di far sentire le nostre voci. Di pensare che la seconda stagione di questa orribile sventura non la possiamo subire come abbiamo subito la prima. È tempo che tutti insieme ci si rifiuti di interpretare un finale già scritto da altri, magari pensando alla ribelle Sylvia e di come alla fine anche Truman Burbank abbia preferito la via della vita vera. È tempo di verità e di responsabilità. Ma non aspettiamoci che questo avvenga continuando a recitare acriticamente il ruolo che ci hanno imposto. E vengono in mente i Waterboys di World Party: “Non ha nulla a che fare con tutto ciò che è reale. Ma se ci credi è vero”. (Foto sopra Valentina Edna Mazzanti)

14 aprile (Il monologo)

Siamo lupi affamati di buone notizie, le cerchiamo ovunque. Vaghiamo giorno e notte svuotando anche i cesti della spazzatura ma ne usciamo solo con qualche osso tra i denti e nessuna certezza. Tranne una: la Lombardia è un caso unico al mondo. Un caso rappresentato da una messa in scena quotidiana, la conferenza stampa meneghina di Gallera, che ormai da settimane racconta un'immane tragedia senza contraddittorio. Un monologo - che anticipa di poco la replica romana della protezione civile - dal quale emerge, in maniera sempre più grossolana, il distacco della politica dalla realtà. Non solo: il tentativo di spingere altri innocenti sotto la valanga, assume di giorno in giorno toni e gesti sempre più scomposti. Nell’arte dello scansarsi, di fronte alle proprie evidenti responsabilità, la politica non ha rivali. E qui non si tratta di misere tangenti ma di vite spezzate mentre gli sceriffi di palazzo giocano a carte con il nostro destino, mettendo in croce la nostra libertà per ottenere la loro salvezza. Che si traduce con una sola parola: impunità.

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E mentre tutto trema, persino i ricordi, la carneficina mediatica di questi giorni sembra avere preso il sopravvento su ogni ragione, sul buonsenso, sul peso delle parole, che sono importanti ma che nessuno sembra più farci caso. Nemmeno l’Oms, che si spinge a dire che in futuro le mascherine le indosseremo anche solo per rassicurarci. Verrebbe da dire che allora dovremmo metterci tappi alle orecchie e bende agli occhi.  Invece occorre mettere ali in fretta prima che il mantra del vaccino ci rubi la vita ancora per mesi. Prima che le ronde ci soffino sul collo mentre raccogliamo il rosmarino nell’orto. Questo è il momento di riporre le bandiere e di prenderci tutti per mano. Di alzare le braccia tutti insieme verso il cielo per dire che non ci arrendiamo. Che questo cerchio non si spezza. Che non dimentichiamo. Che siamo innocenti. Che sapremo aspettare. Che quando usciremo non sarà per andare al mare a farci mettere di nuovo in gabbia.

12 e 13 aprile (Non è un paese per vecchi)

E così, nonostante un weekend di caldo e sole in tutta Italia, anche Pasqua se ne è andata tra le mura di casa. Non la dimenticheremo facilmente questa voglia di "rissurezione" del 2020. Si attende da oltre un mese, sbattendo le ali in casa e volando come tacchini. E allora se non si esce, ma soprattutto se non se ne esce, occorre tenere viva almeno la dialettica. Il guaio è che chiunque provi a mettere in discussione il dogma #iorestoacasa viene subito allontanato nel campo dei ribelli. Untori del pensiero che destabilizzano l’unica via di salvezza dalla pandemia: la detenzione. Ma se a far vacillare il dogma sono i numeri e non i ribelli che ne discutono su Facebook, allora la mira si sposta subito verso i fuggiaschi dei boschi e dei tetti ormai dipinti come pericolosi assassini. Un gioco al massacro che ha riportato in auge più la delazione che i droni. A offrire un po’ di distensione al popolo ci ha però pensato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che in un’intervista al quotidiano tedesco Bild ha detto che gli anziani andrebbero isolati fino a fine anno per evitare ogni rischio di contrarre il coronavirus: «So che è difficile, che l’isolamento è un peso ma è una questione di vita o di morte. Dobbiamo essere disciplinati e rimanere pazienti».

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Ora, grazie all’ennesima comunicazione destabilizzante, uno la pazienza potrebbe anche perderla. Soprattutto dalle nostre parti, dove gli anziani, che stanno già pagando il prezzo più alto, hanno dovuto subire anche la beffa della nefanda gestione lombarda delle Rsa. Ma non è solo questo: una simile ipotesi non tiene infatti conto di quanti anziani stiano già vivendo nelle loro case gravi condizioni di solitudine e abbandono. Il mantra che basta chiudere tutti in casa per non morire può durare giusto il tempo che serve per non annegare. Altrimenti finisce che si muore d’altro. Prima o poi, probabilmente da maggio, con questo virus toccherà imparare a convivere, sperando che per allora ci siano indicazioni corrette almeno sui presidi da adottare e in quali condizioni. Fino a oggi è un po’ valso - la signora della foto in qualche modo lo dimostra - il classico principo all'italiana del “fai da te”. Ma si sa: non basta comprare il lievito per fare una buona pizza.

11 aprile (Segnali di fumo)

Le apparizioni di Conte a reti unificate hanno riportato l’Italia intera a riunirsi in massa di fronte a uno schermo. Pacato e rassicurante, nel suo catenaccio all’italiana che dopo un quarto d’ora induce allo sbadiglio, ieri il Premier ha fatto scattare tutti in piedi quando a un certo punto ha commesso un inaspettato fallaccio di reazione. Si è messo la maglia azzurra di Claudio Gentile e con uno sgambetto d’altri tempi ha steso due tignose ali destre che gli avevano distrutto le caviglie dall’inizio della partita. Metà dello stadio ha esultato con un’ola liberatoria; l’altra metà ha fischiato e insultato sonoramente. Poi tutti a casa con altre tre settimane di squalifica sulle spalle e un solo vincitore: Giuseppe Conte, passato in una sola mossa da mediano a top player.

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Intanto, nel suo uovo di Pasqua senza troppe sorprese, il governo ci ha fatto trovare la riapertura delle librerie. Un regalo simbolico - come è simbolico l’interesse per la cultura in questo Paese - che dovrà ora trovare nella realtà una via per superare la retorica del gesto. Ma non lamentiamoci: piuttosto sorprendiamoli mettendoci in coda alle porte delle librerie come a quelle dei supermercati. Perché leggere di più aiuta forse a disinnescare anche il linguaggio militare di questi giorni che piace tanto alla stampa mainstream: "Occhio al fumo del barbecue. Chi pensa di poter aggirare i divieti alle gite di Pasqua organizzando pranzi con vicini e parenti in giardini o spazi condominiali sappia che i droni sono in agguato. E una volante verrà ad interrompere la grigliata". E perché non pensare ai Canadair o all'esercito del seitan? Ovunque avreste voluto essere, buona Pasqua. 
Ps. Il duo Gallera & Fontana ha subito trovato l'antidoto alla retorica delle librerie aperte: in Lombardia restano chiuse.

10 aprile (Anime vagabonde)

La beffa di queste giornate che hanno il sapore dell’estate. Di questi tramonti, come ricordava ieri un’amica, che ogni sera sono una fucilata. Inconsolato nei suoi lutti, confinato a casa con il linguaggio del terrore, ogni giorno assistiamo alla resa di un popolo guidato più dai fucili che dal cuore. In altre parole si sta spostando sulle spalle delle persone e dei quattro cani per strada il carico di una tragedia in cerca di un responsabile. Un pericoloso meccanismo che tenta di riempire il nostro zaino anche del pesante fardello di colpe che nessuna istituzione vuole riconoscere come proprie. Ci aspettano ancora diverse settimane a casa, almeno fino a maggio, e dopo non sarà certo una passeggiata. Ogni giorno assistiamo all’esposizione di un nuovo manifesto che ci racconta come cambieranno le nostre vite. E intanto, noi sopravvissuti ma spaventati a morte, ci facciamo narrare il nostro ineluttabile destino come fosse il copione di un film. Ci sembra persino il meno dei mali. Un po' come dover usare il salvagente dopo essere precipitati in mare. Ma qui i casi sono due: o ci crescono le branchie come in Waterworld, oppure ci mettiamo subito a nuotare verso terra.  

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Ma come tutti i momenti di grandi transizioni, questa è una stagione che ha persino dei pregi: come quello, ad esempio, di farci capire quali sono le persone con cui varrà la pena proseguire il nostro commino. Abbiamo tempo per riflettere sulla politica ma anche sulle amicizie messe a nudo da queste notti di bufera. A suo modo è una quarantena che paradossalmente riuscirà a far emergere ciò che è più profondo lasciando invece sul fondo la leggerezza. Non è una questione di passioni o pensieri vissuti dalla stessa parte della barricata: più semplicemente è una questione di empatia, di cuore, di rispetto, di umiltà. Di braccia che si cercano in questo mare di anime vagabonde. 

9 aprile (Un futuro invadente)

Così nascosti come siamo, con mascherine e occhiali, le poche persone che incontriamo per strada facciamo persino fatica a riconoscerle. Si accenna un timido saluto da lontano, sperando di non sbagliare la mira, e ci si avvicina quel tanto che basta per riconoscere almeno una voce. Quando c’è la certezza che sia una persona amica, tratteniamo la voglia di un abbraccio e ci teniamo a distanza come due magneti catturati dallo stesso polo. Con la differenza che non ci “respingiamo” per una legge fisica ma per una più innaturale ragione di sicurezza. Questa mattina ho osservato a lungo nel loro silenzio smarrito una donna che camminava a capo chino con i suoi due bambini piccoli. Sullo sfondo un uomo anziano in bici. Si fa fatica a trattenere il magone quando non si incrociano sorrisi: in giro c'è poca gente ma ancora tanta dignità. Nonostante ci sia sempre chi si impegni a calpestarla anche in questa situazione in cui nessuno si può ergere a giudice. Tantomeno la politica lombarda, che sta usando una comunicazione sempre più condita di falsi paternalismi all’interno di un linguaggio dai toni minacciosi se non terroristici per scaricare sui cittadini le proprie responsabilità. 

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E intanto se ne vanno giorni di primavera, se ne vanno mentre inseguiamo la “fase 2” come un traguardo che una volta tagliato non ci consegnerà nessuna medaglia. Al massimo qualche ora d’aria e lavoro rimanendo ancora tutti molto lontani dal ritorno a una qualsiasi forma di contatto tra le persone. Davvero è questo il nostro destino? Davvero lasceremo ancora sole le persone nelle loro case? E per quanto tempo ancora? Sono domande che più o meno ci facciamo tutti mentre la nostra vista scorre più lenta che mai tra una riunione su Zoom e la buste della spesa, tra il cuscino e il divano. Abbiamo scritto e cantato che sarebbe andato tutto bene. Lo abbiamo anche sognato ma continuiamo a svegliarci con un futuro invadente ai polsi. Chissà se un giorno apriremo gli occhi e ci accorgeremo che per distruggerlo basta solo un po’ di fantasia. (Foto sopra m/p)

8 aprile (I sopravvissuti)

Non si può dire che manchi il tempo per leggere. Eppure facciamo sempre più fatica a immergerci nel racconto di vite che sembrano essere evaporate. Per molti sta diventando un tormento: troppi pensieri e troppe pagine che quando si chiudono non hanno più un respiro. Meglio un film o le serie tv?  Anche qui il discorso non è molto diverso e non è sempre così facile accettare immagini che mostrano quasi sempre qualcosa che si è interrotto senza un preavviso. Si può sempre optare per il genere fantascienza, anche se gli scenari apocalittici oggi non ci sembrano poi così tanto fantascientifici. D’altronde già nel 1975 la serie inglese I sopravvissuti immaginava più o meno gli stessi tragici scenari che stiamo vivendo in questi mesi. E allora, riposto il libro e spenta la televisione, occorre pure trovare qualche rimedio per decollare almeno con la fantasia dalle nostre mura casalinghe.

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Ci rimane la musica. Ma non quella delle tante dirette streaming o dei video party di Facebook che hanno francamente eroso il sistema immunitario e bruciato ogni passione rock. Per fortuna a colorare i nostri soffitti ci sono le canzoni dei dischi che non hanno mai smesso di darci conforto. Basta mettere sul piatto un album come Franks Wild Years per trovare insieme a Tom Waits e alla sua Cold Cold Ground frammenti di gioia. Ma più di ogni altra suggestione emotiva, a dare spettacolo ieri notte ci ha pensato la luna. Sì, ancora lei: grande e luminosa. La sua potenza sa essere così superiore da spegnere in un attimo con la sua energia ogni lamento terreno. Mentre la osservi sembra quasi sorridere e dirti che andrà tutto bene. Quando è così piena di sé, come solo lei può concedersi, non ti resta che crederle. Sì, torneremo a volare. (Foto sopra m/p)

7 aprile (Non insegnate ai bambini)

C’è una nuova terribile scossa di assestamento. Un urto potente che non arriva solo attraverso la durissima lettera di accuse dei medici lombardi alla Regione ma anche e soprattutto dallo scandalo emerso alla Baggina - che torna così protagonista delle cronache meneghine come negli anni ’80 ai tempi di Craxi - e dalle stilettate tra Stato e Lombardia sulle cause della strage di Alzano e Nembro. Una giornata terribile che si può riassumere in poche righe. Siccome in Italia a ogni strage che si rispetti non corrisponde mai un colpevole, da ieri è ufficialmente iniziato lo scaricabarile: la Regione accusa lo Stato, lo Stato accusa la Regione. Siamo solo all'inizio di un processo politico che al momento vede agli arresti domiciliari solo i cittadini. Gli unici innocenti.

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Ma anche chi si crede assolto, sarà per sempre coinvolto. Lo sarà perché nessuno potrà mettersi in libertà almeno finché non sarà restituito ogni secondo di vita che abbiamo sottratto ai bambini. Gli abbiamo rubato tutto: la scuola, il sorriso, le corse, la bici, la spensieratezza, l’incoscienza. Gli abbiamo bucato il pallone e ucciso i loro nonni. Chi pensa che possano crescere serenamente anche osservando dietro un schermo la vita che scorre, non deve dimenticare che gli abbiamo interrotto i sogni inchiodandoli a giorni infiniti senza un orizzonte. Presto verranno a chiederci il loro futuro e dovremo dare loro delle risposte. Ma prima di tutto dobbiamo ridare coraggio alle loro ali spezzate e colore ai loro giorni che verranno. (Foto sopra m/p)

5 - 6 aprile (Un tranquillo weekend di paura)

Non si riesce a stare in pace nemmeno chiusi in casa. Tu sei lì buono buono, che resisti alle lusinghe del divano rimettendo ordine nei cassetti, che immagini cosa avresti fatto domani se fosse stata una di quelle vecchie domeniche di una volta. Ma poi arriva Fontana e ti informa che da domani, casomai ti venisse il guizzo di uscire, è obbligatoria la mascherina o la sciarpa o il foulard. Borrelli no, lui non la mette. Tiè. Poi si riaccende Salvini - sempre più macchietta di questa commedia all'italiana che così surreale non l’avrebbero mai immaginata nemmeno a Cinecittà - e dice che la scienza qui non basta, che occorre pregare tanto la Madonna soprattutto a Pasqua, che le chiese vanno riaperte anche se non le hanno mai chiuse. Vorrei servirgli una Messa ma non posso: ascolto canzoni, leggo libri. Faccio la pizza. Nemmeno il tempo di metterla in forno che la Murgia mi distrugge Battiato e il web mi demolisce la Murgia. Fanculo, è solo sabato. Una volta domani andavo al mare, ma la Capua dice che lui non se ne va nemmeno in estate. Mi arrendo, bandiera bianca. 

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E così è domenica. È primavera e ci sono 20 gradi. È uno di quei giorni in cui abitualmente Como e il suo lago si riempiono di gente. Ma oggi non c’è in giro un’anima, la città è spettrale. Qualcuno ricorda le domeniche del 1973, quando per la crisi petrolifera si vietò la circolazione delle auto ma non delle persone. Stiamo assistendo a qualcosa mai visto prima e che giorno dopo giorno ci sgomenta sempre più, uno sgomento che aumenta di pari passo all’incedere sempre più incerto di chi sta governando la pandemia. Qualcuno si chiede se dopo questa tragica esperienza si chiuderà l’era dell’impreparazione. Perché  stiamo minando ogni elemento del vivere civile con provvedimenti isterici; perché stiamo innalzando la bandiera del distanziamento e dell'isolamento come unica soluzione alla mancanza di approcci scientifici. Si arriva così a sera spossati anche senza avere fatto nulla. Con la Regina Elisabetta a chiedere al popolo inglese di essere resistente e forte come durante la seconda guerra mondiale ma senza nemmeno la consolazione di potersi abbracciare. Con il ministro Azzolina che per mantenere viva la disperazione ipotizza la chiusura delle scuole anche in autunno. Ci aspetta una settimana calda. (Foto sopra Gin Angri)

4 aprile (Italia cinica)

“Non si esce fino almeno a metà maggio”. La mattina inizia così. Con l’incauto messaggio, per usare un eufemismo, del capo della Protezione Civile Angelo Borrelli. Da quel momento la giornata diventa una corsa a smentire e smorzare. Segno evidente della schizofrenia di chi sta governando la stituazione senza riuscire a non trasformare in farsa una tragedia: regolamenti e ordinanze come pioggia di un aprile che non c'è più, regioni e stato in perenne contrasto, tecnici e politici che hanno perso la bussola. La giornata prosegue con l’immancabile infornata di notizie terroristiche: il virus si diffonde anche nell’aria; il virus ti raggiunge anche da 8 metri; il virus è un cecchino; i gatti ti infettano. Quando nel tardo pomeriggio è il momento dei nostri numeri quotidiani, si è già sfiniti. Con la conferma che l’onda nera non si è ancora arrestata in modo significativo, lo scoraggiamento ci fa cannibali. Ché tanto c’è sempre qualcuno da sbranare, possibilmente sotto casa. Un colpevole da dare in pasto a tutti noi: per i troppi morti, per i contagi che non diminuiscono, per i conti che non tornano mai. E quindi via con lo show serale fatto di domande senza risposte e paragoni con gli stati vicini e lontani, ieri la Germania, oggi la Svezia, domani chissà, magari la Svizzera.

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E mentre tutto questo schiamazzo ci paralizza più delle mura di casa, all’insicurezza autoprodotta si aggiunge l’approssimazione di chi ci sta guidando in questi giorni storti. Ci hanno tolto tutto - in mancanza di altre soluzioni spendibili - e non contenti si lanciano in sadiche previsioni che spengono ogni speranza di un ritorno non alla normalità ma alla civiltà. Più che una necessità - che dovrà essere comunque dimostrata dai fatti e non dalle tante parole dette la mattina e sconfessate la sera – quella del distanziamento sociale sembra quasi una minaccia. Non abbiamo ancora capito nulla di cosa sia stato fatto di giusto o sbagliato durante questo mese di isolamento, che già si offrono al suddito scenari apocalittici. Una sorta di preparazione alla definitiva, in quanto necessaria, mancanza di libertà che verrà. Si dice che non potremo abbracciarci con lo stesso peso con cui si può dire che non mangeremo le patatine. C’è un tale cinismo in certi proclami da far venire la pelle d’oca. Fino a pensare che in tutto questo il minore dei mali sia il virus e che il peggiore sia sempre l’uomo. Vi lascio con la perla del giorno. Maria Elena Boschi (Italia Viva, ricordatelo) dice che bisogna pensare a un bonus di 500 euro per le famiglie, affinché la prossima estate si vada tutti in vacanza in Italia e non all’estero. E noi che si pensava di andare tutti alle Cayman. (Foto sopra m/p)

3 aprile (Abbey Road)

Questa notte pensavo all’ultimo concerto visto, qualche mese fa a Milano. Tutti stretti stretti al Fabrique per ascoltare le canzoni di Michael Kiwanuka. Così stretti sotto il palco che a un certo punto io e Paolo ci siamo spostati indietro con la scusa di bere una birra. Poi una serata con Omar Pedrini, con un lungo abbraccio alla fine, e ancora le mie Strade Rosse interrotte dopo gli ultimi incontri di gennaio e febbraio. Facevamo anche cose belle prima che la furia della tempesta ci fermasse dentro casa. Là fuori non correva solo un mondo fatuo, là fuori ci si dannava per costruire sentieri meno affollati, lastricati con azioni etiche e gesti naturali. Ora non ci resta che ritrovare tutti il giusto equilibrio: l'ego dovrà cedere passi all'eco.como 2020-2

Ora siamo come foglie al vento staccate dai rami, file ordinate in coda al supermercato o alla farmacia. Vestiti di silenzio e paura. Ancora increduli di essere caduti a terra mentre l’albero della vita veniva accarezzato dalla primavera. Ci affacciamo alle finestre ma quel poco che scorre lo fa così lentamente da far sembrare quest’eterna domenica più una cartolina che un film. Un intervallo senza scadenza che ci mostra ogni giorno la stessa immagine. Si consuma vita senza accompagnarla con buoni ricordi da portare con noi. E chissà se se stiamo capendo quanto è importante la nostra libertà, non solo fisica. Davamo tutto per scontato, ci sentivamo intoccabili nelle nostre azioni quotidiane. Ci saranno grandi riconquiste da fare e un nuovo mondo da costruire. Magari migliore e davvero sostenibile. Ma intanto guardate quella foto lassù, sembra un po' Abbey Road senza i Beatles. Il bello è che mi hanno suonato perché non sono scattato subito al verde. Dura cambiare vecchie abitudini. (Foto sopra m/p)

2 aprile (Democrazia)

Non è finita. Il prossimo traguardo è quello del 13 aprile. Fino ad allora tutti ancora "protetti" dalle nostre mura di casa. Poi si vedrà ma è del tutto evidente che difficilmente le cose miglioreranno primo di maggio. Intanto la giornata di ieri si è distinta per un'altra baruffa tutta italiana. Tema, le passeggiate di un genitore con i figli sotto casa. Il ministero dell'Interno dice che si può; Fontana dice che in Lombardia non si può perchè "qui rimane in vigore la nostra ordinanza". Peccato che la stessa dicesse che non si poteva, ma sono dettagli. Alla fine della giornata, a rimettere ordine tra le fila ci pensa il premier Conte, il quale, mentre annuncia il prolungamento delle restrizioni almeno fino a Pasquetta, rimette bambini e genitori in casa. Fine della querelle e dell'ora d'aria.  Sarà lunga, lunghissima questa vicenda. Vedremo nelle persone reazioni sempre più scomposte, dettate dalla paura e dall'insicurezza di un momento che tocca, con effetto domino, tre fronti: sanitario, sociale, economico.

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Benissimo mettere la salute di tutti al primo posto (anche se abbiamo mandato molti medici a combattere questo virus con strumenti a dir poco inadatti, un po' come la nostra epica campagna di Russia combattuta con i soldati mal equipaggiati) ma farlo dimenticando tutte le vittime degli effetti collaterali sarà un errore che pagheremo altrettanto caro e per un tempo indefinito. La discussione è molto accesa e si divide sostanzialmente tra due fronti contrapposti: quello che accetta senza protestare ogni misura di limitazione della libertà in nome della salvezza propria e degli altri, che è maggioranza; quello che pur rispettando il coprifuoco si pone mille domande sull'opportunità e sulle conseguenze, che è minoranza. Comunque la si pensi, in questo momento in cui l'emotività condiziona ogni ragionamento, un sano confronto rimane un bene prezioso per ogni democrazia. (Foto sopra m/p)

1 aprile (I nostri volti)

Sono passate più di tre settimane, marzo se ne è andato. Arriva aprile e un altro mese lo passeremo chiusi in casa ostaggi del virus e delle regole che ci sono state imposte per arginarlo. Non era mai successo prima che un intero paese fosse stato messo ai domiciliari per così tante settimane, nemmeno in tempo di guerra.  Ci credevamo invincibili, invece l’unica risposta che riesce a darci oggi la scienza, nell’anno 2020, è quella di stare chiusi in casa. Non parliamo della politica, che dopo aver depauperato la sanità e dopo aver balbettato amenità per settimane, ora si mette a fare la voce grossa. Ci sarebbe da piangere se già non avessimo esaurito tutte le lacrime. E mentre l’Europa si dimostra nuovamente inconsistente, incapace come sempre di mostrare un volto umano, l’Italia impaurita ritrova tra la sua gente un orgoglio patriottico persino superiore a quello abitualmente riservato alla nazionale di calcio quando gioca i mondiali.

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È tutto un fiorire di tricolori che sventolano impazziti, vessilli di un popolo che lotta contro un nemico invisibile che ci tiene sospesi. Siamo così in balia delle onde che anche i social mostrano i segni della tempesta che imperversa sopra le nostre teste tra le nuvole e il cielo. Lo scorso anno ci siamo fatti vedere come saremmo stati da vecchi, ora mostriamo come eravamo da giovani. Un momento bizzarro dove pochi ci mettono la faccia di oggi. Un poper pudore e un po' per paura. Perché intanto si muore, perché nessuno è davvero al sicuro: non negli ospedali, non nelle case. Mentre le nostre città sono vuote, senza più quella vita che sembrava soffocarle di così tanta umanità. E chissà se quando torneremo a riempirle faremo meno rumore della pioggia. (Foto sopra m/p)

Diario emotivo maggio

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