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So long, Leonard. A pochi giorni dall’uscita di “You Want It Darker” a Los Angeles si è spento Cohen

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Leonard Cohen at the Arena in Geneva, 27 October 2008

Se ne andato cantando, cantando così: “Hineni, hineni. I’m ready, my Lord” (Eccomi, eccomi. Sono pronto, mio Signore). Leonard Cohen non solo ha fatto grande il ‘900 ma ha reso migliori anche i nostri giorni più recenti. Se ne è andato ieri all’improvviso a Los Angeles, aveva 82 anni. Lo ricordavamo nei giorni scorsi proprio su queste pagine in occasione del suo profetico album You Want It Darker. Non lo si potrà mai dimenticare questo Signore della musica. E nemmeno un 2016 che ci sta chiedendo troppo: da Bowie a Cohen passando per Prince.

In Italia, dove siamo sempre più inclini alla polemica che alla comprensione, siamo riusciti a dividerci persino su Bob Dylan. L’ignoranza, intesa come totale mancanza di conoscenza dell’opera del musicista, ha fatto sì che in questi giorni si leggessero articoli e pareri di una superficialità a volte davvero imbarazzante. Nella più remota ipotesi che il premio Nobel per la Letteratura fosse toccato a Leonard Cohen, sarebbe successa la stessa cosa? Probabilmente sì, magari con meno enfasi vista la minore popolarità del poeta, scrittore e cantautore canadese nel nostro Paese. Anche se nel caso di Cohen sarebbe stato forse ancora più difficile rinchiudere maldestramente la questione nel solo”ghetto” delle canzonette. D’altronde viviamo in un paese che da troppo tempo ha smarrito il senso più profondo della cultura, non sono in tema di musica.

Eppure, quando un Signore di 82 anni pubblica un nuovo disco come You Want It Darker, qualche riflessione andrebbe fatta, se non altro per capire per quale motivo a queste latitudini ci permettiamo discussioni del tutto pretestuose su uno dei movimenti più influenti del ‘900: la cultura rock. Un fenomeno che ha influenzato la letteratura, il cinema, l’arte visiva e il costume come nessun altro negli ultimi 50 anni. Difficile pensare che una canzone d’autore non sia poi essa stessa una nobile forma di “moderna letteratura”. Tanto più se parliamo di Dylan o, come in questo caso, di Cohen, un’artista che ben prima di rilasciare il suo debutto discografico  – quel Songs of Leonard Cohen che nel 1967 già portava masterpiece come SuzanneSisters of MercySo Long, Marianne – aveva già all’attivo un romanzo e almeno 5 raccolte di poesie.

Forse con la sola eccezione degli anni ’90, che si ricordano per il solitario album dal titolo emblematico The Future, non c’è un solo decennio che non sia stato segnato dalla sua musica. Se è vero che Leonard Cohen ha dato il meglio di sé negli anni ’70, pensiamo ad esempio al capolavoro New Skin for the Old Ceremony, non si può certo sostenere che in un periodo musicalmente complicato come quello degli anni ’80, Cohen non abbia fatto mancare la sua sublime presenza con due dischi epocali: Various Positions – con ad esempio quell’Hallelujah che più tardi Jeff Buckley farà sua – e l’immenso I’m Your Man, che ascoltato oggi suona ancora modernissimo in ogni sua traccia.

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Differentemente da Bob Dylan, la produzione di Leonard Cohen è stata negli anni molto più limitata: 14 album di inediti in mezzo secolo non raccontano esattamente un prurito discografico. Lo stesso discorso vale anche per le apparizioni live, soprattutto se consideriamo il fatto che le più recenti sono state indotte più dal disastro finanziario in cui lo aveva condotto la sua manager che dalla voglia di tornare sul palcoscenico. Ma se il terzo millennio è iniziato con Ten New Songs e proseguito con Dear Heather, gli anni ’10, e siamo solo nel 2016, hanno già prodotto tre lavori: Old Ideas, Popular Problems – Did I Ever Love You vale da sola il disco – e il nuovissimo You Want It Darker, atteso per il 21 ottobre, prodotto dal figlio Adam, che non ha la voce del padre ma la cui musica (We Go Home) meriterebbe attenzione al di là del cognome.

Ecco, la voce: impossibile ascoltare una canzone di Cohen senza rimanere “feriti” dal suo timbro sempre più profondo. Immersa ancora una volta in una cornice di cori sublimi, è difficile pensare a qualcosa di più vicino all’estasi della voce di Leonard Cohen. Alla fine, se siamo ancora qui a celebrare un uomo oggi ultra ottantenne, che in questo caso racconta con estrema lucidità persino il suo essere pronto al dopo, significa solo che il rock non è morto: è solo invecchiato benissimo e a Stoccolma sono stati bravi a celebrarlo da vivo. A proposito del Nobel a Dylan, sapete qual è il pensiero di Cohen? “Is like pinning a medal on Mount Everest for being the highest mountain”.

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