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Venerdì, 12 Agosto 2022
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Yellow album, la ristampa del vinile giallo dei Potage

Una storia punk da rivivere attraverso il racconto di Sandro Sench Bianchi

Una storia di musica rock che ha radici profonde e che ritrova luce grazie a una nuova ristampa in vinile. Un prezioso "Yellow Album" che riporta a galla la le canzoni dei mitici Potage. una band lariana con un vissuto pieno di aneddoti e protagonisti. Sandro Sench Bianchi, ideatore del progetto discografico, ci riporta negli anni '80 con un racconto appassionato che merita di essere vissuto integralmente.

La storia di Potage

Eravamo giunti alla fine della nostra seconda annata di concerti (la prima con questa formazione, con David Action (Davide Bernasconi, poi in arte De Sfroos, ndr) subentrato da un anno alla voce a Crazy Erica, innalzando notevolmente l’impatto  sul pubblico) e ci era venuta voglia di fissare su un nastro le canzoni che suonavamo dal vivo. Per farle arrivare più lontano, per dare la possibilità di ascoltarle a chi non aveva l’occasione di assistere a un nostro concerto. E anche perché così si usava fare allora, anche se l’ambizione non era già più quella del demotape da dare in giro per procacciarci concerti a chi ti chiedeva prima “qualcosa da ascoltare” (pratica che aborrivamo), ma di considerare il lavoro come un vero e proprio disco. Il nostro primo disco, anche se sarebbe uscito solo su cassetta. Sì, ma come fare? Non avevamo nessuna esperienza, non sapevamo dove rivolgerci e nemmeno conoscevamo qualcuno che ci potesse spiegare come registrare, con che attrezzatura, come masterizzare, come duplicare. Fu a quel punto che la nostra strada incrociò quella di Mike Edwards".

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L'incontro con Mike
Mike  si era appena trasferito dalle nostre parti per starsene un po’ di mesi tranquillo, e lavorare alle sue canzoni e al suo nuovo progetto musicale. In precedenza era stato leader, cantante e chitarrista di una band chiamata Live Wire. Veniva dall’Inghilterra, forse dalla Scozia, da quale città non lo ricordo. Dei Live Wire, mai assurti a fama eccelsa,  oggi si trova ancora qualche traccia. Tre Lp e numerosi singoli licenziati per la A&M tra il 1979 e l’81, reperibili a prezzo stracciato in rete, qualche nota su di loro che li paragona ai Dire Straits (allora emergenti) o li inserisce nel filone del pub-rock, oppure della “new wave”. Un video su youtube, una foto che ritrae Mike in una serata in cui, al Paradiso di Amsterdam , aprirono per i Joy Division. Lui ci narrò vicende più mirabolanti, citando nomi che facevano strabuzzare gli occhi. Raccontò di un tour negli States in cui fecero da supporters ai Jefferson Starship, e del suo singolo solista (“Beat of my heart”, uscito per la CGD nel 1983, e finito ai primi posti nelle classifiche di vendita greche e svedesi) alla cui registrazione aveva partecipato Steve Winwood.  Ma ancor di più ci colpì quando raccontò di aver visto i Sex Pistols dal vivo, più volte. Com’erano? “Suonavano da cani, ma era bellissimo”.
Si era anche preso un management per la penisola, e il caso volle che quel manager fosse in amicizia con il nostro, “il lurido” Marcom McZanot  (così  ci piaceva definirlo, in modo irriverente e in ossequio al gioco di identificazione con la nostra band preferita, che lo voleva come una specie di McLaren de ‘noantri  – per questo il nome – anche lui a tutti gli effetti  membro del gruppo). Non solo: il manager di Mike, pur essendo milanese, aveva sul lago una morosa che abitava, guarda un po’, nello stesso palazzo in cui David Action, il nostro cantante - ancora giovane studente - viveva con la famiglia. Se non sono segni del destino questi. Lo incontrammo, ci prendemmo reciprocamente in simpatia, e così ci venne la timida idea di provare a parlarne con lui. Non so bene cosa lo spinse, non credo le nostre cialtronesche doti musicali, già visibili come risibili, o al contrario le evidenti grandi capacità di agitatori culturali, o l‘avvenire del carismatico cantante (già intuibile all’epoca da un occhio attento), o magari il fatto che in Italia non stava guadagnando manco i soldi per il caffè, ma venne fuori l’idea che sarebbe stato lui a registrarci.

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Le registrazioni
Utilizzando il suo Teac Tascam 144, il primo 4 piste casalingo (di cui ovviamente noi non sapevamo l’esistenza, ma che era sul mercato dal 1979: lo stesso modello con cui Bruce Springsteen registrò Nebraska, si parva licet) che si era portato appresso per fissare su supporto magnetico le sue nuove canzoni, e che oltretutto sapeva usare con buona maestria. Questo lo avrei scoperto in tempi recenti in seguito al parere di Matteo e di Emil, sound engineers che stimo moltissimo, sui suoni delle nostre incisioni. Convenimmo un compenso per lui e, poiché non ci piaceva porci  rigidi e stressanti limiti orari, concordammo – essendo la prima intenzione quella di divertirci insieme –di ricompensarlo con una somma fissa a canzone, a cui avremmo lavorato per tutto il tempo necessario. Fissammo l’importo in cinquantamila lire a brano, per un totale di 750.000 lire. E così andò.  Le registrazioni si svolsero in gran parte nella portineria del  castello Pessina, dove rocamboleschi eventi avevano recentemente fatto ricollocare la nostra sala prove. Solo qualche volta, voci o sovraincisioni strumentali vennero registrate in casa sua, nell’appartamento che aveva preso in affitto con la moglie all’Albana.

L’ordine in cui registrammo le canzoni non lo ricordo, la procedura invece sì. Registravamo dapprima basso e batteria contemporaneamente, ma separando le tracce sulle due piste interne. Ad ogni errore, e ne facevamo tanti, bisognava ripetere. Ogni tanto l’abilità di Mike nello sfruttare una pausa riusciva a reinserirci nel corso della traccia, anziché costringerci a ripetere tutto da capo. A pensarci oggi, non ci si crede. Mike, poi, era inflessibile. Non ci consentiva la minima sbavatura. Fu una grande scuola. Nascevano intanto, dal suo poco italiano e dal nostro scarsissimo inglese, frasi con cui ci intendevamo e che ci accompagnano ancora oggi efficacemente quando proviamo o registriamo: “un piccolo più”, “un piccolo meno”, “drop in, drop out”, “con questa machina no posibile” “si suono buono, tutto buono”. Ultimata la sezione ritmica, si passava a una prima chitarra (o all’organo, in qualche canzone) su una delle piste esterne, e infine le tre piste registrate venivano mixate una prima volta assieme sulla quarta. Si otteneva così una base per la canzone, e altre tre piste di nuovo libere, su  cui  registrare due chitarre (a volte anche la stessa, ma suonata due volte diverse invece di duplicare la prima track) o organo, o cori (su quelle esterne, che sarebbero finite sui due canali diversi dello stereo). E infine l’ultima, centrale, per voci, riffs, assoli  (assoli?!? Sì, insomma,qualcosa che gli assomigliava), il casio (una tastierina portatile con cui era possibile anche calcolare le radici quadrate) o altre rare aggiunte particolari.
Tra le aggiunte particolari quelli che Matteo, che li apprezza molto,  chiama “colpi di frusta”: dei piatti sintetici che Mike inserì dopo aver stabilito che in qualche canzone servivano, visto che Big Luca – a suo dire - usava troppo poco quelli della batteria.

Il repertorio
Le canzoni registrate furono costituite dal meglio del nostro piccolo repertorio live già consolidato. La maggior parte erano opera di Speedy, o sue riscritture in italiano di brani anglofoni. Alla maniera dei gruppi del beat italiano: una pratica che in quel momento era poco in auge e che ci piaceva rispolverare. E che, nel proseguimento della  nostra “carriera”, ci avrebbe contrassegnato. “Povero Bigolo” era già molto apprezzata, anche nella sua primigenia versione terzinata. 
“Hanno sparato a Manitù” era il primo tentativo di scrittura che io e Action avevamo prodotto, nata con un suo ritornello a cui poi insieme aggiungemmo il resto. La tematica ci accomunava. Era già una piccola hit per i nostri fans, cantata da lui dal vivo. Ma Speedy decise, supportato da Mike (loro due se la intendevano parecchio) che la canzone dovesse suonare meno aggressiva,  più beat. E che perciò andava meglio la mia voce: i fans, delusi, non avrebbero apprezzato il cambiamento. Una canzone avevo provato a scriverla anche da solo, basando il testo su un’esperienza raccontata da un  amico che era stato diverse volte all’estero per lavoro.  “Sharon” venne fuori un po’ troppo come una ballata, e allora provai ad aggiungerci quell’attacco strumentale clashiano al limite del plagio, ma con una batteria che ricordava gli X. ”Ragazza sola” era un testo che Action aveva abbozzato una domenica in cui tornavamo dalla “Pitéra”, una scrausissima discoteca dell’epoca che qualche volta frequentavamo, ad Ossuccio. Lo completai, e lo montammo su una canzone degli Stiff Little Fingers.
“Blowin’ in the wind” fatta in quel modo fu pure un’idea di David Action, che aveva già un po’ di mitologia dylaniana nel giovane dna. Va bene, facciamola, ma siamo punk, perbacco. Bisogna dissacrare. E allora si aggiunse quell’intro acustica. Di intera farina del suo sacco Action ci mise inoltre“Alka Seltzer”.
“Panchina Rossa” invece non l’avevamo mai suonata. La portò Speedy per la prima volta in sala prove mentre stavamo registrando il disco. Capimmo subito che sarebbe stata una gran bella canzone (“mia moglie è da quando l’ha ascoltata che canta “sha-lla-la-lla”, confermò Mike quando riprendemmo il lavoro la sera successiva alla sua ultimazione), mentre la provavamo strutturandola  direttamente per registrarla. Fu la nostra prima volta di una canzone incisa senza averla mai suonata in precedenza dal vivo. Non lavorammo in modo continuativo, ma andammo avanti per un mesetto solo alcuni giorni alla settimana.
Alla fine si mixò, passando le tracce dal 4 piste a una piastra a cassette casalinga, utilizzando cassette TDK SA – C60, indicate da Mike come le più adatte tra quelle alla nostra portata. Vennero realizzati quattro master uguali, che sarebbero serviti a far da matrice per la duplicazione.

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La duplicazione
Poco tempo dopo Mike suonò alla reinaugurazione dell’”Odissea 2”, il locale di via Besenzanica/angolo Forze Armate a Milano che era già stato “Odissea 2001”, e che successivamente sarebbe divenuto “Prego” e infine “Rainbow”:  negli anni seguenti ci avremmo visto un sacco di concerti magnifici (Ramones, X, Teenage Fanclub, e molti altri). E infine  tornò in U.K.: non restammo in contatto con lui, e in poco tempo ne perdemmo definitivamente le tracce.
Noi invece proseguimmo per la nostra strada, verso un ricco 1985 con molte esibizioni dal vivo che ci regalarono una piccola fama sul lago, a casa nostra, dove un nutrito stuolo di fans ci seguiva ad ogni concerto, e nel comasco. Altri amici, stimolati dal nostro esempio, si misero a suonare. Ne sarebbero scaturite altre band. La duplicazione delle cassette intanto veniva eseguita presso la sede di  Radio Popolario a Como, in via Rienza. L’emittente, che fungeva da ripetitore a Radio Popolare di Milano, inserendosi ogni tanto nel palinsesto con trasmissioni dallo studio, era stata fondata qualche tempo prima da  Speedy Angel e pochi altri amici, che continuavano ad animarla. Riuscimmo a radunare quattro registratori Teac casalinghi, tutti uguali, che vennero collegati in parallelo con quello che fungeva da riproduttore, utilizzando a turno uno dei master realizzati, e trasferendo così le nostre canzoni sulle TDK D46 grigio scuro che scegliemmo di usare. Ultimata la duplicazione in tempo reale, toglievamo le linguette di plastica per inibire le sovraincisioni, e appiccicavamo una per lato le due etichette con i titoli, fotocopiate su fogli di carta adesiva. E così le cassette erano pronte. 

Le copertine
Per la confezione realizzammo una copertina con una foto scelta tra quelle scattate da Aldo Tagliabue, il papà di Speedy, che ci realizzò un apposito servizio nel suo studio fotografico. La accompagnammo con la scritta Potage fatta con i trasferelli, e i titoli delle canzoni scritti a macchina. Fotocopiammo su dei cartoncini A4 gialli, quattro copertine per ogni cartoncino, spruzzandoli alla fine con un fissativo e stendendoli ad asciugare sui fili del bucato, affrancati  con le relative mollette.  Il libretto con i credits, i testi delle canzoni, i ringraziamenti venne ideato da Speedy. Le fotocopie, il ritaglio e  il montaggio delle pagine furono fatti sul luogo di lavoro: una pratica che utilizzammo parecchio nei nostri primi anni. Nel frattempo la leggenda vuole che Antonio Capizzi, socio di Speedy nella radio, si ascoltasse tutte e 200 le copie del nastro per verificare che fossero buone e non ci fossero difformità o difetti di duplicazione. Ed ecco così pronto il 1° Lp su cassetta dei Potage, tirato in duecento esemplari, che andarono sold out in un paio d’anni. Quando nel 1987 registrammo Suono Fresco ne erano rimaste un pugno di copie. Ma questa è un’altra storia.

Ringraziamenti
Grazie a Matteo Tovaglieri, Massilanciasassi e Alessio Brunialti, che fracassandomi i coglioni con frequenti sollecitazioni, mi hanno spinto a mandare in stampa questo vinile. Eterna gratitudine a Matteo, del “The Shelter Recording Studio” che ha effettuato la riequalizzazione e masterizzazione (il riversamento in digitale fece in tempo a farlo Speedy Angel) e a Paolo Proserpio, che ha realizzato le grafiche e la stampa. Grazie alla DES Records e a  tutti coloro che hanno contribuito a raggranellare la somma necessaria a produrre il disco facendosene sponsor (la Trattoria San Bias, il Joshua Blues Club, Samu, Silver Paul, Aurelio “Gancio”), assieme agli altri 61 acquirenti della ristampa anastatica della cassetta che ho curato durante il lockdown. Grazie anche a Carlo Secchi che scattò la foto del foglio interno. Questa edizione in vinile la  dedico a tutti i ragazzi e le ragazze che con il sottoscritto, “sono stati nella band”: Speedy Angel, Big Luca, Lanky Clive, Crazy Erica, David Action, Silver Paul, Mario Cannone, Kim Harley, il Reverendo, Tommi Campanella, Billie McGowan. Lunga vita ai Potage allora? No, è durata già fin troppo. Che il rock’n’roll, piuttosto, possa sopravvivere sul pianeta fino a quando servirà a rendere più bella la vita anche di un solo essere umano.

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