Serial Killer / Carate Urio

La storia del mostro di Milano nato sul lago di Como

Il primo serial killer e le sue origini lariane, ecco chi era

Per arrivare in via Bagnera e alla storia del mostro di Milano, il crudele assassino che agiva nel vicolo più stretto della metropoli, bisogna partire dal lago di Como e in particolare da Urio, dove nacque Antonio Boggia, Boggia, armato di mannaia (nella foto sopra) macellava le sue vittime e le buttava in una cantina della stretta e buia via Bagnera, Per sua sfortuna, Boggia a un certo punto fu scoperto, arrestato e successivamente impiccato in piazza. Dopo la condanna a morte di Boggia, a Milano non ci furono più esecuzioni pubbliche di civili. 

Via Bagnera è la via più stretta di Milano. Una via apparentemente insignificante che si trova nella zona delle “Cinque Vie”, appena dietro Via Torino. Nella realtà è un antico vicolo che ha più storia (di sangue) che spazio. In quella via agiva infatti il primo serial killer italiano Antonio Boggia, meglio noto come “Il Mostro di Milano” o “Il Mostro di Via Bagnera”. Boggia era però nato sul Lario e i suoi trascorsi passano anche da Como. 

La storia del Mostro di Milano

Antonio_BoggiaAntonio_Boggia

Nato nel 1799 a Carate Urio, un piccolo paese sul lago di Como, nel 1824 Boggia (all'età di venticinque anni) ebbe i primi problemi con la giustizia in seguito a una denuncia per truffa e a numerose cambiali non onorate. Fuggì nel Regno di Sardegna, dove subì un ulteriore processo a causa di una rissa e di un tentato omicidio. Incarcerato, approfittò di una rivolta per fuggire e tornare nuovamente nel Lombardo Veneto. Si trasferì poi a Milano facendosi assumere, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, a Palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco, in veste di fochista e trovando un'abitazione in via Gesù.

Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la consorte in via Nerino 2, nello stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio, che sarà una delle sue vittime. Boggia cominciò a uccidere nell'aprile del 1849: la prima vittima fu Angelo Ribbone, che venne derubato di 1 400 svanziche e il cui cadavere venne smembrato e nascosto nello scantinato del Boggia nella Stretta Bagnera. Il 26 febbraio 1860, in seguito all'istituzione dei Carabinieri Reali, con sede a Palazzo Cattaneo in via Moscova a Milano, Giovanni Murier denuncia la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, di 76 anni.

Il giudice Crivelli si occupò delle indagini, scoprendo l'esistenza di una procura falsa, stipulata innanzi al notaio Bolza di Como, che investiva Antonio Boggia del ruolo di amministratore unico dei beni della donna. Si scoprì anche un precedente del Boggia che nel 1851 aveva tentato di uccidere con un'ascia un anziano contabile, suo conoscente, tale Giovanni Comi. Boggia venne condannato dalla giustizia austriaca a tre mesi nel Manicomio Pia casa della Senavra per poi tornare libero.

Via_Bagnera foto nappiVia_Bagnera foto nappi

Alla denuncia di scomparsa si aggiunse la testimonianza dei vicini che avevano visto Antonio Boggia armeggiare con sacchi da muratore, mattoni e sabbia in un magazzino di stretta Bagnera nei pressi di via Torino nel centro di Milano, tra la Basilica di Sant'Ambrogio e il Duomo. La perquisizione del luogo fece scoprire, murato in una nicchia, il cadavere della donna. In una scrivania nell'appartamento del Boggia vennero trovate altre due procure. Nella prima, Angelo Serafino Ribbone, manovale e suo compaesano, lo autorizzava a prelevare i propri averi presso un'anziana zia di Urio. Dell'uomo si erano perse le tracce: era stata la prima vittima. Nella seconda procura, il ferramenta Pietro Meazza incaricava Antonio Boggia di vendere la sua bottega e una cantina sita in via Bagnera. Anche questo personaggio non era più rintracciabile. Un'ispezione nella cantina portò a un risultato sconcertante: i cadaveri rinvenuti nel sotto pavimento erano tre anziché i due cercati dai carabinieri. Dopo molte ricerche fu possibile attribuire i resti del terzo corpo a Giuseppe Marchesotti, commerciante di granaglie all'ingrosso, anche lui assassinato da Antonio Boggia. Durante il processo che ne seguì confessò gli omicidi e cercò fino all'ultimo di fingersi pazzo. Venne giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione.

via bagneravia bagnera

La sentenza fu resa esecutiva l'8 aprile 1862, non lontano dai bastioni di Porta Ludovica e di Porta Vigentina. Fu l'ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano fino alla seconda guerra mondiale: infatti la pena di morte venne abolita nel 1890 dal Codice Zanardelli. Il corpo decapitato di Antonio Boggia fu sepolto nel cimitero del Gentilino presso il bastione di Porta Ludovica, mentre la testa fu messa a disposizione del Gabinetto Anatomico dell'Ospedale Maggiore su richiesta del dott. Pietro Labus e successivamente affidato al padre della criminologia, Cesare Lombroso, che con grande clamore ne trasse la conferma delle sue teorie circa il delinquente nato.

La testa del Boggia venne poi portata a Musocco nel 1949; nell'ottobre del 2009 venne ritrovata invece una mannaia da macelleria già di proprietà dell'Ospedale Maggiore nel mercato collezionistico; la mannaia è tuttora conservata al Museo di Arte Criminologica di Olevano di Lomellina. Una leggenda milanese narra che il fantasma dell'assassino vaghi ancora nei pressi di via Bagnera: esso si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente.

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