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Venerdì, 28 Gennaio 2022
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Santa Marta, un antico gioiello lungo la Via Verde del lago di Como

Un’affascinante ipotesi fa risalire la consacrazione della prima chiesa al 1095

Un altro gioiello monumentale lariano, un altro edificio religioso situato in una magnifica posizione che domina il lago di Como. La chiesa dei Santi Nazario e Celso, più conosciuta come S. Marta, è situata tra il verde della vegetazione e l’azzurro del Lario, accanto al cimitero di Carate. La si raggiunge facilmente in auto ma anche percorrendo la magnifica "Via Verde", un  percorso che unisce Rovenna a Laglio, attraversando Moltrasio e, appunto, Carate.

Un’affascinante ipotesi fa risalire la consacrazione della prima chiesa al 1095, ad opera di papa Urbano II, in viaggio verso Clermont Ferrand in Francia, dove lanciò l’appello per la Prima Crociata. Non ci sono prove documentarie di tale ipotesi, ma alcune testimonianze dell’epoca attestano il passaggio di papa Urbano II, cluniacense, da Nesso, dove era sepolto il vescovo Rainaldo collaboratore di papa Gregorio VII e grande sostenitore della riforma dell’Ordine. Il legame fra Nesso e Carate era strettissimo, perché la chiesa dei Ss. Nazario e Celso (poi S. Marta) era allora compresa nella Pieve di Nesso.

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Il nucleo originario dell’edificio risalirebbe al secolo XI e, secondo Vincenzo Barelli, era già nominato in una Bolla Papale di Alessandro III (1159-1181). L’impianto dell’attuale chiesa a tre navate risalirebbe ai secoli XIII – XIV, ad eccezione dell’Oratorio della Confraternita di Santa Marta, realizzato nella prima metà del XVI secolo, della Cappella Peverelli e del locale attiguo all’Oratorio della Confraternita (che un tempo lo metteva in comunicazione con la sacrestia), ascrivibili al secolo XIX. Nel corso del XX secolo la chiesa è stata più volte interessata da interventi di restauro interno ed esterno.
La chiesa dei Ss. Nazario e Celso era anticamente la “parrocchiale di Carate”, dipendente della prepositurale di S. Giorgio a Laglio fino al 1653, quando il titolo di Parrocchia autonoma passò alla chiesa di S Giacomo e Filippo.

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Esterno
La semplice facciata a capanna è rivolta verso ovest, mentre l’abside volge ad est, come prevede l’orientamento tipico delle prime chiese. Al centro si apre il portale rettangolare, ai cui lati si intravedono i segni dei pilastri interni della navata principale. Alla base della facciata, un lungo gradino funge da sedile, offrendo riposo ai fedeli. Una grande finestra termale cinquecentesca dà luce all’interno, come pure le due piccole finestre rettangolari inferiori, protette da inferriate, in corrispondenza delle navate laterali. Nella parte superiore della facciata sono presenti altre due aperture: quella sinistra, murata, reca un affresco parzialmente cancellato di un angelo che porta in cielo un’anima del Purgatorio, mentre quella di destra è coperta da un’anta di legno. La parte più interessante dell’intero complesso è il campanile romanico, in pietra a vista, sul lato meridionale della chiesa, che rimane “incassato” all’interno della navata destra. Si presenta in quattro ordini, scanditi da dentelli marcapiano e da archetti pensili, tipici dell’architettura romanica.

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Nel primo è presente una lunga feritoia voltata; i due ordini centrali sono caratterizzate da eleganti bifore con capitello a stampella; nel quarto, quello superiore, si apre la cella campanaria, secondo alcuni storici dell’arte di costruzione cinquecentesca, secondo altri coeva agli altri ordini. Sul lato meridionale della chiesa si aprono due finestre rettangolari con grata e due porte d’accesso secondarie; la prima, antichissima, era utilizzata come accesso per le salme in occasione dei funerali nella zona antistante l’altare, mentre l’altra, più recente, introduce nel locale attiguo all’oratorio della Confraternita. Nello spiazzo antistante il lato meridionale svetta una colonna eretta in seguito ad un voto in occasione di un’epidemia seicentesca. Il lato settentrionale della chiesa, aperto anch’esso da due finestre con grata, è dominato dalla presenza della cappella Peverelli, eretta da una famiglia locale attorno alla metà del secolo XIX in stile ecclettico; attualmente vi trovano sepoltura i parroci di Carate. I fianchi laterali della chiesa, come il muro che circonda il sagrato, sono ornati con lapidi dei secoli XIX - inizio XX. 

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Interno
Si accede all’interno scendendo sette gradini. La chiesa ha una pianta longitudinale, divisa in tre navate da due serie di tre pilastri sormontati da archi a tutto sesto, che individuano volte a crociera. La pavimentazione è in lastre di pietra di Moltrasio; nella zona antistante l’altare maggiore, sul pavimento, alcune lapidi indicano sepolture di personaggi locali. Nella controfacciata è presente un interessante lacerto di antico affresco raffigurante il Volto di Cristo.
Sulla destra entrando, si trova una pregevole acquasantiera, la cui base è costituita da un capitello trecentesco rovesciato; la vaschetta barocca è in marmo nero. La parete destra della chiesa è ornata, oltre che dalle croci di consacrazione, da affreschi devozionali attribuiti a diversi autori ignoti, risalenti verosimilmente al secolo XV. Raffigurano rispettivamente l’Ultima Cena, incorniciata da un fregio decorativo (sopra la raffigurazione degli undici apostoli è riportato per ognuno il nome in caratteri gotici); Sant’Antonio Abate e una Madonna del Latte in trono (questi due dipinti sono sormontati da una scritta in carattere gotico con l’indicazione dei committenti delle famiglie De Papis e Taroni e una data incompleta 14…); un Santo martire con spada; Sant’Agata; Tre Santi. Di queste tre figure, è stato ipotizzato che la prima da destra, un ecclesiastico con mantello rosso con in mano un modellino di una chiesa, possa rappresentare San Gottardo, il cui culto era diffuso anche sul Lario, una delle principali vie tra il Nord e il Sud Europa; le altre sarebbero i Santi Nazario e Celso, cui in origine la chiesa era dedicata. La cruda raffigurazione del martirio di Sant’Agata testimonia la devozione a questa martire; già nel 1307 una pergamena attesta tale culto, citando un altare a lei dedicato al fondo della parete destra (ricordato anche negli Atti della Visita pastorale del Vescovo Feliciano Ninguarda nel 1593). In questa posizione ora si trova una settecentesca Pietà in stucco soprastante il vestigio di un altare eretto nella prima metà del secolo XVIII come tappa conclusiva della Via Crucis e rimosso nel 1870.

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Sotto il pulpito ligneo, una porta dà accesso al campanile; oltre il piccolo corridoio che comunica con l’entrata laterale destra della chiesa, si apre la sacrestia.
Il presbiterio, delimitato da due gradini e da una cancellata in ferro è illuminato da una finestra termale sovrastante. L’altare maggiore, risalente ai primi decenni del secolo XVII, è caratterizzato da una pala raffigurante la Madonna con Bambino e i Santi Nazario (a sinistra), Celso (a destra) e offerente (l’ecclesiastico in basso a sinistra), circondata da una ricca trabeazione in stucco, probabilmente opera della bottega dei Bianchi di Moltrasio (a questo proposito don Pietro Buzzetti indica come direttore dei lavori della riqualificazione seicentesca del presbiterio lo stuccatore Giuseppe Bianchi). Ai lati della pala, sulla parete a cui si addossa l’altare, sono presenti affreschi pesantemente ridipinti: a destra S. Carlo Borromeo, sormontato dalla raffigurazione della Fede; a sinistra San Giovanni Evangelista, sovrastato da un piccolo tondo con la Speranza. Le pareti laterali del presbiterio e la volta sono decorate rispettivamente da scene della Vita dei Santi Nazario e Celso e una Trinità centrale, attribuiti sulla base di un confronto stilistico da Simona Capelli a Gio Batta Valnera (artista che ha lavorato nella cappella di S. Nicola nella Parrocchiale di Laglio), accompagnati da decorazioni in stucco.

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Al termine della navata sinistra, un gradino porta all’altare di Santa Marta, circondato da una balaustra in arenaria. Già citato negli Atti della Visita pastorale del Vescovo Feliciano Ninguarda nel 1593 come «fatto di nuovo dalli scolari di S.ta Marta, co’ disegno di farlo consacrare», attualmente appare ornato da una trabeazione seicentesca in stucco che circonda una pala raffigurante la sorella di Lazzaro attorniata dai confratelli vestiti con tuniche bianche e il caratteristico cappuccio calato sul viso. Questa tela, secondo il Buzzetti, sarebbe stata dipinta attorno al 1640 da un artista detto “il Bianco di Moltrasio”, presumibilmente un esponente della famiglia Bianchi, lasciando presupporre un collegamento con gli artisti che avevano lavorato nel presbiterio. Fin verso la metà del Seicento il dipinto qui posizionato era verosimilmente quello attualmente conservato nell’Oratorio della Confraternita: una tradizione vuole che l’allora parroco, residente a Laglio, adducendo pretesti vari, in occasione di una festività non andò a celebrare la Messa a S. Marta. I caratesi si spazientirono e inviarono due uomini per obbligarlo. Alle parole del sacerdote «Che non possa più vedere le vostre facce!», pare che uno dei due avesse risposto: «Le vedrai finché siamo vivi, e anche dopo». Per mantenere la loro promessa, i due avrebbero sostituito la precedente pala cinquecentesca con un nuovo quadro della Santa, in cui avrebbero fatto dipingere i loro volti.

Sopra la mensa è l’unico tabernacolo della chiesa in legno dorato. La parte in stucco attorno al tabernacolo, la mensa con le tre teste cherubiche e il paliotto risalgono al secolo XVIII e sarebbero attribuibili allo stesso autore della Pietà. Ai lati dell’altare due nicchie accolgono due busti-reliquiari lignei. Davanti all’altare una teca in legno e vetro racchiude una statua lignea del Cristo Morto. All’esterno della balaustra vi è un tronetto sul quale è posta una statua di Santa Marta nella sua iconografia classica, portata in processione il giorno della sua festa. L’Oratorio della Confraternita, cui si accede attraverso una porta a lato dell’altare della Santa, fu aggiunto alla chiesa presumibilmente nella prima metà del Cinquecento. Addossati alle pareti sono ancora visibili i banconi in legno dove sedevano e pregavano i confratelli; sulla volta campeggia un affresco settecentesco con la Gloria di Santa Marta, attribuibile a Pietro Bianchi da Como detto Bustino (attivo nel 1681-1720).

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Sulla parete retrostante l’altare della santa invece è affrescata una Lavanda dei piedi risalente alla prima metà del XVI secolo, sormontato da un fregio posteriore con ornamentazioni floreali e la raffigurazione di un castello con Santa Marta; su quella adiacente (da notare nell’angolo, il lacerto di affresco di Piedi con bastone, coevo alla Lavanda dei piedi) è posta una pala cinquecentesca circondata da una ricca cornice in legno, di soggetto simile a quella dell’altare della titolare all’interno della chiesa (Santa Marta e confratelli), da cui è stata sostituita, secondo la tradizione, attorno alla metà del Seicento. Di questo oratorio si legge negli “Atti” della Visita Pastorale del Ninguarda (1593): «vi è un luogo dove si congregano i scolari di S.ta Marta, et le dominiche et altre feste principali si convengono in d.o luogo a recitare i divini offici et altre orationi conforme all’instituzione di d.a Scola. L’elemosine et i legati che si lassano a detta scola si governano da Sindaci, et gli anni passati sono stati imprestati a diverse persone, le quali ristanno da pagarli (una Società di Mutuo Soccorso in piena regola!). Fanno celebrare in q.sta chiesa detti scolari, la festa della Santa et altri offici secondo l’occorrenza». Sulla parete sinistra della chiesa spicca un’Adorazione dei Magi di stile manierista veneto, databile all’inizio del Seicento.
 
La Via Crucis
La posizione privilegiata della chiesa ha suggerito nel Settecento la realizzazione di un percorso della Via Crucis che ricorda le tappe fondamentali della passione di Cristo, lungo uno degli accessi provenienti dal centro di Carate. La prima cappella è posta infatti accanto all’oratorio di S. Rocco ad Olzavino. Nel 1752 viene nominata per la prima volta nel resoconto della visita pastorale del Vescovo Agostino Maria Neuroni. Nel 1885 le cappelle sono state dipinte da Antonio Sibella di Lecco. Nel 1910 le ultime due cappelle di allora (le attuali XII e XIV) sono state riedificate e dipinte dall’artista locale Giuseppe Maggi. In seguito ai lavori di costruzione della statale Regina “nuova” e della strada di collegamento con quella “vecchia”, il tracciato ed alcune cappelle hanno subito piccoli spostamenti.

Nel 1959 – 60 il pittore Carlo Maria Mauri, poi sindaco di Carate, aveva ridipinto le scene delle stazioni su supporti mobili di eraclit, come ricorda una lapide posta sul fianco della XIII cappella, eretta proprio in quell’occasione. Questi pannelli sono stati restaurati negli anni 2002-2003 dall’Accademia di Belle Arti “Aldo Galli di Como”. La disposizione delle cappelle si adegua alla morfologia del terreno; il loro stile architettonico è vagamente neoclassico. La Via Crucis si snoda su un percorso di circa 300 metri, in selciato disposto a gradoni. La salita, benché non troppo ripida, risulta volutamente faticosa; tale scelta è legata allo scopo di condurre il pellegrino attraverso un percorso non solo fisico, ma anche spirituale, verso il Divino. In questa ottica il ruolo della fatica, fatto ineliminabile dell’esperienza di ogni uomo, è quello di favorire l’evoluzione interiore del pellegrino, in modo da avvicinarlo e prepararlo a scoprire il Mistero che si manifesta nella meta finale.
 

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