Ritratto di un (vero) negazionista

Un fenomeno ingigantito da un racconto sbagliato

Un negazionista

Le parole sono importanti e soprattutto in tempo di pandemia bisognerebbe stare molto attenti al linguaggio che si usa. Non so se ci avete fatto caso ma l'orribile definizione "nuova normalità" è quasi sparita dopo l'indigestione della prima ondata di covid. O forse ci siamo già così immersi in un altro stile di vita che non è nemmeno più nuovo. Tra le tante definizioni di questa stagione che ama abusare le terminologie di guerra, ve ne è una che sta rivestendo un ruolo più importante di altre: negazionista. In certi salotti, s olo a sentirla pronunciare, vengono i brividi.

E in effetti fino a qualche mese fa la pelle d'oca aveva un senso, visto che il termine era quasi sempre associato a chi nega la shoah. Dicevi negazionista e subito pensavi all'olocausto, al genocidio degli ebrei. Oggi invece basta fare una semplice ricerca su Google per accorgersi che alla parola negazionista ne viene subito suggerita un'altra: "covid". Insomma, il negazionista 2.0 ha finalmente trovato nella pandemia qualcosa di nuovo da negare. 

Qualcuno nei giorni scorsi è arrivato persino ad accostare il negazionismo alla demenza. Per quanto forte, il punto non è l'accostamento, ma il recinto in cui si vuole "rinchiudere" il negazionismo, termine, riporto testualmente la Treccani, con cui viene indicata una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo la quale, attraverso l'uso spregiudicato e ideologizzato di uno scetticismo storiografico portato all'estremo, non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia contemporanea ma si spinge fino a negarne l'esistenza.

Ed è qui che entra in gioco una narrazione quotidiana spesso in malafede o perlomeno superficiale. Quella che prevede l'iscrizione obbligatoria nell'esercito dei negazionisti non solo di tutti coloro che negano (una sparuta armata Brancaleone) ma di chiunque osi avere pensieri diversi sul covid: dalla sua genesi all'uso delle mascherine, dal lockdown alle altre limitazioni imposte, dai vaccini alle cure, senza però aver mai negato l'esistenza stessa del virus. Idee, spesso anche discutibili, ma che certamente nulla hanno a che fare con il negazionismo, altrimenti si alimenta un "fenomeno" ingigantendolo a dismisura, fino a far credere che in Italia ci siano milioni di negazionisti. Che sono invece un po' come quelle anime perse dei terrapiattisti del complottismo, altra questione su cui si protrebbero spendere fiumi di inchiostro senza buttare per forza tutto in caciara, soprattutto quando si sa che la storia ha spesso bisogno di decenni per elaborare i suoi processi, basti pensare, ad esempio, al golpe in Cile.

Ma rimaniamo ai veri negazionisti del covid, gli unici "degni" di quel nome. Ovvero quelli che negano la pandemia arrivando persino a negare l'evidenza degli ospedali tragicamente pieni. Quelli che ti sputano in faccia. Quelli che urlano in piazza che il covid non esiste. Ma realmente, quanti sono? Molti meno di quelli che sembrano quando vengono raccontati. Qualche centinaio di disperati che fanno più scalpore che danni, essendo meno credibili di una qualsiasi Vanna Marchi. Non fermarli lì, nella loro colorata pochezza, non  è un buon esercizio per la democrazia che ha il dovere di contenere il negazionismo quanto quello di proteggere il civile dissenso. 

Perchè il vero pericolo non sono quattro beceri urlanti, non lo possono essere in un Paese sano, che fino a prova contraria si regge su una solida Costituzione: i veri negazionisti sono troppo volgari, troppo pittoreschi e (per fortuna) troppo pochi. Il pericolo non è il loro sparuto fanatismo. Il pericolo, piuttosto, arriva dalla deriva ideologica in cui sono cascati, per credo, convenienza o voglia di apparire, anche molti scienziati, virologi, medici che ogni giorno ci propinano verità e bufale con la stessa forza del vento che gira. E sia ben chiaro, caso mai fosse sfuggito, che questo non è certo un elogio al negazionismo ma solo il suo ridimensionamento al reale fenomeno che è. Un nulla che a qualcuno piace trasformare in rumore. 

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