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A Como c'è un grande prato verde dove muoiono le speranze

L'incredibile storia (con foto gallery) dell'ex ospedale psichiatrico di Como

L'area dell'ex San Martino a Como è un altro di quei luoghi di umanità resistente, ricco di bellezza, disagio e solidarietà. Se esci dall'idea di essere in un mondo sospeso tra Mad Max e Blade Runner, ci trovi davvero di tutto. Dalle comunità diurne alle associazioni, dalla Chiesa ortodossa russa all'Ordine di Malta, dal degrado alle tende per l'hub dei tamponi covid. Dalla desolazione degli edifici abbandonati ai ruderi scomposti, da un bosco di abeti a un immenso prato verde grande come San Siro che domina la città. Dove il silenzio è come un mare senza pesci.

C’è un grande prato verde
Dove nascono speranze
Che si chiamano ragazzi
Quello è il grande prato dell’amore

Cantava così Gianni Morandi nel 1967, quando l'Ospedale Pischiatrico era ancora pienamente in funzione. In epoca recente abbiamo vissuto a lungo la suggestione che potesse diventare proprio un luogo di speranze per i più giovani con un campus universitario. Un sogno mai nato, insieme a quello di veder fiorire un bosco urbano. E ancora lo “scippo” dell’archivio documentale ormai lontano dall’ex ospedale psichiatrico San Martino. In altre parole, parafrasando il celebre brano dell'eterno ragazzo, a Como c'è un grande prato verde dove muoiono le speranze. 

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Quel che resta in questo immenso luogo è un po' di vita sparsa tra padiglioni in gran parte inutilizzati e una pila di progetti mai decollati. Anche quello delle sale prova durato poco più di un bagliore. Uno dei tanti luoghi simbolo di una città incapace di fiorire, quasi rassegnata a vivere un eterno inverno. L'unica certezza, da tenere bene in mente, è che nessuna operazione che riguardi il San Martino - lo ricordava a suo tempo l'ex assessore all'Urbanistica Lorenzo Spallino - potrà comportare una volumetria aggiuntiva. Il recupero dell’area non potrà quindi prescindere dalla valorizzazione del parco. Per modificare tale assetto, occorrerebbe una variante del piano regolatore che a questo punto ci si augura non avvenga mai.

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Eppure esplorare l'immensa area dell'ex San Martino, dove ancora sboccia bellezza come quella offerta da Oltre il Giardino, dove ancora vagano solitarie anime perse, dove ancora si respira la sua lunga storia di sofferenza, è davvero un'esperienza che non può lasciare indifferenti. Evoca suggestioni che si combattono tra loro, lasciando sospeso ogni lamento. E' un luogo che merita una riflessione profonda da parte di tutta la città. Se Como ha un futuro, una visione d'insieme, non può fare a meno di passare attraverso questo cancello.

La storia

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A causa del sovraffollamento del Manicomio La Senavra di Milano, dove la Provincia di Como ricoverava i propri malati, si rende necessaria la costruzione di un nuovo edificio. Viene quindi bandito il “Programma per l’erezione di un manicomio nella provincia di Como” nel 1863 e seguito nel 1871 dal bando di concorso. Nessuna proposta fu ritenuta soddisfacente e il Consiglio provinciale invitò la Deputazione ad avanzare nuove proposte, prendendo ad esempio il nuovo Manicomio di Imola. 

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Il progetto di Luzzani e Casartelli viene realizzato tra il 1878-1879 prevedeva quattro corpi simmetrici, che racchiudono due ampi cortili rettangolari tra loro separati da un asse centrale, su cui sorgono amministrazione, cucine, bagni, lavanderie. Nei cortili vi sono due padiglioni più piccoli a T, collegati tramite percorsi coperti con il resto del complesso. Gli edifici sono disposti in maniera simmetrica, tre per la sezione maschile e tre per la sezione femminile. Di ognuno, il primo padiglione era destinato agli agitati, quello centrale di minor ampiezza ad infermeria e l’ultimo per i tranquilli. I quattro edifici maggiori costituiscono i reparti con le sale comuni al piano terra e i letti al secondo. A pochi anni dall’inaugurazione, nel 1905 vengono realizzate due ali laterali in cui sono ricavati i bagni, che chiudono il lato libero dei grandi cortili conferendo l’aspetto odierno.

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La disposizione planimetrica dell’istituto, venne successivamente ritenta antiquata e perciò sottoposta a modifiche tra il 1906 e il 1913: il progetto mirava a trasformare il complesso in un manicomio-villaggio, con padiglioni disseminati nel verde in modo irregolare. Si decide di conservare i vecchi edifici per i malati cronici, i criminali e i lavoranti nella colonia agricola, con l’intenzione di separare i curabili dagli incurabili, ma per il grande costo dei lavori si decise di annettere i terreni adiacenti al manicomio in modo da costruire nuovi padiglioni in posizione ravvicinata al vecchio nucleo ospedaliero, mettendo in comune anche alcuni servizi.

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Nel 1910 vengono realizzati tre padiglioni per i cronici a doppia T (simili ai padiglioni di Gorizia, Trieste, Udine, considerati i più moderni ospedali); nel 1912 il nuovo villino per il direttore (foto sotto); nel 1914 il padiglione di isolamento per le malattie contagiose. Nella seconda metà del 900 viene edificata la nuova chiesa in sostituzione della cappella localizzata presso l’alloggio suore nell’edificio centrale: l’ingegner Enrico Gavonelli realizza una chiesa con impianto a croce greca in quanto l’aula rettangolare è attorniata dall’abside maggiore; l’aula è coperta da una cupola centrale che esternamente si presenta quadrata, a gradoni.

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Nel 1947, per far fronte alla carenza di spazi nelle vecchie strutture manicomiali e all’aumento dei ricoveri, l’amministrazione provinciale aprì un reparto neurologico femminile. Per la stessa ragione, vent’anni dopo ne inaugurò un altro maschile, che funzionava anche da osservazione, presso la Villa del Soldo di Alzate Brianza. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu inoltre incrementata l’attività extraospedaliera, con l’organizzazione di servizi di igiene mentale e l’apertura di presidi a Bellano, Menaggio, Merate, Erba, Cantù e Lecco.   

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L’istituto comasco fu coinvolto marginalmente nel movimento di riforma psichiatrica che si diffuse in Italia a partire dagli anni Sessanta. Nel 1973 vennero dimesse cinquanta donne in regime controllato e trasferite nella clinica privata Villa Aurora, lontana dall’area dell’ospedale psichiatrico e organizzata come una comunità terapeutica. Tre anni dopo, allo scopo di integrare l’attività ospedaliera con quella extraospedaliera, si attuò la settorializzazione dell’ospedale psichiatrico sul modello francese, che prevedeva la continuità terapeutica tra l’interno e l’esterno del manicomio, e la formazione di équipe pluriprofessionali.

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Nel 1977 sorsero tre “comunità aperte” in altrettanti padiglioni esterni al corpo manicomiale, destinate ad accogliere pazienti per cui il reinserimento sociale appariva impossibile o quantomeno difficile. In quegli anni i ricoverati arrivarono a quasi duemila. Con la legge 180 del 1978, che stabiliva la chiusura degli ospedali psichiatrici, e con la riforma delle Unità sanitarie locali stabilita dalla legge 833/1978 che istituì il Servizio sanitario nazionale, i servizi psichiatrici passarono tra le competenze regionali. Il complesso psichiatrico di Como venne definitivamente chiuso nel 1999.

Fonti (Matteo Fiorani e Gianfranco Giudice - Università degli Studi di Milano Bicocca)

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