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Cosa devono sapere i genitori che pubblicano online le foto dei loro figli

Si definisce “sharenting” la tendenza ad esibire costantemente sui social i propri figli minori che, una volta adulti, potrebbero risentirne degli effetti

Un fenomeno che può avere risvolti spesso sconosciuti. Eppure sempre più spesso le foto dei propri figli riempiono i social. Una "moda" che non riguarda certo solo i vip. Sull'argomento riprendiamo l'articolo di Today, che chiarisce i molti aspetti di un'abitudine sempre più diffusa, come se Facebook o Instagram fossero un album di famiglia da mostrare a tutti.  

“Per quando sarai grande e riguarderai questa foto, è stata un’idea di tua madre” scrive Fedez rivolgendosi alla figlia ritratta con lui, mamma e fratellino con indosso un curioso abito da zucca arancione. Oggi Vittoria ha sette mesi e probabilmente da adulta sorriderà dello scatto che sui social ha conquistato più di un milione di like. Se anche lei proverà la stessa sensazione di imbarazzo di tanti bimbi delle vecchie classi che, da adulti, si sono ritrovati nelle foto di famiglia immortalati nelle circostanze più bizzarre, non è possibile saperlo, almeno per ora. La secondogenita dei Ferragnez, come la moltitudine dei suoi coetanei, rientra nella cosiddetta generazione Alpha, quella nata nel 21esimo secolo e, come tale, dotata per definizione di tutti gli strumenti tecnologici, culturali, intellettivi per rapportarsi con dimestichezza alla realtà virtuale.

Al momento, tuttavia, la certezza è che un tempo gli album di famiglia testimoni della stravaganza artistica dei famigliari potevano essere strategicamente occultati o, almeno, essere limitati alla goliardia di parenti o amici più stretti; oggi, invece, tutto resta: la memoria collettiva si mantiene viva grazie alla rete social dove, potenzialmente, qualsiasi fotografia resta impigliata per sempre, appannaggio di una cronistoria allergica all’oblio.

Cos’è lo sharenting

Vip, ma non solo: ormai la tendenza a postare le facce tenere, buffe e capricciose dei figli piccoli che mangiano, giocano, dormono, ridono, piangono è quasi prerogativa generalizzata anche del genitore ‘normal person’, esponente anche lui di un  diffuso fenomeno che trova nel termine di sharenting la sua spiegazione. Il neologismo - risultato della contrazione di share (condividere) e parenting (genitorialità) - fa riferimento alla costante esibizione dei figli sui social network che, secondo uno studio della Northumbria University, nel 2019 ha riguardato il 42% dei genitori del Regno Unito. Stando all’indagine, inoltre, il genitore medio condivide quasi 1.500 immagini del proprio figlio prima del quinto compleanno e oltre l'80% dei bambini è già presente online all'età di due anni. 

Al netto dell’inopportunità di esprimere giudizi su tale scelta, la domanda che ci si pone è se in futuro i piccoli soggetti così esposti potranno risultare infastiditi dalla consuetudine di vedersi raccontati sin dal primo vagito attraverso le foto pubblicate da mamma, papà o adulti di riferimento. Il rischio, infatti, è che al bambino venga costruita un’identità digitale prima che lui stesso se ne sia costruita una. Dunque, davvero tutti quei bimbi ormai adolescenti saranno contenti di ritrovarsi al centro del racconto che li ha riguardati per anni? O ci sarà anche qualcuno che manifesterà disagio, fastidio, rabbia per un protagonismo non richiesto? Insomma, i genitori, per quanto spinti sempre da ottime intenzioni, sono del tutto consapevoli delle loro azioni?

Ne abbiamo parlato con Francesca Castro, psicologa e psicoterapeuta, che anche sulla base della sua esperienza, ci ha aiutato a comprendere meglio la questione e le possibili ripercussioni che potrebbero ricadere sui bambini di oggi, adulti e utenti di domani.

Cosa spinge i genitori a pubblicare le foto dei propri figli sui social, a condividere con gli altri - con i "follower" - ogni momento della loro crescita? 

La motivazione più comune può senz’altro essere il desiderio di condividere la propria quotidianità con le persone care che sono lontane. Talvolta, anche per ingenuità, può accadere che non venga ben valutata l’opportunità di condividere alcune immagini, per esempio rendendole pubbliche sui social, magari senza considerare i contesti che ritraggono. Infine, in alcuni casi può avere un peso anche la ricerca di una certa gratificazione, che potremmo chiamare “narcisistica”, propria di chi insegue l’approvazione sociale mediatica.

Oltre al momento in sé raccontato plasticamente da una fotografia, un'immagine esprime anche un'emozione: quella di chi pubblica la foto (che di norma la descrive nella didascalia o con vari hashtag) e quella del soggetto rappresentato, in questo caso, un figlio minorenne. È sparito il senso del pudore, di riservatezza di sentimenti, oppure con l'avvento dei social è cambiato il concetto di privacy?

Sicuramente è cambiato il senso del pudore e della riservatezza. Oggi l’educazione digitale è ancora molto scarsa, non sempre ci è ben chiaro che l’interlocutore è una comunità intera, ancorchè mediata da un contesto virtuale: basti pensare a quanto viene monetizzata la privacy dei personaggi pubblici, che acquisisce valore proprio sulla base della curiosità (coincidente talvolta con un istinto voyeuristico) degli utenti. In rete, un servizio proposto agli utenti come “gratuito” spesso ha un costo nascosto, pagato attraverso le informazioni che forniamo sulle nostre preferenze ed abitudini. Il soggetto però non sempre ne è consapevole e si muove in quel mondo pensando di essere solo spettatore, non costruttore attivo della parte di realtà, mediata dalla rete, di cui fa esperienza.

Qual è oggi il limite tra pubblico e privato?

Ciascuno di noi ha la responsabilità di interrogarsi su questo e, una volta individuati i limiti tra ciò che ritiene condivisibile con la comunità e ciò che invece rientra in una sfera privata, ha la responsabilità di difendere quel limite, anche nei confronti delle valutazioni che altri possono fare diversamente. Ci sono ad esempio genitori consapevoli dei rischi della rete, impegnati a gestire conflitti con le famiglie allargate, con i parenti, che hanno invece un utilizzo dei social meno attento e tendono a postare foto dei nipotini o informazioni private, inconsapevoli dell’inopportunità di queste azioni senza il consenso dei genitori del bambino.

Quali sono i rischi della diffusione delle foto di minori? Da un punto di vista psicologico ed emotivo della persona che cresce e si ritrova sui social le foto di lui da bambino, ma non solo.

I rischi più facilmente intuibili sono legati al fatto che l’immagine del minore possa esporlo ad adescamenti o reti implicate nella pedofilia, tuttavia questa non è l’unica criticità in cui si può incorrere. Tutto ciò che mettiamo in rete non è più sotto il nostro controllo, e non è cancellabile. Sarebbe opportuno ricordarlo, e mettere in conto il fatto che ciò che pubblichiamo oggi può creare disagio, imbarazzo o danno psichico un domani. Pensiamo a rischi connessi al bullismo: non è detto che le immagini che il genitore mette in rete oggi, trovandole buffe o simpatiche, possano venire considerate con la stessa benevolenza in età adolescenziale dal ragazzo o dalla sua rete interpersonale. È possibile escludere che la circolazione di foto causi domani imbarazzo, scherno o vessazioni? Chi di noi non ha provato vergogna quando i nostri genitori o parenti esibivano gli album di foto della nostra infanzia, magari durante una cena tra amici adolescenti? Se esiste nella nostra memoria emotiva un’esperienza simile, immaginiamo quella vergogna moltiplicata potenzialmente per tutti gli utenti della rete, ma senza la possibilità di chiudere l’album di foto…

Un altro rischio della condivisione di immagini del bambino in internet riguarda l’abitudine a definire se stessi all’interno di quell’ambiente e delle regole che lo governano. Il modo in cui la famiglia gestisce la presenza dei suoi membri sui social è un elemento educativo, cioè un messaggio al bambino su “come stare al mondo” e secondo quale sistema di valori. Cosa succede se, inconsapevolmente, passa l’idea che è necessario corrispondere ad un certo successo sociale, o aspettativa estetica, promossa dalla legge dei like? I canoni estetici talvolta inarrivabili e anoressici promossi da alcuni ambiti dei social possono avere un forte impatto sullo sviluppo di problematiche quali distorsioni della percezione della propria immagine corporea e disturbi alimentari.

Ma a questo punto dove finisce il diritto del genitore di utilizzare come crede i social e dove inizia il diritto del figlio di essere tutelato da un eventuale ritrosia verso il mezzo che, magari, potrebbe maturare da adulto? Il confine sembra molto labile

Credo che il confine tra diritto del genitore e diritto del figlio si possa articolare intorno al concetto di responsabilità genitoriale, che implica la capacità di discriminare e fornire ciò che è utile ai fini di un sano sviluppo psicofisico del bambino. Il genitore è colui che si fa carico di garantire che i diritti del bambino vengano tutelati. Da questa posizione, ogni azione che si compie dovrebbe partire dalla risposta ad una serie di domande: quello che faccio che conseguenze ha sul bambino? È utile per lui? Gli giova?

Chiara Ferragni, in una recente intervista, ha spiegato così la scelta di postare foto e video dei suoi figli: "Leo e Vittoria sarebbero comunque persone esposte, tanto vale che li raccontiamo noi. Non so se sia il modo giusto o sbagliato, ma per ora mi pare quello più naturale per la mia generazione e per la loro (…) Finché pensi di far la cosa migliore per loro, il tuo lavoro di genitore però lo hai fatto". È d'accordo con questo ragionamento?

Sicuramente esplicita il motivo per cui da genitori personaggi pubblici si sono assunti la responsabilità di esporre i figli sui social. Da come viene descritto, sembra una strategia per mantenere un controllo sulla loro immagine che, altrimenti, potrebbe essere comunque ripresa dai paparazzi. In generale, al di là della coppia in questione, mi sembra importante che dietro alla scelta di pubblicare le immagini dei propri figli ci sia un ragionamento in linea con la responsabilità genitoriale di cui si parlava. 

Quanto c’è del genitore, della sua intenzione a voler apparire in prima persona, dietro alla scelta di pubblicare le foto del proprio figlio?

Il narcisismo è una funzione normale della nostra mente, ha a che fare con la gratificazione e con l’autostima: solo nel momento in cui diventa un meccanismo rigido ed eccessivo rientra nella patologia. Nel caso del figlio, ancor più se piccolo, c’è un aspetto proiettivo del genitore, per cui la soddisfazione che prova quando sente un complimento al proprio figlio è equivalente a quello che sentirebbe se gli venisse rivolto in prima persona.

Quali sono i consigli che sente di dare agli utenti?

Più che consigli, mi sentirei di sottolineare in modo più ampio l’importanza della consapevolezza dei potenziali rischi dei social. Come molti genitori seguono dei corsi di disostruzione pediatrica nella rara evenienza che, in caso di soffocamento del bambino, sappiano intervenire, perché non pensare la stessa cosa anche nell’ambito della realtà mediata dall’ambiente virtuale? Tutti dovremmo imparare, per esempio, come mettere in pratica i filtri per la privacy, come bloccare i siti pericolosi per noi e per i nostri figli, le regole basilari di orientamento in un contesto, quello della rete, che ancora non è del tutto noto in ogni sua sfaccettatura. Per poter guidare un'automobile, c’è bisogno di una patente che certifichi che si conoscano le regole utili per evitare di andare a sbattere. La stessa regola può valere per internet, dov’è possibile fare viaggi bellissimi, ma solo nel momento in cui, appunto, si è in grado di guidare. 

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