Salute

Scuola e disabilità: uguale per tutti o diversa per ognuno?

di Elena Veri Psicologa – Associazione Jonas Como Onlus Nella nostra città le scuole hanno da poco riaperto i battenti. Una moltitudine di bambini e ragazzi ha avviato il proprio anno scolastico, alle prese con le ore di lezione, lo studio...

di Elena Veri

Psicologa - Associazione Jonas Como Onlus Nella nostra città le scuole hanno da poco riaperto i battenti. Una moltitudine di bambini e ragazzi ha avviato il proprio anno scolastico, alle prese con le ore di lezione, lo studio sui libri, il confronto con i pari, l'incontro con gli insegnanti.

Anche quest'anno le polemiche circa le condizioni di cattiva salute della scuola non sono mancate: cattedre vacanti, strutture fatiscenti, mancanza di fondi. A destare una indignazione anche maggiore è il coinvolgimento della fascia di studenti più fragile, quella degli alunni cosiddetti disabili: carenza di ore di supporto scolastico, continuo ricambio degli insegnanti di sostegno, mancata copertura dei servizi richiesti ecc.

In questa sede cercheremo di interrogare il rapporto che sussiste tra scuola e disabilità, partendo da un quesito più ampio: cosa rende la scuola uguale per tutti e cosa rende la scuola diversa per ciascuno?

La scuola uguale per tutti è la scuola dell'obbligo. La scuola è una restrizione benefica della libertà del bambino. In cosa egli sarebbe meno libero? Cosa gli è richiesto sacrificare? La scuola chiede al bambino di rinunciare alla prossimità coi genitori e alle modalità consuete di soddisfacimento. La scuola pertanto è uguale per tutti perché chiede a tutti di sopportare una prova di separazione.

Per accedere al mondo nuovo della scuola il bambino deve lasciare la mano dei propri familiari, tollerare la lontananza dalle figure che finora lo hanno accompagnato e accudito, sostenere una quota di solitudine. Inoltre, deve adattarsi alla nuova vita comunitaria che ha delle regole proprie, dei ritmi e delle consuetudini spesso diverse o aggiuntive rispetto a quelle familiari. Dover spartire con gli altri bambini l'attenzione dell'insegnante; mangiare in refettorio acconsentendo ad una cucina diversa da quella di casa per mantenere la convivialità con gli altri; utilizzare i bagni comuni della scuola; non potersi muovere liberamente; tutte queste rappresentano delle rinunce che il bambino è chiamato ad assumersi al fine di potersi incamminare nella vita comunitaria. logo-jonas

Secondariamente la scuola è uguale per tutti perché è tenuta a offrire a tutti i bambini la stessa opportunità: quella di essere curiosi. L'istituzione scolastica, tramite i suoi insegnati, non solo mette a disposizione il sapere (saper leggere e scrivere, imparare le tabelline, ecc) ma deve anche offrire l'opportunità di voler sapere, di andare alla ricerca, di porsi delle domande. Questo è un punto cruciale che sta alla base di ogni forma autentica di sapere: per acquisire sapere, per imparare, è necessario il motore del desiderio. Senza il desiderio di sapere, non si impara nulla.

E a cosa serve sapere, a cosa serve imparare? Questa è una delle domande che i bambini spesso pongono all'adulto, lasciando loro intendere che forse sapere non serva a niente? Molto semplicemente e molto misteriosamente, andare alla ricerca del sapere serve a mantenere un rapporto vitale e creativo con la propria esistenza. Non perché le informazioni o le conoscenze che il bambino immagazzina gli risolveranno di per sé stesse la vita - seppure parlare, leggere, scrivere e contare siano strumenti assolutamente necessari - ma perché la spinta sublimatoria, l'impegno e il tempo che l'apprendimento richiede, l'energie mentali che vengono impiegate, allontanano il bambino dall'essere semplicemente un fruitore passivo di oggetti (cibo, televisione, videogiochi) e nel contempo lo trasformano in un soggetto che attivamente mette in moto le proprie risorse psichiche per camminare nel mondo.

Quindi la scuola uguale per tutti è la scuola che obbliga ad assumersi una quota di separazione, è la scuola che a tutti richiede un impegno e dev'essere la scuola che offre a tutti l'occasione di aprire la mente, di sognare, di interrogarsi, di cercare, attraverso i libri e gli insegnanti, le risposte alle proprie domande.

Arriviamo alla seconda questione: la scuola, obbligatoria, uguale per tutti, dovrebbe anche essere diversa per ciascuno? Se sì in che modo? Di cosa l'insegnante dovrebbe tenere conto nel rendere la scuola uguale per tutti? Deve tenere conto che quei tutti, a cui viene richiesto impegno e viene data la stessa occasione, non sono tutti uguali. Ciascuno è diverso. Per ciascuno cioè il rapporto con il sapere assume delle forme proprie, per ciascuno la miccia della curiosità trova delle differenti vie per accendersi. Ciascuno avrà le proprie propensioni e i propri inciampi nel lungo percorso dell'apprendimento. Questo sapersi tenere in equilibrio tra il garantire un'uguaglianza e il preservare la particolarità è ciò che rende, come dice Freud, il mestiere dell'insegnate un mestiere impossibile.

E quando in classe c'è un bambino cosiddetto disabile, un bambino cioè che porta con sé un'anomalia, una stranezza che lo rende vistosamente diverso, la diversità di questo bambino sarebbe allora la malattia? Per un bimbo affetto dalla sindrome di Down, da tetraparesi spastica, la diversità sarebbe l'anomalia genetica, l'affezione organica?

Se la diversità di questo bambino, la sua unicità, il suo essere assolutamente irripetibile - come ogni essere umano lo è - viene appiattita sull'anomalia genetica, quel bambino avrà sempre dei problemi con il sapere, si rifiuterà di essere curioso, arriverà a non volerne sapere niente. E non solo perché la sua anomalia gli provoca un'effettiva restrizione delle facoltà psichiche o perché la gravità delle sue condizioni gli impediscono di frequentare la scuola con regolarità, ma perché, se la sua particolarità viene identificata alla sua malattia, egli di fatto non viene ritenuto degno di sapere, degno di domandare su di sé e sulle cose. Nella nostra pratica clinica abbiamo visto non solo bambini, ma addirittura adulti, attivarsi, mostrare curiosità, apprendere nonostante la diagnosi lo ritenesse improbabile o impossibile. Il desiderio di sapere consente di superare l'impossibile, consente di andare al di là della barriera organica.

Ma, e qui ci avviamo a incontrare la seconda aberrazione - dove la prima, come abbiamo visto, è quella di far coincidere la diversità del bambino con la diversità organica -, garantire una scuola uguale per tutti non vuol dire ciecamente rendere il bambino disabile uguale a tutti; dove uguale a tutti era far sedere in classe una bambina affetta da tetraparesi spastica sulla stessa seggiola senza braccioli degli altri, esattamente come quelle dei suoi compagni, cosicché per sforzarsi di non cascare in terra non riusciva a seguire quasi una parola della lezione? Non appiattire il bambino sulla diagnosi, non equivale affatto a non tenere conto dei suoi limiti effettivi. La scuola uguale per tutti non significa chiudere gli occhi sulla disabilità, fare come se non ci fosse, non è rendere il bambino disabile uguale a tutti. La scuola uguale per tutti dovrebbe garantire al bambino con disabilità la stessa opportunità di essere curioso, la stessa opportunità di essere un soggetto attivo, vivo psichicamente e chiedergli quella quota di impegno, di sforzo, che ogni processo di crescita simbolica necessita. È in una parola concedergli il diritto e il dovere di essere un soggetto al di là della disabilità.

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