La marcia della pace di Jacopo finisce in tribunale

"Ho commesso il grave reato di aiutare i migranti". La questura lo aveva allontanato da Como

Nell'estate 2016 Jacopo ha fatto parte delle molte persone che si sono attivate per sostenere le centinaia di migranti bloccati alla stazione di Como San Giovanni. Con altri ragazzi ha allestito un piccolo infopoint, garantendo la possibilità di un punto ricarica cellulari e connessione a internet, oltre che una presenza continuativa in stazione che ha facilitato il raccordo con altri gruppi di aiuto e la circolazione di vestiti, generi alimentari e conoscenze utili alle persone costrette in quel luogo. 

A ricordare quei giorni che ora gli costano un processo penale è lo stesso Jacopo: "Nei momenti di incontro che abbiamo condiviso con loro sono emerse le amare testimonianze della traversata del Mediterraneo, dei maltrattamenti subiti in frontiera e delle deportazioni che si consumavano alla volta dell'hotspot di Taranto, con un enorme dispendio di soldi ed energie e senza alcuna prospettiva. Abbiamo scelto di unirci ai migranti nella denuncia dell'assurdità di tali procedure, ragione per cui la questura di Como ci ha allontanati con un foglio di via dalla città in cui si svolge una parte importante della nostra vita". 

"Con fatica - ricorda ancora Jacopo - sono riuscito a ottenere i permessi per recarmi a Como per ragioni di lavoro (come educatore nei centri di aggregazione giovanile comunali) ma non per tutta un'altra serie di motivi, tra cui la marcia della pace co-organizzata dal gruppo scout di cui faccio parte, a cui ho scelto comunque di andare per accompagnare i ragazzi che avrebbero partecipato. Per questo motivo, su segnalazione del personale Digos presente, è stato avviato un processo penale in cui sono imputato per il grave reato di aver partecipato alla marcia della pace, dopo l'ancor più efferato crimine di aver trascorso un'estate in stazione affermando che scaricare delle persone in mezzo al nulla a 1000km di distanza non fosse la cosa più intelligente che si potesse fare. Una raccolta fondi dal basso ha permesso di coprire le spese legali necessarie".

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"Questo episodio - afferma ancora Jacopo - si inscrive in un più ampio processo di criminalizzazione di migranti, solidali, operatori e ONG, che va a minare la costruzione di legami di prossimità tra chi abita e attraversa i territori e la sperimentazione di forme di convivenza possibili. Da parte mia dopo quell'estate non ho inteso abbandonare questa prospettiva, avviando una scuola popolare di cittadinanza presso l'oratorio di Rebbio e dando vita a un cohousing in cui abito insieme a ragazzi arrivati in Italia come minori non accompagnati. Continuo a credere che migrare in cerca di una vita migliore non sia un crimine, come non lo sia essere solidali con chi è oppresso". 

Lunedì 24 giugno - conclude Jacopo - apparirò quindi serenamente davanti giudici del tribunale di Como, che stabiliranno se l'accaduto costituisce o meno reato. Per l'occasione abbiamo organizzato delle iniziative aperte a tutti colori che si riconoscono in questi principi, per celebrare la gioia della solidarietà e la miseria di chi cerca di reprimerla".  La prima sarà musicale e si terrà domenica 22 giugno a Porta Torre a Como. Seguiranno dettagli. 

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