Rassegne cinematografiche: all'Insubria di Como "Le disobbedienti. Le Antigoni nella Storia"

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“Ora noi due, sole rimaste, vedi quanto sarà la nostra fine orribile, se i decreti del principe e il potere trasgredire- mo, della legge a scorno. Ed anche a ciò convien pensare: femmine siamo, e non tali da lottar con gli uomini”. È con queste parole che Ismene enuncia ad Antigone la sua riluttanza a trasgredire agli ordini di Creonte, che aveva vietato la sepoltura del loro fratello Polinice.
Seppur il consiglio di Ismene appaia saggio, è Antigone, con il suo coraggio, ma anche con la sua tragica morte, a passare alla storia. Non solo per la capacità di opporsi a leggi umane, che si contrappongono ad un superiore senso di giustizia, ma anche perchè dire di no e opporsi al potere come donna è sempre apparso più difficile.

Il rapporto tra la forza come caratteristica maschile e la remissività come caratteristca femminile entra in crisi nella dialettica tra Antigone e Creonte che riluttante ammette: «Se ha potere di farlo impunemente, non più io sono l’uomo, lo è lei” La tragedia di Sofocle, più volte ispiratrice in letteratura, come ricordano l’Antigone di Anouilh (1942) e quella di Brecht (1947), ha creato un personaggio, Antigone che, attraverso i secoli, ha idossato i panni di tutti i dissidenti e si è contrapposta non solo a Creonte, ma a tutti i tiranni che con lui sono stati identificati. La rassegna cinematografica di quest’anno, che si tiene all'Università dell'Insubria di Como, si intitola Le disobbedienti - Le Antigoni nella Storia, ed è dedicata a quelle donne che nella piccola, così come nella grande Storia, sono riuscite a dire un piccolo o grande NO. 

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I curatori

Barbara Pozzo

Professore ordinario di Diritto Privato Comparato presso il Dipartimento di Diritto, Economia e Culture, di cui è anche Direttore. Si è laureata presso l’Università degli Studi di Milano ed ha conseguito il Dottorato di ricerca in Diritto comparato all’Università di Firenze. Si è specializzata presso il Max-Planck Institut di Amburgo (Germania) e presso la Faculté Internationale de Droit Comparé di Strasburgo (Francia). È stata più volte Visiting Professor negli Stati Uniti (Fordham University di New York; University of California at Davis; Louisiana State University). È Direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Diritto Comparato, fondato con le Università degli Studi di Milano e Bologna, ed è Coordinatore, presso l'Università degli Studi dell'Insubria del Dottorato di ricerca in Diritto e scienze umane. Dirige le Collane "Le lingue del diritto" e "Diritto ed Economia dell’Ambiente", entrambe edite da Giuffrè - Milano.

Alberto Cano

Da oltre vent’anni è ideatore, curatore e promotore di incontri d’arte cinematografica. Cineforum di cinema internazionale contemporaneo, rassegne storiche, percorsi tematici, cicli per le scuole, eventi multimediali, incontro tra cinema, musica, arte visiva, teatro. I diversi progetti, tutti volti a divulgare il valore etico ed estetico della cultura cinematografica, svolti dal 1992, direttamente o quale consulente di importanti enti pubblici e privati, fondazioni e associazioni culturali, hanno coinvolto cinema, teatri, gallerie d’arte, locali pubblici, suggestive scenografie naturali o storiche, quali parchi, piazze, architetture urbane, in una ricerca tesa a coniugare in modo peculiare eventi culturali e luoghi storici del territorio comasco. Nel 2013 ha ideato e organiz- zato il "Lake Como Film Festival" dedicato al cinema di paesaggio, giunto nel luglio 2019 alla sua settima edizione.

I Relatori

Olivia Caramello
All’età di 19 anni consegue la Laurea in Matematica e il Diploma di pianoforte e in seguito il dottorato in Matematica al Trinity College di Cambridge. Ha lavorato presso prestigiose istituzioni quali l’Università di Cambridge, la Scuola Normale Superiore di Pisa, il Max Planck Institute for Mathematics di Bonn, l’Università di Parigi 7 e l’Institut des Hautes Études Scientifiques, che l’ha recentemente insignita della “Gelfand Chair”. È autrice del libro “Theories, Sites, Toposes: Relating and studying mathema- tical theories through topos-theoretic ‘bridges’” (Oxford University Press, 2017) oltre che di numerose pubblicazioni, e ha tenuto un centinaio di seminari a livello internazionale. Ha vinto il bando "Rita Levi Montalcini" – programma finanziato dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (MIUR) per favorire il rientro di ricercatori italiani all’estero ed è attualmente docente presso l’Università degli Studi dell’Insubria a Como.

Valentina Bonelli
È giornalista, critico di danza e storico di balletto. Collabora con la rivista Amadeus, dove firma una rubrica di danza. Scrive di danza, spettacolo e cultura per il mensile Vogue Italia e per il sito vogue.it. È corrispondente dall’Italia per le riviste di danza Dance Europe (UK), Dance Magazine (Giappone) e Dans (Svezia). Esperta di balletto russo, ha tradotto in italiano e curato le Memorie di Marius Petipa (Gremese 2010), libro vincitore del premio “Danza&Danza”, e i Diari (1903-1907) di Marius Petipa (DNZ Media 2018). Ha scritto “Le Ballerine italiane a San Pietroburgo” in La Danza italiana in Europa nell’Ottocento (Aracne 2013). È autrice del manuale di balletto per l’infanzia Ballerina (Red 2010). Ha vinto i premi “L’Italia che danza” 2012 e “Arenza- no in danza” 2019 per la sezione giornalismo

Lino Panzeri
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi dell’Insubria, ha qui conseguito anche il Dottorato di ricerca in Storia e dottrina delle istituzioni. Già ricercatore di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Verona, lavora oggi presso il Dipartimento di Diritto, Economia e Culture dell’Università degli Studi dell’Insubria, dove insegna Elementi di diritto, Giustizia costituzionale e Diritto dei Migranti. I suoi temi di ricerca riguardano, in particolare, le trasformazioni del regionalismo italiano e la tutela dei diritti delle minoranze in Italia e in Europa.

Valentina Jacometti
Professore associato presso l'Università degli Studi dell'Insubria, è titolare dell'insegnamento di Diritto Privato Comparato nella sede di Varese, nel corso del quale inserisce regolarmente la proiezione di alcuni film che rientrano nell'ambito dell'iniziativa "Law & Cinema" dando specifica attenzione alle tematiche connesse al multiculturalismo giuridico, nonché alcune lezioni dedicate all'evoluzione alla parità di genere in prospettiva comparatistica. È inoltre responsabile scientifica del Progetto
«Prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne tra diritto e cultura» finanziato dalla Regione Lombardia.

Valeria Ferrari
Esperta di Turchia contemporanea. Ha svolto attività di ricerca in Italia e all’estero (in particolare Turchia e Spagna) sul tema della memoria religiosa e il patrimonio culturale e continua ad interessarsi dei recenti cambiamenti sociali e culturali in Turchia.E' contributor delle agenzie fotogiornalistiche Polaris (USA) e SOPA Images (Hong Kong).

Adria Bartolich
Prima consigliere comunale, poi deputata al Parlamento, quindi segretaria generale della Cisl Scuola di Como, poi di Como e Varese , quindi segretaria regionale della Cisl Scuola Lombardia, e infine segretario generale confederale della Cisl dei Laghi (Como -Varese), un' impegno che va dalla politica a quello sindacale. Nel corso della quale ho sempre cercato di guardare ai problemi mai come tifosa o facendo prevalere il senso dell'appartenenza, anche se non ne sottovaluto l'importanza, bensì come persona interessata alla loro risoluzione nell'ottica della ricerca del bene comune.

I film nel dettaglio

Mercoledì 16 ottobre
Agora di Alejandro Amenábar Ágora.
Regia: Alejandro Amenábar. Sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Mateo Gil. Fotografia: Xavi Giménez. Montaggio: Nacho Ruiz Capillas. Musiche: Dario Marianelli. Interpreti e personaggi: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom. Spagna 2009. 126 minuti.
Spagna 2009. 126 minuti

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Il film narra la vita della matematica, astronoma e filosofa greca-alessandrina Ipazia, una delle figure più influenti della filosofia e dell’astronomia tra la fine del IV l’ inizio del V sec. d.C., durante l'epoca delle persecuzioni anti-pa- gane stabilite per legge dai Decreti teodosiani, fino alla sua morte che nel film avviene per mano di un gruppo di Parabolani, nel marzo del 415. Nata e vissuta in una Alessandria d’Egitto romana, una delle città più importanti dell’Impero Romano d’Oriente e che in quel tempo era al centro del delicato passaggio dal paganesimo al cristiane- simo, Ipazia, con le sue dottrine ed i suoi insegnamenti, era il simbolo di un paganesimo ancora esistente, ma che andava svanendo sotto i colpi prima dei decreti dell’Imperatore Teodosio e poi della politica del vescovo d’Alessandria Cirillo.
Una figura e una storia rimasti nascosti per evidenti motivi religiosi, da una parte per nascondere i massacri e le ingiustizie commesse dai proto cristiani in epoca tardo antica, dall’altro per occultare una singolare figura di donna che con la sua intelligenza ed il suo fascino sfidò le ortodossie del suo tempo. Una storia che mette anche in evidenza come l’imposizione della religione cristiana in certe zone dell’Impero abbia comportato un peggioramento della situazione femminile rispetto all’epoca precedente.
Il film si basa sul testo più consultato sulla figura di Ipazia, quello di Socrate Scolastico “Historia Ecclesiastica” che parla sia di Ipazia che della lotta al paganesimo del vescovo di Alessandria. Il testo di Socrate appare come unica fonte pagana sull’accaduto e quindi forse più attendibile. Socrate sottolinea la crudeltà della politica del vescovo, più legato alla sete di potere e alla gelosia per l’influenza che Ipazia esercitava sul prefetto della città Oreste, che ad evangelizzare.
Se la parte storica e filosofica attingono a fonti documentate, la vita privata di Ipazia e il complesso rapporto con il mondo maschile, di cui non c’è traccia, è ricostruito dalla sceneggiatura del film. “Le cronache dell’epoca racconta- no che non si sposò e non ebbe figli e dedicò tutta la sua vita alla filosofia e alla scienza. Ho discusso del personag- gio con Rachel Weisz, le ho spiegato che non volevo nessuna implicazione sessuale o amorosa con i suoi studenti perché l’ipotesi più attendibile è che sia morta vergine. Purtroppo non è rimasto nulla dei suoi studi e dei suoi scritti, per cui ho potuto permettermi qualche libertà da questo punto di vista.”

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo, Olivia Caramello.

Io danzerò di Stéphanie Di Giusto
Mercoledì 20 novembre
Regia: Stéphanie Di Giusto. Sceneggiatura: Stéphanie Di Giusto e Sarah Thibau, con la collaborazione di Thomas Bidegain Freely, dal romanzo “Loïe Fuller, danseuse de la Belle Epoque” di Giovanni Lista. Fotografia: Benoît Debie. Montaggio: Géraldine Mangenot. Costumi: Anaïs Romand. Scenografie: Carlos Conti. Interpreti: Soko, Lily Rose - Depp, Gaspard Ulliel, Mélanie Thierry.
Francia/Belgio/Repubblica Ceca / 2016. 108 minuti.

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Stephanie Di Giusto, apprezzata fotografa e videoartista, trova il modo migliore per rendere il carattere di Loïe Fuller, protagonista quasi dimenticata, che rivoluzionò la scena teatrale americana ed europea a cavallo del XX secolo. Regina conclamata della Belle Époque, assieme ad Isabella Duncan diventa una delle pioniere della danza moderna. Apertamente omosessuale, Loïe Fuller concepisce la danza come un flusso di movimenti che genera un vortice di sensazioni, a cui vanno aggiunti la luce e il colore per esaltare e drammatizzare la dinamicità del corpo.
Cresciuta in una fattoria dell'Illinois nella seconda metà dell'Ottocento, Loïe, come decide di chiamarsi, dovrà fuggire prima dai legami con l'ambiente rurale di provenienza poi dalle costrizioni imposte dalla madre bigotta. Dal lazo del bovaro che la avvinghia a tradimento alle sottane scure della confraternita religiosa in cui si ritrova dopo la morte del padre, la ragazza viene continuamente imbrigliata in qualcosa da cui cerca disperatamente di liberarsi. la danza sarà lo strumento della sua liberazione.
Fu durante le prove di uno spettacolo a New York che fece la scoperta su cui si sarebbe fondata l’intera sua carriera: giocando su opportuni effetti di luce e roteando il corpo avvolto in un voluminoso drappo di seta, succedeva che le pieghe della stoffa ondeggiassero assumendo incandescenti forme che stilizzavano il gusto Liberty. Chiamato "Serpentine", il numero di danza incantò nel 1892 le platee della Folies Bergère assicurando alla Fuller un lungo periodo di fama e successo. Imprenditrice di sé stessa, interamente dedita allo studio dello spettacolo che sogna da una vita, Loïe crea una performance di luce e colore, velocità e movimento. La sua corporeità, pur così robusta e solida, si dissolve in un turbinio in continuo mutamento e diventa poesia animata, volatile, misteriosa. Le sue moven- ze, ipnotiche e cangianti, sono quelle di una farfalla. Nella cornice della Parigi dei fermenti artistici di fine Novecento, la Di Giusto segue la sua eroina nell’impegno di sperimentare soluzioni sempre più complesse a prezzo di uno sfibrante sforzo fisico; e nell’altrettanto tormentata ricerca dell'amore. Molto felice anche l’idea di scegliere la ribelle Soko nella parte della protagonista, oltre a una certa somiglianza fisica, la Loïe incarnata dalla cantante-attrice franco-polacca risulta un felice miscuglio di timidezza e impeto, determinazione e fragilità, delicatezza e forza.

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo, Valentina Bonelli.
 
Mercoledì 11 dicembre
La rosa bianca di Marc Rothemund Sophie Scholl-Die Letzten Tage
Regia: Marc Rothemund. Sceneggiatura: Fred Breinersdorfer. Montaggio: Hans Funck. Musiche: Reinhold Heil, Johnny Klimek. Interpreti: Julia Jentsch, Gerald Alexander Held, Fabian Hinrichs, Johanna Gastdorf, Andrè, Hennicke.
Germania 2005. 117 minuti.

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Il 17 febbraio del 1943, quando il governo tedesco dichiarò caduta e perduta Stalingrado, un gruppo di studenti dell'università di Monaco si convinse che la fine della guerra e del regime nazista fosse ormai prossima. Dopo otto mesi di bombardamenti continuati e le numerose perdite di soldati sul fronte orientale, convinsero il movimento di resistenza studentesco de La Rosa Bianca che i tempi e il popolo tedesco fossero maturi per il loro testi di dissenso. Quella mattina di febbraio centinaia di volantini di denuncia contro i crimini nazisti vennero disseminati lungo i corridoi degli atenei. Furono i fratelli Scholl, Hans e Sophie, a offrirsi volontari e a immolarsi per la causa. Un gesto azzardato che divenne il loro punto di non ritorno: sorpresi da un sorvegliante, furono interrogati dalla Gestapo, processati dalla Corte Popolare di Giustizia e condannati alla ghigliottina in soli cinque giorni. All'epoca dei fatti nessuno di loro avrebbe potuto prevedere che la guerra sarebbe durata ancora due anni, ma soprattutto nessuno di loro capì quanto lontani fossero i tedeschi dal prendere coscienza dell'orrore di cui erano complici.
La storia de “La Rosa Bianca” e dei fratelli Scholl non è nuova al cinema tedesco, il regista Marc Rothemund è stato preceduto negli anni Ottanta da due connazionali, gli autori Percy Adlon e Michael Verhoeven. Questa volta però ci troviamo davanti a un'opera con un diverso respiro e con una diversa storia, che prende avvio ed è favorita dal ritrovamento di documenti inediti conservati per decenni negli archivi della Germania Est e resi pubblici soltanto nel 1990. A partire dai verbali originali degli interrogatori e dalle numerose testimonianze, come quella della compagna di cella Else Gebel, Rothemund costruisce un film basato su autentiche fonti documentali. Così se nelle opere precedenti Sophie finiva per perdersi e confondersi nel gruppo, qui, al contrario, ogni movimento della macchina da presa, ogni piano è per lei, per la sua figura esile e tragica, portatrice di amore fraterno e di coraggio civile.
Un film prezioso, innanzitutto per una messinscena misuratissima e antiretorica difficile da ritrovare in molti film sulla resistenza ai totalitarismi. Essenziale, mai urlato, persino pudico nel mostrare col contagocce simboli e bandiere naziste, il film di Rothemund a tratti pare essere una tragedia filmata più che un film di finzione, con molti riferimenti cinematografici alle spalle e altrettanti riferimenti alla grande tragedia classica. Perché Sophie è tanto vicina nello spirito e nelle parole, con quel richiamo alla coscienza più che al rispetto delle leggi dello Stato, all’Antigone, l’eroina di Sofocle che come Sophie non abbandonò il fratello nel momento della morte.

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo, Lino Panzeri.
 
Mercoledì 22 gennaio
La lunga strada verso casa di Richard Pearce The Long Walk Home
Regia: Richard Pearce. Sceneggiatura: John Cork. Fotografia: Roger Deakins. Montaggio: Bill Yahraus. Musiche: George Fenton. Interpreti: Sissy Spacek, Whoopi Goldberg, Dwight Schultz: Norman Thompson, Ving Rhames.
Stati Uniti 1990. 97 minuti.

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Negli anni Cinquanta lo Stato dell'Alabama era ancora fortemente caratterizzato da una forma crudele di segrega- zionismo nei confronti della popolazione afro-americana, avvallata fino a quel momento dalla Corte Suprema Americana. E’ in questo contesto sociale che si sviluppa la ribellione di Rosa Parks, che si rifiuta di cedere il posto sull'autobus a un bianco secondo le regole vigente al tempo, venendo quindi di seguito arrestata.
Da questo evento prende l’avvio il famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, che segnerà una tappa fondamentale nella lunga via verso la vittoria dei diritti civili degli Afro-americani. In questa grande Storia, si sviluppa la storia di Odessa, una donna di colore, orgogliosa della sua razza e decisa a far valere i propri diritti. Ma il film è anche la storia di un’altra donna, bianca e privilegiata: Miriam, la padrona bianca, della sua lenta presa di coscienza per merito della sua cameriera nera.
Un episodio storico della rivendicazione dei diritti dei neri prende forma attraverso l’esperienza autobiografica dell’attrice Mary Steenburgen (suo il soggetto): un’opera “politically correct” che, ogni tanto, rischia la retorica dei buoni sentimenti e delle “cose giuste”, ma che di certo assume ancora valore dispiegando il proprio atto d’accusa dopo quarant’anni dai fatti. Nel contesto della discriminazione razziale dell'epoca è visibile con chiarezza anche quella di genere che, da un lato presenta figure femminili carine e sorridenti, dedite alle cure domestiche e, dall'altro, uomini al potere dentro e fuori casa, a cui spetta l'ultima parola nelle decisioni famigliari. Infatti, quando il signor Thompson, per ammissione della moglie, scopre i passaggi che lei dà alla governante, le proibisce di continuare, in seguito puntualizzando che è lui a pagare i conti in famiglia.
Whoopi Goldberg e Sissy Spacek, nei panni delle protagoniste, ci regalano una gara di bravura negli sguardi e attimi di pura commozione.

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo.
 
Mercoledì 19 febbraio
La moglie più bella  di Damiano Damiani
Regia: Damiano Damiani. Sceneggiatura: Enrico Ribulsi, Sofia Scandurra. Fotografia: Franco Di Giacomo. Montag- gio: Antonio Siciliano. Musica: Ennio Morricone. Interpreti: Alessio Orano, Amerigo Tot, Enzo Andronico, Fortunato Arena, Franco Marletta.
Italia 1969. 109 minuti.

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La Sicilia dell’inizio degli anni ’60 è ancora fortemente legata ad una concezione patriarcale della famiglia, peraltro avvallata dal diritto in vigore. Francesca Cimarosa è una quattordicenne, figlia di contadini, di cui si innamora Vito Juvara, mafioso ricco e in ascesa. I genitori di lei sono orgogliosi di dare al boss la mano della figlia. Francesca acconsente a fidanzarsi ma ben presto scopre il maschilismo del fidanzato e decide quindi di ribellarsi e di prendere nelle sue mani il suo destino. Secondo le tradizioni più ataviche, il fidanzato respinto pensa di poter carpire il consenso della fidanzata con la fuitina, per poi proporle il matrimonio riparatore, ancora possibile secondo le disposizioni di legge del tempo e che verranno abolite solo molto più tardi, con la legge n. 442 del 1981, ben dopo il referendum sul divorzio del 1974 e la riforma del diritto di famiglia del 1975.
“La moglie più bella” è un film paradigmatico di un autore come Damiano Damiani, sia per l’altissimo mestiere del regista, sia per la capacità del suo cinema di ‘agire’ in tempo reale sull’Italia di quegli anni. “La moglie più bella” porta con sé il segno di almeno tre elementi che lo rendono prezioso e lo connotano come un’opera perfettamente integrata nel contesto dell’epoca e, insieme, capace di parlare all’oggi: il primo è il fatto che il film è ispirato alla vicenda reale di Franca Viola, ragazza che nel ’65 per prima si rifiutò di accettare in Sicilia il matrimonio riparatore, ribellandosi all’omertà dei suoi paesani e diventando un simbolo dell’emancipazione femminile; il secondo viene dalla scelta di aver girato in parte nel Belice – in particolare a Gibellina – a solo un anno di distanza dal tremendo terremoto che nel ’68 sconvolse il panorama della valle sicula (e, come testimonia anche la presenza tra i consulenti di Ludovico Corrao, in seguito sindaco di Gibellina e fautore della ricostruzione del paese che coinvolse numerose personalità artistiche, a partire dall’eccentrico contributo di Burri autore del Grande Cretto che ha ‘eternizzato’ le rovine della vecchia Gibellina; il terzo aspetto ha a che vedere con la presenza in scena come protagonista di Ornella Muti, al suo esordio e qui appena quattordicenne, trampolino per la sua successiva fortunata carriera.

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo, Valentina Jacometti.
 
Mercoledì 16 marzo
Una giusta causa di Mimi Leder On the Basis of Sex
Regia: Mimi Leder. Sceneggiatura: Daniel Stiepleman. Fotografia: Michael Grady. Montaggio: Michelle Tesoro. Musiche: Mychael Danna. Interpreti: Felicity Jones, Armie Hamme, Justin Theroux, Kathy Bates.
Stati Uniti 2018. 120 minuti.

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Ruth Bader Ginsburg è una delle pochissime donne ammesse alla facoltà di giurisprudenza ad Harvard alla fine degli anni Cinquanta, laureandosi poi laureata anche alla Columbia University. Nella New York degli anni ’50, nonostante il prestigio delle università dove aveva studiato, è difficilissimo per una donna trovare una collocazione professionale in un mondo di uomini. Da qui la scelta per l’insegnamento del diritto alla Rutgers University, ruolo considerato ai tempi più idoneo ad una donna, nell’ambito del quale sviluppò un attento studio dei casi di discriminazione sulla base del genere nell’allora vigente sistema giuridico. Assieme al marito avvocato, Ruth Bader lottò con determinazio- ne più unica che rara in moltissimi processi per discriminazione sulla base del genere, venendo infine nominata giudice alla Corte Suprema Americana.
Negli anni Settanta, ancora, nel paese del sogno democratico e delle proteste contro la guerra in Vietnam, questo genere di discriminazione era ancora perfettamente legale, e riguardava circa centocinquanta leggi della carta costituzionale. Naturalmente la Ginsburg non fu la prima persona a tentare di porre rimedio a quello stato di cose, ma fu colei che si rivelò la persona giusta al momento giusto.
La sceneggiatura del biopic sulla Bader Ginsburg è firmata dal nipote, Daniel Stiepleman, e racconta la prima occasione in cui il futuro giudice della Corte Suprema, ancora alle prime armi, intravide un escamotage per cui, difendendo il diritto di un maschio, avrebbe potuto far sì che la giustizia americana puntasse il riflettore sulle troppe leggi che penalizzavano le donne. Una confezione tradizionalissima per raccontare attenzione e cura del dettaglio la vita di Ruth Bader Ginsburg, ricorrendo anche a un linguaggio giuridico specifico, che si pone volontariamente in dialogo con il tempo attuale, in cui nell'agenda politica degli stati occidentali figura, ad esempio, il tema della parità salariale tra uomini e donne, e in cui i partiti reazionari rimettono un po' ovunque in discussione diritti acquisiti.

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo.
 
Mercoledì 22 aprile

Mustang di Deniz Gamze Ergüven
Regia: Deniz Gamze Ergüven. Sceneggiatura: Deniz Gamze Ergüven, Alice Winocour. Fotografia: David Chizallet, Ersin Gök. Montaggio: Mathilde Van de Moortel. Musica: Warren Ellis. Interpreti: Lea van Acken, Franziska Weisz, Florian Stetter, Lucie Aron.
Turchia 2015. 94 minuti.

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Siamo all'inizio dell'estate. In un remoto villaggio turco Lale e le sue quattro sorelle scatenano uno scandalo dalle conseguenze inattese per essersi messe a giocare con dei ragazzini tornando da scuola. La casa in cui vivono con la famiglia si trasforma un po' alla volta in una prigione, i corsi di economia domestica prendono il posto della scuola e per loro cominciano ad essere combinati i matrimoni. Le cinque sorelle, animate dallo stesso desiderio di libertà, si sottrarranno alle costrizioni loro imposte...
Nella spinta verso la modernizzazione che aveva caratterizzato la Turchia degli anni ’20, all'abolizione del Califfato nel 1924 fa seguito due anni più tardi quella della Sharia, d'ispirazione coranica, fino a quel momento pilastro della società. A partire dal 1926, la Turchia introduce il suo codice civile, che poco si discosta dal Codice civile svizzero, suo modello ispiratore. Tuttavia, a quasi cento anni da quel moto verso la modernizzazione, si può ancora dire che un conto è la legge scritta, un conto è la realtà, anche per i tentativi recenti del presidente Erdogan di ripristinare i vecchi codici religiosi. In questo senso il film è uno spaccato di una società in trasformazione, un inno di speranza di un cambio generazionale che può rappresentare anche una piccola/grande rivoluzione.
E come sottolinea la regista del film: “i mustang sono cavalli selvaggi che simboleggiano perfettamente le mie cinque eroine, il loro temperamento indomabile, focoso. E, perfino visivamente, le loro capigliature ricordano delle criniere, il loro scorrazzare nel villaggio ricorda quello di un branco di mustang. E anche la storia procede velocemen- te, qualche volta a tamburo battente. Per me il centro del film è proprio questa energia, che somiglia a quella dei mustang del titolo. Volevo che i miei personaggi fossero delle eroine. E bisognava assolutamente che il loro coraggio venisse ricompensato, che alla fine vincessero, e nel modo più gioioso possibile. Per me queste cinque ragazze sono come un mostro a cinque teste che rischia di perdere una parte di sé ogni volta che una di loro viene estromessa dalla storia. Ma l'ultimo pezzo resiste e riesce a cavarsela”.

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo, Valeria Ferrari.
 
Mercoledì 20 maggio

Due giorni una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne Deux Jours, Une Nuit.
Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne. Soggetto e sceneggiatura: Jean-Pierre e Luc Dardenne. Fotografia: Alain Marcoen. Montaggio: Marie-Hélène Dozo. Interpreti: Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry
Belgio/Francia/Italia 2014. 95 minuti.

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“Erano diversi anni che riflettevamo sull'idea di un film attorno a una persona che sta per essere licenziata con il consenso della maggior parte dei suoi colleghi di lavoro. E la storia di "Due Giorni, una notte" è di fatto venuta alla luce quando abbiamo immaginato Sandra e Manu, una coppia unita nell'affrontare le avversità. Per noi la cosa più importante era mostrare una persona che viene esclusa perché è considerata debole, non in grado di fornire prestazioni sufficientemente elevate. Il film tesse l’elogio di una “non performante” che ritrova forza e coraggio grazie alla battaglia che decide di condurre con suo marito”.
Così i fratelli Dardenne introducono il loro film, storia di Sandra, rimasta lontano dal lavoro a causa di una depres- sione, al proprio ritorno scopre che ai suoi colleghi è stato offerto un bonus in cambio del suo posto in azienda. In un solo fine settimana deve cercare di far cambiare idea a sedici persone, dando così il via ad una serie di incontri imbarazzanti, umilianti e spesso senza via d'uscita.
Per Sandra la rinuncia al lavoro rappresenta anche una perdita d'identità, di dignità; la fa sentire inadeguata, fino a spingerla sulla via della depressione. Nello stesso tempo, la donna comprende le ragioni dei colleghi, appesi alle sue stesse fragilità, e si sente colpevole di dover chiedere. Eppure non si arrende, per quante sofferenze le possa costare la lotta. Film dopo film, Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno portato sullo schermo un'epica popolare piena di pudore e di forza. Torna il pudore dei gesti, mai eccessivi o troppo sottolineati, il dramma è nelle cose, senza un attimo di esagerazione o di esibizionismo del dolore. Un film perfettamente calibrato che trova il suo magico centro nell’interpretazione di straordinaria sensibilità e naturalezza nei panni di di Marion Cotillard.

Relatori: Alberto Cano, Barbara Pozzo, Adria Bartolich.

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