Terrorismo, padre arrestato a Fenegrò, figlio latitante in Siria

I due uomini di origine egiziana hanno 51 e 23 anni

Il giovane, latitante in Siria, con la bandiera dell'Isis

"Associazione con finalità di terrorismo". È l'accusa, pesantissima, di cui devono rispondere due cittadini egiziani di 51 e 23 anni, padre e figlio. 

L'arresto

All'alba di venerdì 26 gennaio 2018 gli agenti della Digos di Milano e di Como hanno fatto scattare le manette ai polsi del 51enne raggiunto nella sua abitazione in provincia di Como, a Fenegrò, nell'ambito dell'operazione denominata "Talis Pater". 
Il figlio 23enne (nato in Bosnia nel 1994) è invece latitante in Siria, dove si trova dal 2014, ed è nella lista dei Foreign Fighters, i combattenti per la causa dell'Isis.  
Nei guai è finita anche la moglie e madre dei due, una cittadina marocchina di quarantacinque anni. Nei confronti della donna è stato emesso un decreto di allontanamento firmato dal Ministro dell’Interno “in quanto la sua presenza costituisce una minaccia per la Sicurezza dello Stato”. Alla donna è stato revocato il permesso di soggiorno e verrà rimpatriata nel suo paese d'origine nelle prossime ore.
La coppia ha altri due figli, una ragazza di 18 anni nata a Como e un figlio di 20 anni, risultati estranei ai fatti.
I particolari sono stati resi noti in una conferenza stampa in Questura a Como.

L'indagine

Le indagini sono state avviate nel febbraio 2017 da parte della Digos di Milano insieme a quella di Como sul 23enne, cittadino bosniaco ma residente in provincia di Como ed inserito nella “lista consolidata” dei foreign fighters e returnees poiché partito nel giugno del 2014 per affiliarsi alle forze miliziane jihadiste anti governative, che attualmente si trovano ancora nei territori di guerra siriani.
Nel corso dei mesi, gli agenti hanno scoperto che il giovane dopo aver lasciato l’Italia ed essere giunto in Siria, ha sposato una donna siriana da cui ha avuto un figlio. L’uomo, impegnato nel proprio ruolo di Foreign Fighters ha partecipato spesso a combattimenti (in luoghi non ancora identificati). Imprese delle quali teneva aggiornato il padre inviandogli periodicamente foto e video.
 

Il ruolo dei genitori

Di questa attività, secondo la Questura, era a conoscenza tutta la famiglia. In particolare il padre (51enne egiziano) e la madre (45enne marocchina), che non solo non hanno mai preso le distanze dalle azioni compiute dal figlio maggiore, ma criticavano l’atteggiamento di quello minore: il giovane, infatti, avendo assorbito la cultura “occidentale”, sarebbe totalmente disinteressato sia alla religione che al sostegno dei combattenti. Pare anche che il padre inviasse al giovane in Siria 200 euro al mese.
In alcune intercettazioni il 51enne si dichiarava orgoglioso del figlio maggiore, combattente in Siria, e dispiaciuto per il minore, che frequentava ragazze occidentali. Addirittura, per questo motivo lo definiva "un cane".
Da quanto si apprende, durante le indagini è emerso il netto coinvolgimento del padre nello spingere il figlio a partire. Secondo gli investigatori, l’uomo avrebbe cercato di depistare le indagini dichiarando alla polizia di essere in ansia per le sorti del figlio maggiore combattente.

I tentativi di depistare le indagini

Non solo: il 51enne si diceva preoccupato anche che il figlio minore decidesse pure lui di partire per affiliarsi ai miliziani. In realtà, secondo la polizia l’uomo mentiva cercando di allontanare qualsiasi tipo di dubbio da parte delle Autorità sul proprio coinvolgimento nella partenza del figlio maggiore. Ma lo scopo era anche un altro: il 51enne aveva chiesto la cittadinanza italiana e non voleva che la sua richiesta fosse condizionata da sospetti. Oltre che sperava anche di limitare le eventuali conseguenze penali in cui incorrerebbe il figlio qualora decidesse di rientrare in Italia vista la sua affiliazione nelle forze jihadiste.
 

Le accuse e i provvedimenti


In base a tutti questi elementi è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione con finalità di terrorismo per entrambi gli uomini (padre e figlio maggiore): dalle indagini è infatti emerso che i due si associavano tra loro e con numerose altre persone all’interno di un’organizzazione terroristica.
Il 51enne è stato arrestato venerdì 26 gennaio.
Nei guai anche la moglie e madre dei due: nei suoi confronti è stato emesso un decreto di allontanamento firmato dal Ministro dell’Interno “in quanto la sua presenza costituisce una minaccia per la Sicurezza dello Stato”. Alla donna è stato revocato il permesso di soggiorno. Verrà rimpatriata in Marocco nelle prossime ore. 

Le reazioni

Arrivano intanto i primi commenti ufficiali in merito a questa brillante operazione della polizia: "Faccio i complimenti alle Digos di Milano e di Como per l’operazione svolta - ha detto l'assessore alla Sicurezza, Protezione civile e Immigrazione della Regione Lombardia Simona Bordonali- L’estremismo islamico va combattuto ogni giorno, non solo dopo un attentato. L'Islam radicale non è compatibile con la nostra cultura, è una piaga da eliminare prima che possa mietere vittime anche sul nostro territorio. Oggi ne abbiamo l'ennesima conferma”. 

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L'ultima persona a finire in manette con l'accusa di terrorismo era stata, lo scorso 24 dicembre, una trentacinquenne marocchina naturalizzata italiana. La donna, che era scappata in Siria con i figli per arruolarsi con l'Isis, era stata fermata dalla Digos di Milano all'aeroporto di Malpensa, dove era appena atterrata per tornare in Europa. 

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