Cronaca

Sposò il marito in coma: matrimonio non valido

Si sono sposati dopo vent'anni di convivenza, quando lui era in coma irreversibile. Un matrimonio “in articulo mortis” come previsto dal diritto ecclesiastico. Un caso raro, quasi unico. Unico certamente a Como e provincia. Una unione coniugale...

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Si sono sposati dopo vent'anni di convivenza, quando lui era in coma irreversibile. Un matrimonio "in articulo mortis" come previsto dal diritto ecclesiastico. Un caso raro, quasi unico. Unico certamente a Como e provincia. Una unione coniugale valida anche a livello civile vista la trascrizione nel registro dell'anagrafe. Ora, però, a distanza di quasi sette anni, dopo lunghe e complesse vicissitudini giudiziarie, quel matrimonio non è più valido. Lo ha deciso la Corte di Cassazione con una sentenza emessa lunedì scorso e le cui motivazioni saranno depositate nei prossimi giorni. Nel frattempo l'uomo è morto e la donna, che adesso ha 62 anni, perderà tutto quello che aveva ereditato dal marito, dalla casa alla pensione di reversibilità. Insomma, il matrimonio resta valido davanti a Dio, ma non davanti allo Stato.

Questa è la storia di una coppia di innamorati, entrambi comaschi, che hanno convissuto e si sono amati per circa vent'anni, fino a quando un malore improvviso ha ridotto l'uomo al coma. La sua dolce metà, però, ha deciso di realizzare lo stesso quella che era una loro intenzione da tanto tempo: convolare a nozze. Dopo le opportune verifiche legali il vescovo di Como ha autorizzato il prete a celebrare il rito del matrimonio "in articulo mortis" (era il 21 novembre 2007) in una struttura sanitaria di Albese con Cassano dove l'uomo era stato ricoverato in stato comatoso e dove è poi deceduto il 18 luglio 2008.

La sorella del defunto ha deciso di intentare una causa penale perché convinta dell'illegittimità del matrimonio. E' iniziata così una sorta di odissea giudiziaria (destinata a fare scuola) che ha chiamato in causa la vedova, i testimoni di nozze, il prete e l'ufficiale dello stato civile di Albese con Cassano. L'accusa era di falso in atto d'ufficio.

Tutti assolti al primo grado di giudizio. Tutti tranne il funzionario comunale. Il prete pur avendo utilizzato un modello precompilato aveva precisato, inserendo varie postille a mano, che lo sposo non era cosciente né in grado di dichiarare in quel momento la volontà di sposarsi. Quindi di fatto il sacerdote aveva dichiarato nero su bianco lo stato delle cose. Diversa la situazione del funzionario comunale che in primo grado è stato giudicato colpevole con la conseguente sentenza che disponeva la cancellazione del matrimonio dal registro dello stato civile. Ma finché un iter giudiziario non ha compiuto il suo ciclo fino all'ultimo grado di giudizio la sentenza non diventa esecutiva. Il funzionario comunale ha deciso di ricorrere in appello. Con lui aveva deciso di appellarsi anche la vedova. Ma l'appello da un lato ha visto l'assoluzione dell'ufficiale di stato civile (anche se non con formula piena: come a dire che ha sbagliato ma non apposta) dall'altro lato ha visto la conferma della sentenza. Infine il nuovo ricorso in Cassazione che è stato rigettato. Ad assistere legalmente lungo tutti questi anni la vedova è stato l'avvocato di Como Andrea Marcinkiewicz: "Sono fermamente convinto che ci fossero e ci siano tutti i presupposti affinché il ricorso fosse accolto. Fino a qui tutto si è svolto a livello penale. Ora valuteremo l'opportunità di un ricorso civile affinché il matrimonio non venga considerato cartastraccia perché non si possono prendere e buttare via vent'anni di convivenza". Nozze in punto di morte mentre uno dei coniugi è in coma. Solo un caso simile è noto all'opinione pubblica, quello di Lorenzo D'Auria, l'agente del Sisme che finì in coma e morì a causa delle ferite riportate in Afghanistan. Anche il suo matrimonio fu celebrato nel 2007.
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