Reportage migranti in stazione, Mattia Vacca: "Ora a Como ci conosciamo tutti un po' meglio"

Della lunga vicenda dei profughi alla Stazione San Giovanni di Como, si è detto e scritto di tutto. Di fatto la città si è divisa in due: da una parte chi si è subito mobilitato con la testa, le braccia e il cuore; dall'altra chi ha urlato...

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Della lunga vicenda dei profughi alla Stazione San Giovanni di Como, si è detto e scritto di tutto. Di fatto la città si è divisa in due: da una parte chi si è subito mobilitato con la testa, le braccia e il cuore; dall'altra chi ha urlato sdegno, manifestato intolleranza spesso sfociata nel più bieco razzismo. Mattia Vacca, fotogiornalista comasco i cui lavori sono da tempo apprezzati e premiati in tutto il mondo, ha vissuto e raccontato con i suoi scatti quelle settimane, divenendone uno dei testimoni più autentici.

«Il mio interesse giornalistico per i migranti – racconta Vacca - è iniziato anni fa. Ci troviamo di fronte a un esodo epocale con i quale siamo e saremo costretti a confrontarci per molto tempo. Durante la crisi di Lesbo, in Grecia, stavo lavorando a un progetto in Lituania, poi molti colleghi continuavano a mandarmi informazioni dal campo profughi di Idomeni, sul confine greco macedone, aumentando la mia inquietudine. In questa occasione ho potuto finalmente occuparmi della vicenda in prima persona tutti i giorni per oltre un mese.

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Come hai approcciato l’idea dal punto di vista fotografico?

Come un qualsiasi altro lavoro, senza pensare di essere nella mia città, iniziando a entrare nella comunità dei migranti in punta di piedi e con tutte le attenzioni del caso per il molti minorenni presenti. Da subito il mio interesse si è incentrato sulla Svizzera, alla dogana e alla stazione di Chiasso, laddove ha origine il problema. Lì ho subito avviato le procedure per essere accreditato, ma dopo essere stato rimbalzato telefonicamente da un ufficio all'altro non ho ottenuto i permessi. Solo un giornalista del settimanale L’Espresso, che li aveva chiesti mesi prima, ci è riuscito. Così il mio reportage è iniziato a Ponte Chiasso, dove i rifugiati vengono accompagnati dopo essere stati obbligati a scendere dai treni provenienti da Como con una procedura che prevede una breve sosta in una cella a cielo aperto, perquisizioni, identificazioni e scorta in fila indiana alla dogana italiana.

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Poi che succede?

Molti di loro arrivano in Svizzera direttamente dagli spot del Sud Italia e non sono mai stati a Como. Molti salgono sui bus di linea dai quali vengono gentilmente invitati a scendere, prima dai conducenti e poi dalla Polizia, perché sprovvisti di biglietto; quindi si dirigono a piedi verso la città. Tornati in stazione a Como la maggior parte di loro cerca subito di salire nuovamente su un treno per la Svizzera. Alla Caritas di Como, in particolare in un giorno in cui si sono riversati per un pasto oltre 500 migranti, ho iniziato a vedere tutto sotto un altro aspetto. Grazie a Flavio Bogani, che mi ha introdotto nei locali di Sant’Eusebio, dove abitualmente non sono ammessi fotografi, sono entrato in contatto con una realtà meravigliosa fatta di uomini e donne straordinari, provenienti da qualsiasi estrazione sociale, politica e religiosa: tutti uniti senza bandiere per dare una mano.

Intanto il clima in stazione qual era?

Innanzitutto in molti in città non si sono accorti che le etnie dei migranti presenti continuano a cambiare: etiopi, somali, tunisini, palestinesi, iracheni. Poi sono arrivati i “No Borders” che inizialmente hanno imposto regole inaccettabili nel campo della Stazione di San Giovanni, contribuendo a creare un clima difficile per i giornalisti, diffondendo notizie false ai migranti circa i guadagni delle mense. Poi anche loro hanno capito il mio lavoro e finalmente si è instaurato un dialogo costruttivo.

Sei stato testimone anche dell’arrivo in stazione di Salvini e dei suoi seguaci.

Sì. Dopo il suo comizio - durante il quale il politico della lega riferendosi ai migranti ha affermato che “giovani muscolosi girano a Como con l’iPhone a caccia di Pokemon Go”- nonostante fosse stato sconsigliato dalla Questura di Como, ha perlustrato la stazione scortato dagli agenti di Polizia. Alcuni simpatizzanti si sono poi diretti ai giardini dove ho assistito ad alcune scene davvero inquietanti. Su tutte quella che ha visto protagonista un ragazzino minorenne, non poteva avere più di 12 anni, che insultava con parole gravemente razziste i migranti (negri di merda, ndr) mentre altri, contestualmente, invitavano i “No Borders”, ribattezzati zecche, a portarli nelle loro case.

In tutto questo ci sono stati anche momenti decisamente meno imbarazzanti.

Sicuramente il pacifico corteo dei migranti per la città, scandito dallo slogan “grazie Como”, ha dato una risposta alle moltissime persone che davanti alla paura hanno messo il senso della solidarietà. Ho visto colleghi commuoversi accanto a una città che nell'insieme questo momento l’ha solo subito nella generale indifferenza.

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Professionalmente sei soddisfatto?

Questo lavoro l’ho fatto per me e non è ancora terminato, lo sarà solo quando avrò i permessi dalla Svizzera. In ogni caso le mie foto sono state acquistate da quotidiani come il Corriere della Sera, La Stampa e, siccome il fenomeno ha una portata mondiale, anche da Zeit, quotidiano tedesco, che ha voluto il mio intero reportage in bianco e nero (ovvero il lavoro autoriale di Mattia Vacca, ndr), per un servizio che ha avuto grande rilievo, risultando tra le 10 notizie più importanti in tema di migrazione secondo “Open Migration”.

E umanamente?

Mi ha dato tantissimo. Ho ascoltato molte storie che mi hanno cambiato. Ci sono certamente molti distinguo da fare ma dinanzi alla sofferenza, alla ricerca di una terra più generosa, occorre solo riflettere e non urlare. La strumentalizzazione politica da parte di alcuni è stata spesso inaccettabile. Così si contribuisce solo a diffondere terrore, a generare ignoranza sull’ignoranza. Viviamo un problema con il quale saremo costretti a confrontarci per molti anni, che ha però il pregio di avere messo a nudo la città. Una cosa è certa, nel bene e nel male, anche nella piccola Como, ora ci conosciamo tutti un po’ meglio.

Sì, ha ragione Mattia Vacca, questa vicenda così tragicamente umana ci ha messi con le spalle al muro: da una parte c’è chi grida con l’odio figlio della paura “via dalla mia Como”, dall'altra chi offre il cuore in silenzio. Ci siamo risvegliati una mattina d’estate riscoprendo di vivere in una piccola città di confine. Qualcuno si è girato dall'altra parte del letto, qualcuno ha urlato dalla finestra o dalla porta sempre aperta di Facebook. Molti, e tutti dovrebbero essere loro grati, si sono invece rimboccati le maniche davanti alle miserie dell’uomo. Che diventa un "Grande Uomo" solo quando non si sente superiore ma solo più fortunato.

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