Spaccio di droga, gestivano il bosco come un supermarket: ecco il video dei sei arresti nel Parco Pineta

Due fratelli a capo della banda: sconti e offerte per i clienti più assidui

Il momento dell'arresto di uno degli spacciatori vicino al Parco Pineta

I carabinieri della compagnia di Olgiate Comasco hanno arrestato tra sabato e domenica, 16 e 17 novembre, 6 uomini tra i 30 e i 45 anni - 2 varesotti, 1 albanese e 5 marocchini - per spaccio.

Guarda il video degli arresti

L'indagine 

Partita grazie alla segnalazione di amministrazioni comunali e cittadini, ha preso di mira attività sospette all'interno del Parco Pineta, nella zona del comune di Castelnuovo Bozzente, in provincia di Como. Qui, bivacchi e uno strano e continuato via vai di stranieri, aveva insospettito i passanti e indotto i carabinieri a condurre un'operazione mirata, che già a gennaio aveva portato al sequestro di un chilo e mezzo di eroina, cellulari e contanti. La conoscenza del territorio da parte delle forze dell’ordine ha fin da subito premiato perché, nel fuggi fuggi generale, uno dei militari ha chiaramente riconosciuto uno dei soggetti che cercava di sottrarsi al controllo. Da lì la certezza per gli uomini dell'Arma che l'attività scoperta non fosse tutta lì ma che, al contrario, lo spaccio all'interno di quei tratti di bosco fosse capillare, frenetico e ben organizzato. Sono partiti così nei mesi una serie di controlli in cui regolarmente i soggetti presenti vicino ai bivacchi, alla vista dei carabinieri, provavano a fuggire, lasciando cadere zaini colmi di cocaina, eroina o hashish, telefoni cellulari e contati. In un caso i militari, insospettiti dalla presenza in un cespuglio di pala e piccone, hanno passato al setaccio il terreno, scoprendo un grosso quantitativo di droga sotterrato, più un altro pacco simile, nascosto nel terreno ancora sottostante al primo.

Il tutto è venuto alla luce grazie a un‘indagine che i carabinieri in conferenza stampa hanno definito "vecchio stile", non quindi intercettazioni e filmati, ma costante e ripetuto fermo degli acquirenti, che venivano sentiti in caserma e ai quali venivano sottoposte immagini tra cui sono stati riconosciuto i 6 soggetti. Qualcuno ha dichiarato di aver acquistato hashish da uno stesso spacciatore in circa 6 mesi, anche 185 volte. Un altro addirittura di rifornirsi dallo stesso indagato da più di 4 anni, anche se non sempre nel medesimo punto del bosco, per un totale di circa 1000 dosi.

Il bosco, organizzato come un'efficiente piazza di spaccio

La dinamica smascherata dai carabinieri si ripeteva pressoché identica con ogni acquirente (quelli identificati sono tutti maggiorenni), che arrivava su un auto guidata da un’altra persona e veniva scaricato nei pressi di uno dei sentieri che conducono al bosco. Dopo pochi metri veniva fermato da un palo, di solito uno dei 2 italiani e l'albanese. A seconda della sostanza che voleva comprare, veniva indirizzato dallo spacciatore di competenza, in un diverso punto di quella stessa zona del parco. Poi l'acquirente consumava quasi sempre la dose direttamente sul posto e su 60 persone controllate e portate in caserma, soltanto 15 hanno tentato di lasciare il parco con modiche quantità di droga in tasca e per loro, ovviamente, è scattata la segnalazione all'autorità giudiziaria.

Quasi tutti gli acquirenti segnalati venivano dalla provincia di Varese ma un ritrovamento rende pressoché certa anche la vendita a soggetti ticinesi, visto che uno degli zaini sequestrati durante le indagini agli spacciatori conteneva anche parecchi contati in franchi svizzeri.

La gestione famigliare

Per quanto emerso finora nel corso delle indagini, i militari dell'Arma ipotizzano che a gestire il traffico fossero i cittadini marocchini e in particolare i due fratelli. Ascoltando gli acquirenti, i carabinieri hanno  anche scoperto una particolare politica dei prezzi: una dose di cocaina poteva per esempio essere venduta per una cifra dai 10 ai 50 euro. A cambiare era il rapporto con l'acquirente, la sua assiduità nel frequentare la piazza di spaccio, la confidenza con il singolo venditore.

Gli arresti

Raccolta questa mole di dichiarazioni e dopo averle comprovate, i carabinieri si sono messi sulle tracce degli uomini. Uno dei due italiani nel frattempo era già in carcere per un'altra vicenda e raggiunto dall'avviso ha detto di voler ringraziare le autorità che, avendolo incarcerato, lo averlo tolto da quel brutto giro.

Meno pentito è sembrato il secondo varesotto che, residente al primo piano di una palazzina, ha cercato di saltare dalla finestra per sfuggire all'arresto.

Diversa la questione per i 4 cittadini stranieri, il cui domicilio non era certo. Molti probabilmente vivevano, almeno a periodi alterni, proprio nel bivacco nel bosco, dove sono stati trovati alimenti, abiti e fornelletti da campo. In particolare i due fratelli marocchini che sembra gestissero la piazza sono stati individuati dopo lunghe indagini, uno nell'appartamento di un terzo soggetto, risultato del tutto estraneo ai fatti, mentre il secondo è stato arrestato insieme ad altri indagati di questa indagine nei presti della zona di spaccio, su un'auto che è poi risultata intestata a un prestanome.

La conclusione delle indagini

A settembre i carabinieri ritengono conclusa l'operazione investigativa e passano tutte le prove raccolte - tra cui i dati tratti da alcuni cellulari abbandonati dagli spacciatori durante la fuga in uno dei primi controlli - al Pm Alessandra Bellù e al Gip Carlo Cecchetti: ne derivano 5 arresti con deferimento diretto in carcere e una misura alternativa per l’italiano già in prigione. Il reato è quello di concorso ai fini di spaccio.

Sicurezza partecipata

I carabinieri sono soddisfatti: . E così gli uomini del comando provinciale hanno colto l’occasione per ricordare che le segnalazione fatte restano completamente anonime e alle volte sono davvero preziose. Trovare generi alimentari, sedie e tende nei nostri boschi deve insospettirci e portare questa informazione alle forze dell’ordine alle volte può veramente fare la differenza, grazie a quella che i carabinieri hanno chiamato “sicurezza partecipata”, proprio come è successo in questa indagine.

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