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E' paralizzato ma per l'Inps può lavorare: pensione ridotta del 40%

Paralizzato dal petto in giù, senza più il controllo degli stimoli fisiologici, ma per l'Inps può lavorare. Quella di Giuseppe Rosalia, 49 anni di Lurate Caccivio, non è solo una storia umana drammatica ma anche il racconto di una distorsione (per...

Paralizzato dal petto in giù, senza più il controllo degli stimoli fisiologici, ma per l'Inps può lavorare. Quella di Giuseppe Rosalia, 49 anni di Lurate Caccivio, non è solo una storia umana drammatica ma anche il racconto di una distorsione (per non dire abominio) della burocrazia italiana. Giuseppe ha sempre lavorato ma la sindrome di Marfan (malattia rara che causa aneurismi) lo ha costretto per sempre sulla sedia a rotelle. L'ultimo intervento chirurgico nel 2011 ha avuto un esito drammatico per lui. Non potrà più camminare e avrà sempre bisogno costante di aiuto e accompagnamento. "A volte - racconta la moglie Maria - è come avere un bambino piccolo".

In questa triste storia, però, un piccolo raggio di sole era filtrato quando tre anni fa l'Inps gli ha riconosciuto l'inabilità al lavoro: ogni mese Giuseppe percepiva una pensione di 1.500 euro. Del resto aveva sempre lavorato nella sua vita, arrivando anche a mettersi in proprio e ad aprire una piccola impresa edile con due dipendenti che ovviamente è stato costretto a chiudere. Quei 1.500 euro era l'unico reddito con il quale avrebbe potuto mantenere i suoi tre bambini. lettera-inps-giuseppe-rosalia"Ora le due figlie sono andate a vivere da sole - racconta Giuseppe - ma devo pensare al mio figlio più piccolo. Finora io e mia moglie eravamo riusciti a non fargli mancare nulla. Sono riuscito sempre a farlo giocare in una squadra di calcio, ora come gli dirò che...". Qui la voce di Giuseppe si rompe, le lacrime affiorano dai suoi occhi: "Come faccio a dire a mio figlio che non può più andare a calcio"?.

La pensione di inabilità non c'è più. Quei 1.500 euro al mese (comprensivi di assegno di accompagnamento) sono scesi a circa 900 euro. Lo scorso mese di settembre Giuseppe si è sottoposto all'ennesima visita medica dell'Inps. Sembrava una visita di routine. E' andato davanti al medico convinto che la sua inabilità al lavoro sarebbe stata confermata: "Mi ha chiesto come mi sentivo e io gli ho risposto che stavo bene. Poi mi ha chiesto di mostrargli le mani e io gliele ho fatte vedere, perché posso muoverle, anche se ho sempre bisogno di un appoggio per le braccia". Dopo poche settimane è arrivata a casa una lettera che informava che l'inabilità era stata revocata. "Di nuovi accertamenti sanitari effettuati - si legge nella lettera - risulta che non permangono le condizioni che dettero luogo al riconoscimento della pensione di inabilità e pertanto la stessa sarà revocata. E' stata invece riconosciuta la riduzione a meno di un terzo della sua capacità di lavoro in occupazioni confacenti alle sue attitudini". A questo teste parole, nella lettera, ne seguono altre in lingua "burocratese" per spiegare cosa fare qualora si volesse impugnare il provvedimento di revoca dell'inabilità.

A novembre i coniugi Rosalia sul conto corrente hanno trovato un versamento del 40% in meno a quanto percepito mensilmente. Un'amara sorpresa, mortificante e umiliante per Giuseppe: "Non capisco come possano avermi fatto questo". Quei 600 euro in più rappresentavano la soglia di sopravvivenza per la famiglia Rosalia. La moglie Maria, infatti, non ha più un lavoro: "Lavoravo in Svizzera ma nel 2008 a causa della crisi ho perso il posto. Ora non mi assume più nessuno. Lavoro solo qualche ora nel negozio di mia sorella ma devo stare vicino a mio marito perché per fare molte cose ha bisogno di assistenza".

Quello che chiedono ora Giuseppe e Maria è solo capire il perché e soprattutto se è stato fatto tutto a regola d'arte, compresa la visita medica che ha decretato la trasformazione di inabilità al lavoro a invalidità con conseguente riduzione della pensione. Dando per scontato che tutto si è svolto secondo le regole e a norma di legge viene da chiedersi se forse qualche legge non vada cambiata. "Come posso lavorare - conclude Giuseppe - e soprattutto quale lavoro potrei fare? Potrei avere bisogno in qualsiasi momento di aiuto. Non ho il controllo della vescica e dell'intestino. Non vorrei mai trovarmi in situazioni spiacevoli a contatto con estranei: per me sarebbe ancora più mortificante e umiliante".

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