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Como, maxi frode fiscale: sequestrati 7,7 milioni e arrestate 13 persone

Coinvolte numerose società cooperative, un consorzio e una Srl ritenuta "capogruppo" del sodalizio criminale

Una maxi inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza di Como e coordinata dalla Procura lariana ha portato a scoprire e smantellare una grande frode fiscale nel settore delle pulizie e della logistica per la grande distribuzione. Una frode che si dipanava tra Lombardia, Piemonte, Campania e Lazio. Nove persone sono finite in carcere, quattro sono agli arresti domiciliari e per un'altra è stata disposta obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Ben 21 le persone indagate e ben 19 le società coinvolte a vario titolo. Di queste 17 sono cooperative mentre altre due sono un consorzio e una Srl ritenuta sostanzialmente capogruppo della rete criminale.

La frode

La frode è stata commessa tramite l’emissione, da parte delle cooperative, nei confronti delle “società capogruppo”, di fatture per prestazioni di servizi (assoggettate al regime dell’IVA con l’aliquota ordinaria del 22%) riferite ad operazioni soggettivamente (e giuridicamente) inesistenti, nelle quali venivano falsamente addebitati i costi del personale. Veniva così consentito alle società capogruppo l’abbattimento dell’ingente debito IVA scaturito dalla fatturazione delle prestazioni al consorzio, nonché un risparmio dei contributi previdenziali e assistenziali che il consorzio avrebbe dovuto sostenere nel caso avesse assunto i dipendenti delle varie cooperative. Ed infatti, qualora le prestazioni fossero state rese direttamente dalle società capogruppo, con propria forza lavoro, queste avrebbero annoverato tra le componenti negative di reddito unicamente quelle afferenti al costo del personale dipendente assunto che, notoriamente, non genera un’IVA a credito. In tal modo, le consistenti somme di denaro trasferite dalle “capogruppo” alle cooperative, a pagamento delle false fatture, venivano utilizzate per il pagamento del personale e, in parte, prelevate dagli organizzatori della frode mediante prelievi per contanti, assegni o con bonifici bancari in favore di loro stessi, a pagamento di propri compensi o utilizzate per spese personali.

Il ruolo cruciale delle cooperative

promotori e gli organizzatori del meccanismo illecito hanno abusato dello schema societario cooperativo, non perseguendo alcuna finalità mutualistica ma sfruttando la normativa di favore prevista per tali soggetti al fine di effettuare operazioni commerciali con evidente scopo di lucro, a proprio vantaggio e non dei soci delle cooperative, relegati a sostanziali ruoli di meri lavoratori dipendenti. Dalle numerose assunzioni di sommarie informazioni da parte dei lavoratori, in gran parte extracomunitari, che prestavano la propria attività nelle cooperative, è emerso che gli stessi non ne conoscevano il presidente. Né risulta che questi abbiano mai partecipato alle assemblee sociali. Di fatto, il personale veniva formalmente assunto dalle numerose cooperative che si sono succedute nel 2 tempo ma, pur cambiando continuamente e formalmente datore di lavoro, gli assunti continuavano, di fatto, a lavorare nel medesimo luogo, per le stesse persone fisiche e con i medesimi “referenti” che risultavano essere sempre gli ideatori del sistema fraudolento, sebbene questi non fossero i legali rappresentanti delle cooperative. L’utilizzo della struttura cooperativistica ha trovato quindi motivazione, non tanto nella tassazione agevolata del reddito normativamente prevista per le cooperative a mutualità prevalente (le società coinvolte nel sistema di frode sono risultate inadempienti agli obblighi dichiarativi o hanno pressoché azzerato le componenti positive di reddito mediante utilizzo di fatture relative ad operazioni inesistenti) ovvero nella determinazione agevolata dei contributi (di cui le società ne hanno sistematicamente omesso il versamento), ma soprattutto nella flessibilità di gestione dei lavoratori.

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