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Maurizio Pratelli

Collaboratore

Il vaccino contro l'orrore della guerra si chiama Diplomazia

Un mondo al bivio tra equilibrio e precipizio

Esattamente due anni fa, con l'inizio del primo lockdown, siamo stati travolti dalla pandemia. Il covid ha irrimediabilmente stravolto le nostre abitudini. Impreparati ad affrontare quel maledetto virus, ci siamo divisi, allontanati, incattiviti: ne portiamo tutti le cicatrici. Tuttavia, qualche segnale di speranza lo scorso febbraio avevamo iniziato a vederlo. In qualche modo, a torto o ragione, si coltivava il sogno che il peggio fosse passato: il covid, finalmente, stava iniziando a fare meno paura. La voglia di tornare alla normalità era insomma accompagnata da una reale prospettiva di luce.

Poi, all'improvviso, ancora profondamente provati, siamo tornati a vivere un incubo persino peggiore, quello della guerra. La guerra vera. Quella fatta di bombe, missili e morte. Quella che ti può cogliere in un solo modo: impreparato a viverla, a capirla, a fermarla. La si può analizzare ma capire no. Nel 2022 il ricorso alle bombe è anacronistico. È vigliacco, è indegno dell'uomo. Un orrore che ci rigetta nuovamente nello sconforto, impotenti. Eppure, anche qui, esiste un vaccino per fermare la guerra: quello della diplomazia. Bomba su bomba, con la folle rincorsa agli armamenti, non se ne esce. Se ne esce con una trattativa, con un negoziato dove ognuno, obtorto collo, dovrà concedere qualcosa all'altro.

Qui non si tratta di stare dalla parte degli ucraini o dei russi, dell'Europa o dell'America, dell'Oriente o dell'Occidente, qui si tratta, come sempre, di stare tutti dalla parte delle persone innocenti, massacrate dalla brama dei potenti. Alla follia della guerra non si risponde con l'utopia della pace ma con la superiorità della diplomazia. Alle minacce nucleari, alle minacce di una guerra mondiale bisogna opporsi con tutta le forza possibile del dialogo. Che non vuol dire lasciare soli gli ucraini ma, al contrario, cercare che il conflitto in corso non porti all'escalation di morti e distruzione. E in questo senso anche Zelensky, per il bene del suo popolo, ha una responsabilità enorme, rispetto alla quale dovrebbe imparare a dosare ogni singola parola. 

Pagheremo tutti un prezzo salatissimo per non essere riusciti a fermare Putin. Ma se avremo il tempo per imparare questa lezione, l'ennesima che ci presenta il conto, ci sarà molto da pensare sul nuovo mondo che andremo a ricostruire. Anche e soprattutto in termini di società etica. Perché va benissimo la condanna unanime alla dittatura se però con le dittature, come quella russa, non sei in affari. Vale per l'Italia e vale per l'Occidente tutto che ora, con le sue tante buone ragioni e i suoi tanti errori, si sente migliore. E l'unica strada possibile, per tutti, è quella di rimettere in equilibrio il mondo senza che diventi, ancora, un campo incivile di battaglia tra civiltà. Altrimenti si precipita tutti. E avremo presto a che fare con nuove macerie. Con uomini e donne vittime delle bombe e della fame. 

  

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