Politeama di Como: rinascita obbligatoria, con l'aiuto di tutti

Quando la storia e i simboli di una città cadono a pezzi

Esiste ancora qualcosa in questa città per cui valga la pena lottare? Esiste qualcosa di tangibile, non per forza legato agli ideali o alle esigenze quotidiane, per cui noi tutti, giornalisti, cittadini, amministratori, abbiamo il dovere di fare squadra, magari con un po' di sano orgoglio? Noi crediamo di sì. Se siamo stati in grado di indignarci per le paratie o per la Ticosa, che restano problemi tragicamente irrisolti, allora abbiamo tutto il diritto di provare ad alimentare quella che per molti resta purtroppo solo una vana speranza: far rinascere il Politeama di Como. 

In un mirabile editoriale dello scorso febbraio sul quotidiano La Provincia, Pietro Berra ricordava come altrove, nello specifico in quel di Prato, l'operazione di rimettere in piedi un palco storico sia pienamente riuscita senza nemmeno dover ricorrere a grandi artifizi politici. Ebbene, chi ha buona memoria ricorderà che non molto tempo fa, a inizio del 2017, si palesò una cordata russa interessata al Politeama di Como. Il sipario calò così in fretta che non ci fu nemmeno bisogno del secondo atto.

Gli ultimi fatti che hanno portato il Politeama sulle pagine dei giornali sono due: il primo risale al 2013, quando Paolo Virzì vi girò alcune sequenze de “Il capitale umano”; il secondo al 2016, quando Ekaterina Galakhova, popolare attrice cinetelevisiva russa, precipitò dal palcoscenico dello storico teatro fratturandosi un tallone. La donna faceva parte di una delegazione entrata al Politeama per verificarne le condizioni, capirne vincoli e possibili funzioni. Ne uscì con le idee chiare ma con le ossa rotte. 

Ci sono luoghi che appartengono alla storia di una città, che l'hanno scritta per quasi un secolo, attraverso spettacoli di teatro e musica importanti: questo è il caso del Politeama, realizzato da Federico Frigerio e inaugurato nel 1910 con la Bohème di Giacomo Puccini. Si dirà che con tutti i problemi che abbiamo, due li ricordavano all'inizio, ma non sono certo i soli, quello del Politeama non è poi così importante. Eppure una grande città la si misura anche attraverso la capacità di dare un peso alla cultura, radice fondamentale del benessere condiviso. E in questo senso ritrovarsi con un sindaco che ha dovuto mettersi sulle spalle anche il fardello dell'assessorato alla Cultura non è certo un buon segnale. E non certo perché Mario Landriscina non sia in grado di occuparsi della materia, ma perché una città che ambiva, con qualche buona ragione illustrata male e senza troppa convinzione, a diventare Capitale Italiana della Cultura, forse meritava un uomo impegnato in quell'ufficio a tempo pieno. 

Va da sè che non sarà certo un assessore a rimettere in piedi da solo il Politeama, questione che peraltro apparterrebbe, almeno dal punto di vista architettonico, al Patrimonio. Però qui c'è da decidere se quella P cascata dall'insegna del Politeama è una sveglia o solo l'ennesimo pezzo smarrito di una storia che non interessa più a nessuno, senza però dimenticare che una città senza teatri (sperando che il buon Dio e i palchettisti conservino in eterno almeno il Sociale) è una città morta. 

Ma se alla fine quel sipario non si alzerà più, saremo tutti colpevoli, nessuno escluso. Per dirla con Fabrizio De André, "per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti". 

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