Editoriale

Qualcuno spieghi perché le seconde e terze medie devono restare in Dad

In zona rossa (forse) si riaprono le scuole ma sono fino alla prima media

Dad

In Europa l'Italia è la nazione che ha perso più ore di scuola. Il ricorso alla Dad è stato fin qui draconiano. E sappiamo bene quanti sacrifici costi questo provvedimento ai ragazzi e alle loro famiglie. Un danno enorme il cui conto non è ancora stato fatto, nonostante diversi studi scientifici abbiamo testimoniato che la presenza degli studenti in classe non abbia modificato significativamente la curva dei contagi. 

Così, mentre il Tar del Lazio rispedisce al mittente il Dpcm con cui si sono chiuse le scuole, invitando contestualmente il Governo a prenderne atto entro il 2 aprile, Draghi sembra voler correre ai ripari annunciando la riapertura delle scuole anche in zona rossa dopo Pasqua. Ma le ipotesi sul tavolo per il ritorno in classe sembrano per ora riguardare solo le scuole fino alla prima media.

Ed è inevitabile che ion molti si chiedano, nonostante la curva pandemica inizi a mostrare segni di miglioramento, per quale motivo le seconde e terze medie debbano rimanere ancora sacrificate alla Dad. Come se a 12 e 13 anni i bambini fossero considerati già grandi abbastanza per rimanere a casa da soli. Ma non è nemmeno questo il punto. Qui si tratta, una volta per tutte, di rimettere al centro del Paese il suo futuro, che certamente passa anche dall'istruzione e dal diritto alla socialità dei ragazzi, che sempre più ferequentemente sono costretti a ricorrere al sostegno psicologico. 

Perseverare nella chiusura delle scuole, non entriamo nemmeno nel merito dei licei - che giustamente protestano - colpiti in modo feroce da quasi due anni, è un delitto che pagheremo caro. Tanto più che ancora non esiste una ragione scientifica che imponga di farlo. Se così non fosse, ora più che mai, si mettano sul tavolo numeri chiari in grado di zittire tutti: gli studenti, le famiglie, i docenti, insomma tutti coloro che pensano che si debba tornare a fare lezione in classe. Subito, però. Qui non si chiede una risposta in politichese, con giustificazioni basate sulla prevenzione o sulla prudenza a tutto campo. Qui si richiede una risposta basata su studi scientifici certi, dopo un anno è un dovere minimo.

Ma soprattutto che non si venga a parlare, tanto per fare nuova propaganda, della riapertura delle scuole legata ai tamponi a tutti gli studenti. Anche alla luce dell'andamento della campagna vaccinale, viene davvero da chiedersi come è possibile che qualche illuminato pensi davvero che ogni lunedì mattina si possano mettere in fila centinaia di bambini in ogni scuola, infilargli un tampone in bocca e poi dirgli: tu sì, tu no. Come se già un anno di privazione di tutti i loro diritti non fosse stato ancora sufficiente. Questa sarebbe solo un'altra violenza ingiustificata che ha dalla sua la sola fortuna di essere irrealizzabile. 

Ma se davvero rimandare la riapertura della scuola alla questione tamponi non fosse solo una boutade, allora diventa inevitabile parafrase Gaber: riaprire la scuola oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente. E siccome alla sua conclusione naturale tra poco mancheranno solo due mesi, quel dopodomani suona sempre di più come il prossimo anno scolastico. Sembra insomma sempre più evidente che il pericolo più grande ora non sia più il covid ma la sua sempre più disgraziata gestione.

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