Editoriale

L'altra emergenza: scuole chiuse e famiglie lasciate ancore sole

Mai come oggi l'Italia avrebbe bisogno di un'Europa capace di una svolta sociale e non solo economica

Scuola

In un Paese che ci ha impiegato un anno a capire l'inadeguatezza di Arcuri, sopravvissuto per mesi persino a suoi "fiori" presto appassiti, a pagare il conto sono ancora le famiglie e la scuola. Se a Como da domani 3 marzo chiudono tutte le scuole per il passaggio in zona arancione rafforzata, non va tanto meglio nel resto della Lombardia o dell'Italia dove il rircorso alla Dad è ormai sempre più generalizzato. In questi ore si è persino fatta l'ipotesi di allargare lo stop della didattica in presenza anche a tutte le Regioni in fascia arancione. Ipotesi che il ministro dell'Istruzione Bianchi sembra avere fermamente respinto, considerandola scellerata rispetto al fatto che invece in quelle zone resterebbero aperti, ad esempio, i centri commerciali.

Ma con la campagna vaccinale che zoppica e la variante inglese che dilaga, la situazione a marzo rischia di esplodere. Certificando, così, il fallimento politico di chi invece si è sempre assolto. Certo, se proprio vogliamo ai cittadini si possono anche imputare colpe generiche, ma non certo quelle di non aver rispettato nella stragrande maggioranza dei casi i divieti imposti. E che la scuola sia sicura, molto più di altri luoghi, sembra del tutto evidente come ha cercato di spiegare anche Alberto Villani, presidente della Società Italiana di Pediatria e componente del Cts. 

Che l'istruzione goda di poca considerazione, lo dimostra anche il fatto che i docenti non siano stai ancora vaccinati. Sui vaccini finoro si è fatta tanta propaganda quando invece, al posto delle parole, occorreva preparare una macchina efficace in gara e non solo in prova. Perché il tema non è solo la poca disponibilità delle dosi ma l'efficienza di un sistema sanitario che ha brutalmente mostrato il fianco anche in questa occasione. La miglior difesa dal virus, il miglior argine possibile all'assalto degli ospedali, resta la medicina del territorio, depauperata da anni di privatizzazioni e dal costante prosciugamento di risorse, oggi si paghiamo il conto.

E quando gli strumenti di difesa mostrano in emergenza tutta la loro precarietà, chiudi. Siglando così la sconfitta di un sistema che ha fallito nelle sue istituzioni primarie: la salute e la scuola. E alle famiglie tocca così pagare un prezzo salatissimo senza che nessuno se ne assuma le responsabilità. Non solo, perché ora i genitori sono lasciati soli con un problema che non sanno come risolvere. Chiusi gli asili, chiuse le scuole elementari e medie, questi bambini e questi ragazzi con chi stanno a casa mentre mamma e papà lavorano? Molti, inevitabilmente, dovranno nuovamente fare ricorso ai nonni, a quella categoria a rischio che ancora non ha visto un vaccino.  

Viste le premesse di questi primi mesi del 2021, evidentemente lo scorso anno non ci ha insegnato nulla. E mai come oggi l'Italia avrebbe bisogno di un'Europa capace di una svolta sociale e non solo economica. Perchè qui si tratta di tracciare un futuro comunitario che non sia in preda ai vizi rapaci dell'uomo. Una società sana, in tutte le accezioni possibili del termine, non la si costruisce rendendola suddita di una banca centrale.

Ma se alla guida del governo c'è un banchiere e alla guida dell'emergernza ora abbiamo un generale, viene da pensare che sia in atto una corsa inarrestabile al reset economico. Peraltro sostenuta da una cinica propaganda digitale sventolata come bene supremo. Ma all'interno di tutti questi bit la variante umana rimane un dettaglio trascurabile. Come la salute dell'uomo, messa dinanzi a tutto solo a parole o quando serve ad arginare un'emergenza che ha nel virus solo una parte di responsabilità. 

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