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Martedì, 30 Novembre 2021
Editoriale

Essere ragazzi al tempo della pandemia

Quella brutta abitudine di colpevolizzare una generazione vittima della pandemia

Puntare il dito contro i giovani è ancora uno degli esercizi più in voga di questa pandemia. Soprattutto da parte di chi ha dimenticato di esserlo stato. O forse non lo è mai stato davvero. Utilizzando episodi sporadici, come ad esempio quello di ieri in piazza Volta, per condannare tutta una generazione a cui da un anno non è più concesso nulla. Eppure, se pensiamo ad esempio alla scuola, il cui timido ritorno in classe - come ha ricordato il Prefetto - si è svolto nei giorni scorsi in un pieno clima di responsabilità, qualche onesta riflessione andrebbe fatta.

Strumentalizzare un contesto di piazza per colpevolizzare un'intera generazione vuol dire non avere nessuna percezione di ciò che i ragazzi stanno vivendo in questo momento. Per quanto i singoli comportamenti possano anche essere deprecabili, non si può pensare che esista un reale problema di sicurezza legato ai giovani. A meno che non si voglia pensare che tutto ciò che stanno subendo in questi mesi sia normale e non invece molto complesso da elaborare. 

Non può essere il "bastone" a risolvere il problema ma, scusate il gioco di parole, la comprensione della loro compressione. Da un anno non vanno a scuola in presenza, non possono fare sport, non possono andare a un concerto e nemmeno in discoteca. Tutti a casa dopo le 22. Persino la loro occasionale "movida" in piazza è diventata la madre di tutti i mali. Qualsiasi forma di "normale" socialità, spesso anche quella amorosa, è ufficialmente vietata o così ricca di paletti da scoraggiare i più.

È naturale che tutto questo porti a una frustrazione che in alcuni soggetti più fragili finisce per trasformarsi in attimi di violenza. Una tensione emotiva che per essere allentata necessita di strumenti che non tutti i giovani hanno. Siamo dinanzi ad un problema sociale enorme che merita la massima attenzione: non telecamere, fucili e nuova repressione. Come se già non ce ne fosse abbastanza. 

Comprendere le ragioni non vuol dire giustificarle. A meno che non si pensi che i giovani debbano essere l'alibi di ogni nostra sconfitta: come genitori, politici, amministratori, ed educatori. Non si tratta di attacarli o difenderli a spada tratta come fossero una parte a sé della società. C'è un tema che riguarda tutti ma non lo si risolve puntando il dito o mostrando il fodero armato di moralismo. Tanto più che nella stragrande maggioranza i ragazzi hanno tenuto comportamenti irreprensibili, persino sorprendenti rispetto a tutte le urgenze che la vita richiede alla loro età. Occorre "accompagnarli" perché sono il nostro futuro. E non abbandonarli tutto il giorno davanti a un computer pensando che nell'ora di libertà siano poi tutti agnelli.

Sì, in questa maledetta epoca della pandemia c'è un problema. Ma i ragazzi sono tra le vittime di questa stagione e non una delle cause. E almeno da questa evidenza non possiamo prendere le distanze. Lo si può fare da un episodio. Ma non raccontare tutta una generazione attraverso quell'episodio.

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