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Libertà di stampa, lettera di Giovanni Sallusti

Volentieri pubblichiamo la lettera che Giovanni Sallusti, collega e amico, ci ha inviato sul tema della libertà di stampa. Ovviamente la lettera prende le mosse dalla condanna a carico di suo zio, Alessandro Sallusti. Pubblichiamo questa lettera...

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Volentieri pubblichiamo la lettera che Giovanni Sallusti, collega e amico, ci ha inviato sul tema della libertà di stampa. Ovviamente la lettera prende le mosse dalla condanna a carico di suo zio, Alessandro Sallusti. Pubblichiamo questa lettera perché quando si parla di giornalismo e libertà d'informazione ci fa piacere dare il nostro piccolo contributo, offrendo lo spazio per una discussione e spunti di riflessione su questo tema (dopotutto l'informazione è l'anima di QuiComo) ancorché affrontato con un'opinione che non rispecchia in tutto e per tutto la nostra.

Caro direttore,

due cose le devo pur dire, sull'obbrobrio (l'espressione "caso" è troppo asettica, puzza troppo dei tecnicismi innocui con cui chi fa il nostro mestiere spesso si trastulla) che coinvolge un giornalista comasco, Alessandro Sallusti. Da giornalista, da comasco, e certo anche da famigliare stretto. Non è mai stato un segreto, in questo caso (e solo in questo caso) mi consento di dire che è un valore aggiunto. Perché mostra che lo scempio dello Stato di diritto non è strafalcione accademico, è saccheggio di vite, persone, mestieri. Quello del confezionatore di giornali si può fare in molti modi. Istituzionale, ingessato, sornionamente trasversale. Piattamente cronachistico. Vaporoso e testardamente elitario. E anche, certo, fieramente schierato, opinionistico, battagliero a costo di esser semplificatore. Siamo nel campo estetico. Nel campo civile, costituzionale, allevato nell'abc liberale che in altri Paesi è ovvietà secolare, tutti i suddetti modi di argomentare il pensiero e la parola, e tutti gli altri possibili immaginabili, sono liberi. Auspicati, addirittura, per quanto il luogocomunismo dominante non lo ammetterebbe mai.

Libertà di parola è (anche) libertà di controcanto, di provocazione, di iperbole. Voltaire, signori, pieno Settecento, tre secoli fa. Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo. Altrimenti, è finita. E nel nostro Paese è finita, caro direttore. Ha ragione Maurizio Belpietro, direttore di Libero: "Questo mestiere non si può più fare". Io stesso, per quel che vale, mi sto interrogando sulla prosecuzione personale di una tragicommedia. Perché questo è, l'affaire Sallusti. Non c'è alcuna diffamazione, nel pezzo incriminato, uscito su Libero a firma Dreyfuss (oggi Renato Farina si è dichiarato, diciamo non con tempi esattamente reattivi). C'è una tesi spropositata e da collocare nell'articolo che a sua volta è da collocare in un format (pena di morte per un giudice che ha autorizzato l'aborto di una tredicenne). Io non la condivido, la trovo anche troppo programmaticamente provocatoria, dunque non provocatoria, ma è un'opinione. Il suo diritto ad esistere va difeso a maggior ragione in quanto minoritaria e fin sgangherata (è sugli estremi che vale il "voltairismo", difendere il diritto dell'opinione "la guerra è brutta" è pigra tautologia). Ma ammettiamo che diffamazione vi sia. Risarcimento pecuniario, d'accordo, si paghi, si paghi pure tanto, come spesso decidono i magistrati a favore di altri magistrati. Ma il carcere. Il carcere per un giornalista, per un direttore che non ha neppure scritto il pezzo, lo ha pubblicato. È Teheran. È Pyongyang. È L'Havana. È qualunque incubo totalitario possiate immaginare, metteteci la croce uncinata o la falce e il martello, non è uno Stato del libero Occidente. È finita. Ed è finita a maggior ragione perché non è successo ancora niente di rilevante. Ti ricordi, direttore? Adunate in nome della libertà di stampa per banali cambi di palinsesto.

Oggi, un giornalista va in carcere: niente. Nessun appello di intellettuali annoiati, nessun martellamento televisivo, nessuna martiriologia ufficiale. Per forza. Allora si chiamavano Santoro, erano i guru del luogocomunismo. Oggi si chiamano Sallusti, la notizia c'è, certo, la reazione immediata contro l'Obbrobrio no (spiace constatare, caro direttore, che a ispessire la coltre sull'incubo orwelliano che sta travolgendo un giornalista comasco sia anche La Provincia, il cui direttore Diego Minonzio non ha ancora trovato il tempo di scriverci una riga). È anche per questo doppiopesismo scontato e già visto mille volte, che è finita. Vien voglia di farci invadere dagli americani, per diventare finalmente uno Stato liberale. Ma non lo saremo mai. Siamo piccini, ultra-corporativi, maestri della doppia verità. Tutti i direttori, nazionali e locali, hanno querele per diffamazione. Spero che a te non capiti mai, caro Dario. Oggi, un tuo collega rischia seriamente il carcere, per quattordici mesi, senza nemmeno le attenuanti generiche, che a volte concedono agli omicidi. Lo vedi, lo strappo nell'anima e nel corpo di chiunque si dica liberale? Perché questa, è la libertà di stampa, urgenza e possibilità fisica di esprimere il proprio pensiero. Il resto, è salotto, convegnistica, e allora, davvero, non ne vale la pena. Giovanni Sallusti
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