Maurizio Pratelli

Opinioni

Maurizio Pratelli

Collaboratore QuiComo

Battiato e l'era del social bianco

La morte di un Artista ai tempi di Facebook

La scomparsa di un grande artista come Franco Battiato è stata inevitabilmente accompagnata da un fiume di post su Facebook. A prescindere da quanto si conoscesse la sua musica, o anche una sola canzone, il ricordo che gli utenti social hanno concesso a Battiato è stato enorme. Un tributo in foto e parole che  testimonia quanto la canzone d'autore abbia ancora oggi un immenso valore culturale e, non di meno, popolare.

Perchè al di là delle tante pagine dei giornali che hanno voluto celebrare uno degli artisti italiani più importanti degli ultimi cinquant'anni, quel che resta evidente è come i social abbiano reso tutto "spettacolare", anche la morte. E se da un lato c'è la necessità sincera di mettere al sole il proprio dolore, che è quello di chi la musica di Battiato l'ha vissuta come una necessità, dall'altra ci sono due aspetti tipici di questa stagione in cui ci si sente autorizzati a cannibalizzare ogni evento.

E fin quando ci si limita ad un proprio ricordo di circostanza, anche solo per il fatto che lo stanno facendo tutti, non c'è nulla di male: non occorre essere collezionisti seriali o critici musicali per omaggiare la grandezza di un artista come Franco Battiato. L'altra faccia della medaglia social, quella che non perde occasione per mettere le mani sulla tastiera, è quella invece di chi si sente in diritto, anche in un giorno di profonda tristezza, di affermare con triviale orgoglio che la musica di Battiato non l'ha mai ascoltata o che la sue canzoni fanno schifo. 

Una tempesta mossa da chi, sentendosi chiamato dall'onda emotiva, deve trovare comuqnue un modo per prendere il mare. Ed allora succede che si leggano parole, spesso accompagnate da una faccina che ride, di questo tenore,: "Visto che tutti stanno postando qualcosa su Facebook, lo faccio anche io per dire che Battiato non mi è mai piaciuto e non ho nemmeno un suo disco". Un giudizio non richiesto che - più che un dissenso, ora del tutto inutile - mostra tutta la frustrazione di chi annaspa in acqua. Che spesso si "accontenta" del dileggio ma che non ci risparmia neppure il più becero degli insulti. 

Quando nel 1979 Battiato cantava L'era del cinghiale bianco, il brano che dava il titolo al suo nono album, Facebook non c'era. Quasi mezzo secolo più tardi, la chiosa di quel suo brano ricco di riferimenti spirituali - dove invocava la speranza, forse infondata ma in lui sempre resistente, di un rinsavimento del mondo - appare più che mai compromessa. Così, ora che sappiamo con certezza che l'era del cinghiale bianco di celtica memoria non è mai tornata, non ci resta che sopravvivere all'era del social bianco. Un cinghiale digitale senza cultura e senza memoria. E pure senza vergogna. 

Ed il punto, alla fine, non è capire - come si chiedevano alcuni - chi raccoglierà l'eredità di Battiato. I suoi semi di bellezza circolano ovunque da decenni, il punto, piuttosto, è capire come ritrovare un sentimento nuovo che ci tenga alta la vita, la passione nella gola, l'eros che si fa parola. Perché il problema non è non avere mai ascoltato ma non avere mai capito. E quando non si capisce, succede, è molto meglio stare zitti. 

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