Silvia Romano, potevo essere io: la mia vita in Africa vicino al villaggio di Chakama

Sono una giornalista, ed ora vivo a Como

Mi chiamo Marta Migliardi e sono una giornalista. Chiarisco subito il punto e ci metto la faccia.

Ora abito vicino a Como, ma ho vissuto tra l'Africa e l'Italia per moltissimi anni e, se vogliamo, per motivi meno nobili di quelli di Silvia: lavoravo nel turismo in Egitto e Kenya, ed ero già una giornalista in Tanzania, molti anni dopo.

La prima cosa che ho imparato in Egitto (prima esperienza africana nel 2005), dopo gli attentati di Sharm (ero lì sempre per lavoro, e sono viva perchè non avevo voglia di mangiare fuori la pizza quella sera) è stata pronunciare bene Allah Akbar. Perchè, pensavo, io con le altre assistenti turistiche, che in caso di rapimenti o altri attentati, se avessimo saputo ripetere qualche parola del corano o in arabo, avremmo avuto qualche possibilità in più di salvarci. Prima di cambiare destinazione, mi sono spinta fino in Sudan, dove, a causa di una distrazione dell'autista mi sono fatta mettere 5 punti in testa da un medico beduino: il primo ospedale era a 5 ore di macchina, e credo mi sia andata bene così, con il medico beduino che era poi quello che curava le vacche e i cammelli. 

Sono partita la prima volta per il Kenya nel 2006 e abitavo a Malindi, a casa del padre del mio allora compagno, che era un imprenditore (molto all'avanguardia) nel turismo. In attesa che finissero i lavori nell'hotel vivevamo in questo compound, recintato, per "ricchi"europei. Ma tanto, se volevano, entravano lo stesso. Un giorno, uno a caso, armati di macete sono arrivati e hanno incendiato la casa e ucciso il vicino, se non erro tedesco, e non noi, che eravamo in giro per lavoro, appunto.

Io volevo fare del bene, ero giovane, inesperta, con gli occhi pieni di colori. Insegnavo inglese in una piccola scuola (una volta a settimana), e proprio in quelle zone, vicino al villaggio di Chakama, nella contea di Kilifi dove è stata rapita Silvia, si andava a portare qualsiasi cosa: vestiti, alimenti, medicine. Si andava con la jeep, senza scorta, al limite una guida locale, qualcuno che lavorava nel resort. Noi muzungu (in swahili bianchi o meglio 'sporchi bianchi') sappiamo bene cos'è il razzismo al contrario.

La mia vita in Africa vicino al villaggio di Chakama 

Sono qualcosa di feroce i rapporti umani in certe zone dell'Africa, perchè la vita non ha valore. Ti vendono le loro figlie per pochi dollari, se vuoi. Fanno qualsiasi cosa per poco, pochissimo. Puliscono le case, guardano gli oggetti che non conoscono con sospetto, sorridono, vanno a letto con uomini disgustosi, tagliano la gola col macete. Per poco. 

Eppure non vi è luogo al mondo dove abbia visto sorrisi più belli, generosità senza un domani, perchè il domani non c'è, non esiste. Occhi lucidi, scambi di sguardi: le parole non si capiscono, non all'inizio. E sono sempre loro, gli africani, ad imparare prima l'italiano, hanno bisogno di capire, io avevo bisogno di guardare il mondo. E le amicizie più pure, dove senti una reale intesa umana, sono nate là, nel continente nero. Non c'è filtro alla sofferenza.

Qual è la differenza tra me e Silvia? Se, avessero rapito me, mentre vivevo in quelle zone o mentre, sola, con una guida locale scalcinata, portavo vestiti ai villaggi più poveri nei miei giorni liberi dal lavoro di assistente turistica? Sarei stata più 'giustificata' perchè lavoravo nel turismo e non per una onlus? 

Il Kenya 

Sapevo che era pericoloso? In un certo senso sì. Avevo scampato gli attentati di Sharm, sapevo molto bene cosa fosse il terrorismo. Ma ho imparato presto che in Africa, come in tutto il mondo, si muore per molto meno. 

Un mio amico, che aveva 30 anni, anche lui guida turistica, nel 2007, è stato ucciso, proprio vicino a Malindi per 100 dollari. Andrea Pace, cercatelo su Google. Ha parcheggiato di fronte alla sua casa di Watamu, una delle località marittime del Kenya più amate dai turisti a una ventina di chilometri da Malindi. Andrea ha varcato il portone di casa e i ladri, almeno tre, gli hanno messo una pistola alla tempia.

Volevano i soldi e anche il cellulare. Hanno svuotato le tasche di Andrea, immagino la paura che ha avuto, e gli hanno spinto la faccia sul pavimento. Poi dovevano scappare, e per farlo spaventare e stare fermo, con la pistola, che probabilmente non sapevano neanche usare, hanno sparato dei colpi in aria, ma uno non è finito in aria ma sull'arteria femorale di Andrea. Urla la sua ragazza, chiede aiuto, parte l'ambulanza: ma il serbatoio è a secco. Andrea muore. Ecco l'Africa. 

Ed è la stessa dove vi piace tanto andare in vacanza, e meno male, dico io, perchè l'Africa è meravigliosa. 

È pericolosa? Sì, per certi versi sicuramente, ma se mi mettessi a elencarvi tutti i fatti di cronaca nera italiani (inclusi sequestri, attentati mafiosi, femminicidi, ecc...) non direste lo stesso? 

Silvia, oltretutto, non era andata in Somalia, ma in una zona dove gli italiani abitano, vivono e vanno in vacanza. Era andata per fare del bene, eppure di lei si è parlato poco. Troppo poco, finchè forse ci voleva un palliativo, per distoglierci dal disastro del coronavirus e farci credere che esistessero ancora le belle notizie: Silvia è libera. Dopo 18 mesi c'è un piccolo dettaglio che non era stato messo in conto: si è convertita. 

Nessuno si è chiesto se lo ha fatto per paura, per sopravvivere. Nemmeno il tempo di uscire da un incubo, per farla entrare in un altro. 

Io come Silvia

Concludendo: i miei amici italiani che vivono in Africa, (Tanzania, Egitto o Kenya che sia), mi insulteranno perchè non ho detto che Silvia era un'incosciente e non avrei dovuto spendere altro tempo per parlare di lei. Userebbero parole più colorite, ma lasciamo stare. E lo dicono proprio loro, che in Africa ci vivono, l'hanno scelta. Ma la regola numero uno è che l'italiano che vive in Africa pensa sempre di saperne di più degli altri, si sente più 'cool' e meno borghese. 

I miei amici italiani che vivono in Italia mi disprezzeranno e diranno che abbiamo speso 4 milioni in un momento come questo per una sola persona: Silvia. Cercheranno di simulare, e di dirmi: "Ma no, per te sarebbe stato diverso, tu eri lì per lavoro". La verità è che gli sarebbero girate le palle lo stesso, e probabilmente i sassi alle finestre me li avrebbero tirati, eccome. 

I miei amici africani non erano felici del rapimento, e saranno felici adesso, perchè Silvia è viva: perchè per loro il turismo è vita, e non si può confondere l'essere un terrorista con l'essere di religione mussulmana, sono due cose molto diverse. 

Io, di mio, ho imparato due cose: la prima è che la gentilezza è un mezzo di comunicazione che va oltre ogni barriera linguistica. La seconda è ancora più semplice: al mondo esistono gli esseri umani buoni e quelli cattivi (a prescindere da razza, età, nazionalità, colore della pelle, culto religioso, grado di istruzione, colore degli occhi). La percentuale vede in netto vantaggio i secondi.

Io, che forse per come ho vissuto la mia vita, sempre in giro per il mondo, confini non ne ho, di pensiero ne ho avuto uno solo: sono felice che Silvia sia viva. Felice che un essere umano sia vivo e in salvo.

Perchè magari quel giorno, un giorno come tanti, 13 anni fa, quando andavo a portare i vestiti al villaggio di Chakama, nella contea di Kilifi, non lontano da dove, come assistente, 'accudivo' i turisti, qualcuno poteva rapire me. In fondo ero indifesa, ingenua. Mi sarei convertita? Credo di sì, o comunque avrei finto. Quindi, cosa mi avrebbe salvato dal giudizio della gente? Il fatto che lavorassi nel turismo e che non fossi andata là apposta per fare del bene? 

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Perchè questa è la sola differenza tra me e Silvia Romano. 

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