San Donnino, storia di un ex carcere che nessuno vuole

Le fotografie di Gin Angri rimangono un prezioso documento di memoria storica della città

San Donnino (Foto Gin Angri)

Gin Angri è stato uno degli ultimi fotografi ai quali è stato permesso di entrare a San Donnino, l'ex carcere di Como. Erano gli anni '90 - allora la struttura era gestita dell'Intendenza di Finanza - e Angri ottenne il permesso di lavorarci per tre giorni. Riuscì così a documentare con i suoi preziosi scatti ciò che era rimasto all'interno delle celle della storica prigione situata nel centro storico della città.

Da quel lavoro, qualche anno dopo Nodo Libri pubblicò un volume intitolato Ex Carcere di San Donnino. Ci si passa molto vicino camminando per via Giovio, nella città murata. Dall’altra parte del muro, oltre le finestre anch’esse murate, ci sono brande riparate con lacci di stoffa, berretti di secondini abbandonati sulle scale, piatti, bicchieri, bottiglie lasciati nel cortile dell’ora d’aria, ritratti di bambini e quadri del Cristo, donne nude a tappezzare le pareti, graffiti primitivi e inquietanti, frammenti di carte parlanti, vecchi pacchetti di sigarette e, naturalmente, sbarre, grate, serrature, catenacci. È l’ex carcere di San Donnino, luogo separato all’interno della città, abbandonato da anni e quasi rimosso dalla memoria collettiva".

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In questo libro è raccontato per la prima volta attraverso le molte fotografie scattate da Gin Angri, dopo il trasferimento dell’istituto penitenziario al nuovo carcere del Bassone, i disegni di Monica Galanti e l’introduzione storica di Fabio Cani, che include una breve scelta di testimonianze in prima persona sulla vita nel carcere e che riportiamo sotto). Un reportage esaustivo su un luogo importante nella storia della città e al tempo stesso una denuncia delle condizioni in cui vive la popolazione reclusa, negli anni passati in questo edificio, oggi in altri.

La storia dell'ex Carcere di San Donnio (Fabio Cani e 

Il vecchio carcere di Como, chiamato di San Donnino per la vicinanza alla chiesa così intitolata, viene realizzato subito prima della metà dell’Ottocento nel centro della città, in aderenza all’antico palazzo dei Volpi, che l’amministrazione austriaca acquista per farne la nuova sede del Tribunale. Nonostante che sia del tutto sottratto alla pubblica vista, dietro un muro impenetrabile, possiede caratteri di decoro architettonico, ispirato dall’architettura neoclassica. È, a suo modo, un edificio elegante. Ma, dietro quei muri, per quasi centocinquant’anni sono di scena storie tristi e drammatiche, che raramente vengono raccontate: sono storie di delitti, veri o presunti, ma anche di oppressione e di emarginazione.

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Diviso in due settori – per i maschi e per le femmine –, reclude i delinquenti comuni ma anche i politici, tanto durante il Risorgimento, quanto durante il regime fascista. Si “apre” raramente alla città, alcune volte in maniera clamorosa, come quando – il 22 giugno 1944 – ben quaranta detenuti, in buona parte politici, riescono a evadere in modo del tutto incruento. Dopo la Liberazione vi sono rinchiusi gerarchi e gendarmi fascisti, sottoposti a processo nell’attiguo Palazzo di Giustizia. Smette di funzionare all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quando entra in funzione il nuovo carcere del Bassone. Di tutte le sue storie, il carcere di San Donnino, abbandonato da anni, porta i segni in una stratificazione di memorie ancora presenti sui suoi muri, nelle sue celle, nel suo cortile.

Oggi, che il carcere è di propietà del Demanio, è stato più volte messo all'asta, l'ultima lo scorso novembre per poco più di 1 milione di euro, ma anche in questo caso nessun acquirente si è fatto avanti per il suo acquisto. San Donnino rimane un luogo abbandonato, la cui memoria è lasciata alla storia e al bellissimo lavoro di Gin Angri, fotografo sempre attento all'umanità e alla memoria, raccolto nel suo libro.

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