Caos scuola, la pandemia ha reso evidenti tutte le criticità del nostro sistema

Ne abbiamo parlato con Luca Michelini, professore ordinario di Storia del pensiero economico

Banchi innovativi

L'attenzione per la scuola è altissima. E con essa crescono dubbi e criticità. Di giorno in giorno si evidenziano tutte le lacune di un sistema che l'emergenza sanitaria sta mettendo a dura prova. Lo sforzo potrebbe essere tanto immane quanto vano se tra due settimane gli alunni non dovessero tornare in classe. Ne abbiamo parlato con Luca Michelini - nella foto sotto - comasco noto in città per il suo impegno al dialogo sulle tematicje sociali, e professore ordinario di Storia del pensiero economico a Pisa. 

"La pandemia - afferma Michelini. ha reso evidenti alcune drammatiche criticità del nostro sistema paese: la sanità e la scuola. Bisogna però essere molto vigili: la crisi di questi due sistemi non è affatto dovuta ad un evento esterno e naturale, come si trattasse di un tremendo temporale, ma è dovuta alla nostra impreparazione. La causa di queste criticità è cioè da ricercare nel sistematico disinvestimento che i governi della Seconda Repubblica, di destra e di sinistra, hanno operato sia nella sanità che nella scuola. Troppo facile prendersela con il governo in carica. È un modo per occultare e disfarsi delle proprie responsabilità. È un dato di fatto, non è polemica politica. Ciò non significa che non sia legittimo e necessario criticare il governo in carica. Significa invece capire la natura dei problemi che il Governo deve affrontare. Ci sono stati per trenta anni tagli nelle strutture e negli organici. E si è pensato di trasformare questi due settori nevralgici della e per la società (nevralgici per dal punto di vista morale, culturale, economico) in aziende, come se si trattasse di strutture autonome dal resto della società. L’utopia era che la logica del mercato le rendesse più efficienti. Ed è avvenuto l’esatto contrario"

luca michelini-2

Che conseguenze ha avuto tutto ciò nella scuola?

Trasformare il prodotto della scuola in una merce da vendere con profitto è davvero impresa ardua. Ma ci hanno tentato e ancora ci stanno tentando. Mi colpisce molto che la polemica attuale sia rivolta contro la ministra Azzolina, che sta facendo quel che può visto la situazione che ha ereditato, e non, poniamo, contro il piano Colao in materia scolastica, davvero molto deludente e soprattutto molto significativo per comprendere l’arretratezza della nostra cultura manageriale. Del resto, un manager non può occuparsi di scuola. Non è il suo mestiere. È da anni che si tenta di trasformare la scuola in una azienda che produce merci utilizzando un vasto coacervo culturale (che partorisce a raffica nuovi sistemi di valutazione, di programmi, di strutture amministrative) che vorrebbe subordinare la scuola, all’economia. 

E invece?

Invece si dovrebbe fare l’esatto contrario. Dovrebbe risultare chiaro che l’economia attuale è caratterizzata da paurose fluttuazioni, talmente drastiche da mettere a repentaglio la tenuta sociale: disoccupazione, deindustrializzazione, cambiamenti rapidissimi nella divisione internazionale del lavoro. E dovrebbe risultare chiaro che subordinare la scuola a questo tipo di economia è semplicemente folle.  Faccio un esempio per intenderci: se producessimo solo cotone, se fossimo un produttore di materie prime (se fossimo poveri, si dice oggi, con evidente paradosso: perché i più poveri sono quelli più ricchi… di materie prime) dovremmo forse subordinare tutto il nostro sistema scolastico alla produzione… del cotone? Informo i lettori che l’Italia è diventata un grande paese perché ad un certo punto della sua storia, le sue classi dirigenti hanno capito che era possibile diventare una nazione industriale, cioè una nazione che non produce più e soltanto grano, vino, seta greggia, canapa, riso. D’altra parte, l’esperienza economica delle grandi crisi, come quella che stiamo vivendo, insegna che la scuola, che poi è la fucina della conoscenza e della socialità, dovrebbe dirigere il processo economico e sociale. Non si tratta affatto di utopia, ma del concreto funzionamento di quelle economie che si sono messe all’avanguardia del progresso economico e sociale inventando numerosissime formule economico-politiche in grado di subordinare il meccanismo di mercato all’interesse generale. Basterebbe leggersi la nostra Costituzione. 

La realtà però ci ha visti largamente impreparati.

Il Paese si è risvegliato constatando che manca una rete universale per la banda larga. E l’attuale Governo sta cercando di risolvere la situazione, che evidentemente denuncia il grave ritardo accumulato nel passato. Un passato fatto di privatizzazione delle reti e di equilibrismi governativi volti a salvaguardare gli interessi di alcuni privati, invece che gli interessi della collettività. Se una critica si può muovere a questo Governo è quella di non procedere con maggiore decisione verso il superamento della cultura delle privatizzazioni: ma capisco anche bene che si tratta di un governo di coalizione, che include una delle forze politiche che delle privatizzazioni è stato teorica e protagonista. 

Gli investimenti sulle strutture scolastiche non ci sono stati.

Ancora non si è spenta la polemica circa la tenuta antisismica delle nostre scuole. In uno dei paesi più sismici del mondo, ancora al tempo del terremoto dell’Aquila si è dovuta constatare l’inadeguatezza antisismica del nostro intero sistema! Forse la pubblica opinione, i quotidiani, hanno fatto una campagna martellante per monitorare la situazione e per stimolare i governi in carica? A me non risulta. Vedo invece campagne di stampa contro questo o quel ministro solo per cercare di riportare al governo del paese… proprio quelle classi politiche che hanno reso impreparato il nostro Paese ad affrontare le sfide della modernità.

Le scuole sono messe male ma docenti non stanno messi meglio...

Ciascuno di noi conosce benissimo lo stato degli edifici. Si tratta per lo più di edifici vecchi e inadeguati, con manutenzione minima. A questo si aggiunge il taglio all’organico e il sovraffollamento: troppi studenti per aula e per insegnate. I quali hanno in Italia una età media molto più alta che in altri Paesi. A questo aggiungiamo l’eterno valzer delle supplenze, del precariato. Si è addirittura arrivati alla presidenza di diversi istituti! Si tratta di processi che sono andati di pari passo al tentativo di dare autonomia “aziendale” ai presidi e di implementare processi di gerarchizzazione: con l’obiettivo di premiare solo alcuni, i più “meritevoli”, ai danni degli altri.  Sia chiaro: l’idea del merito è fondamentale, perché incrina qualsia forma di ossificazione sociale ed è particolarmente importante per un paese familista come l’Italia. In Italia, però, l’idea del merito è in realtà servita a creare ed inasprire diseguaglianze di ogni genere (retributive, territoriali, di istituto, in ultima analisi… famigliari), a creare le cd “eccellenze” al fine di desertificare il resto, perché “naturalmente”, ci hanno spiegato improvvisati Soloni, la società è fatta di diseguali e solo la diseguaglianza genera il progresso economico e sociale e perfino scientifico. Ancora una volta è prevalsa l’idea, che sottende tutte quelle elencate, che l’individualità sia un “dono di natura” e non sia, invece, un processo sociale.

La scuola sembra vivere ancora in una sorta di emarginazione, come si esce da questa bolla?

La scuola è stata talmente isolata dal resto della società che si è voluto subordinarla a processi economici e sociali ritenuti ineluttabili, naturali e virtuosi: c’è voluta una crisi come quella pandemica per accorgersi che l’organizzazione scolastica è fondamentale per l’organizzazione di gran parte della società. Non mi pare che celebre il piano pandemico della Lombardia, per altro largamente disatteso, avesse affrontato il problema della scuola. Non ho notizie da Como sull’utilizzo dei poteri commissariali che il Governo ha dato ai sindaci per organizzare l’anno scolastico che si sta per aprire. Non mi pare che i quotidiani assillino il sindaco di Como per avere notizie in merito e non mi pare che ci siano inchieste giornalistiche che setacciano le nostre scuole per avere un quadro chiaro della situazione. La pubblica opinione aspetta invece al varco il Ministro Azzolina, nella speranza di farne un comodo capro espiatorio e di ritornare al passato. Più in generale: ci si accorge solo ora, come improvvisamente svegliati da un evento traumatico, che un sistema scolastico implica: organizzazione dei trasporti (mobilità fisica delle persone); un sistema di trasmissione delle informazioni (rete internet); un sistema di teledidattica; un sistema editoriale (editoria scolastica e non); una organizzazione degli orari di lavoro; un sistema di ristorazione (mense); l’organizzazione del dopo scuola (sport, arte, sistema ricreativo); un sistema dei luoghi di studio pubblici (biblioteche); implica, infine, una riconsiderazione del ruolo delle città, sempre più centro amministrativo e scolastico (oltre che commerciale e turistico), più che abitativo. 

Parliamo un attimo del trasporto degli stupendi, altro terma caldo di queste settimane.

È notizia molto grave che la Regione Lombardia non li abbia voluti rendere gratuiti per gli studenti di ogni grado. Si è aumentato per tempo il parco macchine per avere un distanziamento adeguato? Non a Como, da quel che si legge sui giornali. Ma poi: forse che il tema del sovraffollamento dei mezzi pubblici non è noto da anni? E ancora: come non considerare la possibilità che i mezzi di trasporto pubblici non diventino gratuiti per il consumatore, se vogliamo superare una volta per sempre i problemi di mobilità? In un momento di crisi verticale del comparto auto, quando l’Italia ha colpevolmente perso la produzione nazionale (FIAT-FCA), perché non riconsiderare radicalmente il problema? Che senso ha costruire autostrade oggi o gironi stradali infernali attorno alle città? Ha senso reiterare antiche politiche di rottamazione? Non ci ha insegnato proprio nulla il fatto che il problema dell’inquinamento, che ha un costo economico per altro, è scomparto in Lombardia grazie al lockdown? L’efficienza della mobilità non implica forse una pianificazione della viabilità pubblica, anzitutto con l’individuazione delle corsie preferenziali?

La teledidattica, altra questione dolente, può essere una risorsa per il futuro?

È  oggetto di discussione l’efficacia della teledidattica. Manca la socialità della scuola, che è fondamentale. Mi sarebbe piaciuto ascoltare opinioni circa il contenuto di questa socialità, tuttavia. Si parla del rapporto tra alunni e tra alunni e docente. Tutta qua la socialità? La verità è che il tema è scivoloso se affrontato seriamente soprattutto per coloro che puntano a privatizzare il sistema: non dimentichiamoci che la socialità pubblica è stata messa a dura prova dall’ondata migratoria e da azioni di governo che, mentre disinvestivano nel pubblico, aiutavano i privati. Con conseguenze notevoli sul piano della ghettizzazione sociale, della mobilità sociale, della formazione culturale delle nuove generazioni. La verità è che di socialità si parla prevalentemente per polemica politica: 8 milioni di studenti e di famiglie sono un ghiotto bacino elettorale su cui scommettere in caso (anche se il caso c’entra poco!) il sistema non reggesse l’urto di una seconda ondata di Covid-19. Non è raro che chi si ricolma la bocca con le parole di “nazione” e di “sovranità” e di “merito”, abbia fatto di tutto per sgretolarle. Ma rimaniamo alla teledidattica: come non vedere che è una occasione? Manca la socialità? Sicuramente: ma non è detto che la socialità scolastica debba rimanere quella che è stata fino ad ora, cioè con un certo sistema di didattica frontale, di incentivazione e di organizzazione di comportamenti individuali. In Tv e nei quotidiani non vedo tuttavia interpellati in merito pedagogisti o storici della scuola o intellettuali di spessore o operatori (insegnanti, presidi, studenti, genitori). In ogni caso, è certo che senza teledidattica la crisi pandemica sarebbe stata drasticamente peggiore, perché di formazione scolastica proprio non si sarebbe potuto parlare.  In secondo luogo, senza una rete adeguata la teledidattica è utopia. Anche in questo caso vedo però solo intellettuali preoccupati dell’intervento pubblico e ligi nel difendere le ragioni del libero e privatistico mercato (su tutti, F. de Bortoli sul “Corsera”, lo stesso quotidiano che ha difeso l’indifendibile gestione privata di autostrade). Proprio nessun dubbio che l’impreparazione attuale del nostro Paese sia dovuto proprio a quella logica? Stringe il cuore ascoltare un ex ministro della Repubblica dei bei tempi andati, parlare in una trasmissione tv dalla sua residenza di vacanza dicendo, tra una interferenza e l’altra, che la rete ha comunque dato ottima prova di sé!

È utopistico pensare che tutti gli studenti siano dotati dei mezzi tecnici necessari per utilizzare la teledidattica?

Stendiamo un velo pietoso sulla circostanza che, pur tra i primi nel mondo ad avere una azienda privata che ha inventato il personal computer (l’Olivetti), ci troviamo nel 2020 a dare 500 euro ai più poveri per dotarsi del necessario per la scuola, cioè per comprare pc… prodotti da altri. Evidentemente, si pensa per davvero che un pc sia un prodotto paragonabile ad un altro, come p.es. una mascherina. Qui, cioè in ambito di pc, i cantori del libero mercato, che pure avrebbero da ragionare, sono muti, dimentichi di tutto. Come e perché l’Italia sia diventata il paese dove gli imprenditori che fanno audience televisiva sono i proprietari di discoteche di lusso che pensano di essere al di sopra delle leggi umane e naturali e non, invece, il paese degli Olivetti, nessuno se lo chiede. I più sensibili, come Mentana, si limitano a constatarlo, senza però riuscire a trarne la benché minima indicazione politica ed economica.
Stendo un velo pietoso anche su tutta la cultura dei “criteri di eleggibilità” che pervade ogni azione di governo, ma che questo governo ha ereditato dai governi precedenti che hanno plasmato la macchina amministrativa, e che è una triste eredità dura a morire della logica liberista che ci ha portato a questo punto. Trovo infatti semplicemente penoso oggi parlare di politiche attive del lavoro, che sottendono la definizione dei criteri di eleggibilità. C’è voluta la pandemia per cominciare, solo cominciare a capire che i problemi economici si affrontano seriamente solo prendendoli dal lato della domanda e che quando si parla di offerta si deve parlare di programmazione di investimenti pubblici e privati volti a far compiere al Paese un balzo in avanti.

Parliamo delle piattaforme, private o pubbliche? 

È talmente pervasiva questo tipo di cultura privatistica, che si prendono come naturali fenomeni storici, le cui conseguenze non riusciamo bene a comprendere ancora. Chi ha detto che la teledidattica deve utilizzare programmi di aziende private? Non esiste forse una piattaforma pubblica? E ancora: chi ha detto che per imparare Dante e scrivere di Manzoni o parlare di storia occorra comprare libri di testo? Scritti e pubblicati da chi? Perché un docente di scuola pubblica pagato per produrre conoscenza deve pubblicare con una casa editrice privata e gli studenti (universitari o di scuole secondarie) sono indotti a comperare quel libro? Perché esiste un sistema di valutazione della ricerca che premia alcuni gruppi editoriali privati? Almeno se di mercato protetto si tratta, come in effetti si tratta, se ne disciplini e controlli la filiera. Avviene? Stendo un velo pietoso anche in questo caso. Ma la verità è che tecnicamente, oggi, ci sono tutti gli strumenti perché questo settore privato scompaia del tutto e che il pubblico disegni scopi e mezzi per affrontare il problema della diffusione e dell’apprendimento della conoscenza. E le conseguenze per il settore privato? Certamente da affrontare sul piano occupazionale e industriale. Esattamente come per la mobilità privata. Lasciare che il progresso tecnologico decomponga, a volte lentamente, più spesso violentemente, seconda la logica del profitto, consolidate specializzazioni produttive e organizzazioni sociali, significa destabilizzare la società e quindi ogni singolo individuo che la compone e comporta un costo economico individuale e sociale altissimo. 

Dove si incontrano le maggiori difficoltà? 

Gli aspetti di sistema più critici riguardano le scuole dall’asilo alle medie. Fatico a comprendere come sia possibile affidare l’organizzazione dei primi agli enti locali: il rischio enorme è di creare paurose disparità tra città e tra regioni. Più in generale, i rischi di contagio in questi casi sono assai maggiori, mentre la teledidattica probabilmente presenta gli effetti più problematici. Infine, c’è un problema di organizzazione sociale: la struttura famigliare oggi prevalente rende molto complicato coniugare lavoro e cura dei figli, sia sul piano della distribuzione del tempo, sia su quello della spesa. Non credo che i buoni babysitter possano essere risolutivi. Sono tamponi emergenziali, ma certo il tema è di quelli davvero trasversali.

Azzolina si trova di fronte a difficoltà enormi, evidenziate come una bomba oggi.

Non vorrei essere nei panni del Ministro della pubblica istruzione oggi: deve gestire una situazione molto incerta, molto rischiosa, con strutture e organizzazioni tremendamente vecchie e inadeguate, frutto di politiche economiche sbagliate e miopi attuate dalle forze di governo che hanno egemonizzato il Paese per trent’anni. La posta in gioco diventa ancor più rilevante perché in caso di seconda ondata la gestione della vita di milioni di studenti e di insegnanti e operatori, e di conseguenza di famiglie, diventerà un banco di prova fondamentale per il Governo e per l’attuale coalizione di governo.
Un motivo di speranza lo offre il tessuto morale della nazione, cioè proprio di quei milioni di cittadini coinvolti. È notevole constatare come gli assi portanti del sistema paese tengano sul piano morale e lavorativo nonostante i tagli avvenuti. Ne abbiamo già avuto una prova nei mesi precedenti, quando insegnanti e studenti hanno svolto le prove d’esame. Nonostante una crisi economica profonda e la timidezza delle misure economiche fin quei prese dal Governo, certo importanti, ma sempre vincolate dalla logica europea e dalla cultura politico-economico dominante (quella liberista), i cittadini e le cittadine italiane hanno mostrato un notevole senso del dovere. La rabbia sociale che pur monta, è per ora contenuta e si scarica su forze politiche che, al momento, criticano il Governo ma si dimostrano impreparate ad interpretare i tempi nuovi che ci potrebbero attendere. Questa base morale ha però oggi bisogno di politiche coraggiose e in primo luogo di uno sforzo in ambito scolastico senza precedenti. Strutture e personale devo diventare il centro dell’interesse del Governo. Intanto, prepariamo il sistema a sostenere, nel caso fosse indispensabile, una seconda ondata di Covid-19, rendendo quanto più possibile efficiente la teledidattica.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Remo Ruffini, presidente di Moncler a Fontana: "Ridateci i milioni donati per la Fiera"

  • Ecco cosa cambia se Como entra in zona arancione

  • Cantù, Lidl chiuso fino al 29 novembre per aver violato il Dpcm. Le scarpe non c'entrano nulla

  • Como, chiuso il bar Mitico: multati anche i clienti che consumavano sul posto cibi e bevande

  • Como in zona arancione da domani o dal 4 dicembre? Ma cambia poco

  • Valduce, la ragazza sul tetto dell'auto che cerca la mamma

Torna su
QuiComo è in caricamento