Barbara Minghetti: "Questa è l'occasione per comprendere il ruolo dei teatri all'interno di una città"

"Non possiamo restare immobili e spaventati, dobbiamo semplicemente vivere questo momento con grande responsabilità civica"

Barbara Minghetti

Con Barbara Minghetti, manager culturale che vive il proprio lavoro come una missione, ci eravamo sentiti il giorno stesso che era arrivata la notizia della chiusura dei teatri. Nessuno a febbraio sapeva a cosa stavamo andando incontro e ricordo bene le sue parole: "Speriamo di cavarcela con una settimana di chiusura, perché già due sarebbero un disastro". A ripensarci oggi, dopo 7 mesi di pandemia, fa quasi sorridere. 

"Allora - ricorda Minghetti - a Como eravamo nel pieno della stagione teatrale; Opera education stava per iniziare in Oman e in Cina Opera domani. Doverci fermare in quel momento era una tragedia. Ma poi ciò che ci ha travolto lo ha fatto in un modo così violento, inaspettato e dirompente che anche la chiusura dei teatri è passata in secondo piano. Però se ripensiamo anche solo alla musica sui balconi, capiamo quanto l'arte sia stata importante anche in momenti difficili come quello che abbiamo vissuto. 

E oggi?

Ora è importante tornare alla vita normale, con attenzione e responabiltà da parte di tutti. L'atteggiamento corretto, da parte di ogni singola persona, in questo momento  è fondamentale. Ma non possiamo restare immobili e spaventati, dobbiamo semplicemente vivere questo momento con grande responsabilità civica. 

E i teatri?

Le restrizioni imposte non sono del tutto comprensibili, soprattutto se paragonate ad altre situazioni. A queste condizioni è praticamente impossibile riaprire. Con 150 persone sul palco e 300 in platea si presenta una questione di opportunità economica facilmente intuibile. Così poi diventa impossibile fare programmazione ma soprattutto produrre spettacoli anche per le regole imposte agli artisti. 

Che soluzioni ci sono?

Intanto posso dire di essere stata invitata a far parte di un tavolo nazionale promosso dall'Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ndr). Cercherò di portare il mio contributo sul sistema teatro e in particolare sulla produzione dell'opera. Il ministero ha offerto protezione economica ai teatri durante la chiusura, e di questo gli va dato atto, ma non basta.

Cosa serve per far ripartire i teatri?

Innanzitutto bisogna comprendere il ruolo del teatro all'interno di una città: il compito del teatro di educare e formare contribuisce a creare un forte  legame con la comunità, e questo va considerato e valutato. Poi bisogna rivedere il senso dell'opera oggi: dobbiamo cogliere questa occasione per cambiare le regole, per rompere gli schemi e pensare a una programmazione diversa che lasci spazio alla creatività. Ci sono ancora troppe regole che soffocano progetti innovativi e contemporanei. 

Al Macerata Opera Festival allo Sferisterio come è andata a luglio?

All'inizio è stato un momento assolutamente estraniante. Dopo il lockdown ci siamo ritrovati il 17 giugno per la produzione degli spettacoli. Un momento solitamente di festa. Invece quest'anno soprattutto all'inizio c'è stata molta tensione, c'era un clima innaturale. Però avevamo tanta voglia di provarci. Era una scommessa da vincere anche in assenza di regole certe. Occorreva coraggio e alla fine è andata bene, anche se l'impatto dell'applauso e l'emozione del pubblico sono stati completamente diversi. Ma era importante dare l'esempio e così abbiamo avuto anche molta attenzione dall'estero. 

La questione discoteche pensa che possa rallentare la riapertura dei teatri?

Penso e spero di no, sono due questioni diverse. Innanzitutto perché il teatro obbliga di suo al rispetto. Al momento ci sono delle limitazioni molto rigide - che spero vengano riviste - e mi auguro che presto ci siano le condizioni, anche economiche, per ripartire in sicurezza.

Intanto a Como abbiamo vissuto un'estate a di poco silenziosa.

Direi che è evidente che la cultura non è una priorità di questa città. Ed è un peccato che venga relegata a qualche modesto evento. La cultura è invece visione, è ricostruzione di una comunità ripartendo dall'educazione, dalla formazione, dal turismo. Senza nemmeno dimenticare che cultura vuol dire occuparsi delle persone con difficiltà, come ad esempio abbiamo fatto a Parma con Verdi Off.  C'è un grande fraintendimento sulla parola cultura, di cui lo spettacolo è solo una parte. Tutto ciò è un peccato mortale. 

Avremo imparato qualcosa da questo lockdown?

Se fermarsi vuol dire capire le opportunità per poi osare, allora sì. Altrimenti sarà stata anche questa un'occasione sprecata.

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