"Sto male ma in ospedale non ci vado". Storia di Ahmad, pakistano a Como con il permesso scaduto

Si curano leggendo internet e stanno a casa

Parla bene l'italiano Ahmad con cui ho fatto una lunga chiaccherata al telefono. La sua storia, mescolata tra le tante, rende molto più chiaro uno scorcio di vita, una situazione di paura e disagio che non avviene nelle terre di confine del Pakistan, da dove lui arriva, ma da Como, dove lui abita. Da anni. Ahmad arriva in Italia nel 1995. Prima va a Lecco, poi si trasferisce a Como dove trova lavoro. Ha sempre pagato le tasse, ci tiene a specificare. Poi il suo permesso di lavoro è scaduto e a dicembre del 2019 coseguentemente perde il lavoro. Burocrazie. Si affida ad un avvocato per risolvere tutto e tornare alla vita dignitosa che si era creato. Ma arriva il coronavirus. 

Stavo male, ma stavo a casa 

Ahmad dopo la metà di febbraio comincia a sentirsi male. Tosse, febbre. Tutti sintomi ricondicibili al Covid-19. 

«Io ho guardato su internet cosa potevo fare. Ero molto stressato, al momento non respiravo bene, avevo la pressione alta, il cuore mi batteva fortissimo, «Sto male, dicevo al mio coinquilino, ma in ospedale non ci vado!».

«Quando però ho visto che la situazione peggiorava, ho chiamato l'ambulanza. È venuta a casa a prendermi a fine febbraio. Io ho aspettato finchè ho potuto, non avendo i documenti (anche se un avvocato sta provvedendo) avevo paura di essere cacciato dal paese, ancora più che del coronavirus. Mi hanno portato a Como, non a San Fermo, all'ospedale di Como. Dopo qualche ora mi hanno detto di andare a casa e di restare assolutamente nella mia abitazione. Non mi hanno fatto il tampone, anche se avevo tutti i sintomi».

Ahmad mi racconta di aver passato, dopo l'arrivo dell'ambulanza, 15 giorni d'inferno: prima una febbre altissima, poi mal di stomaco. Lui convive a Como con un altro amico pakistano. Cercavano su internet i rimedi e null'altro: speravano. Dopo due settimane ha cominciato a stare meglio. Ed ha, comunque, continuato la sua quarantena in casa, come tutti, come vuole il Governo. 

Tanti extracomunitari non vanno in ospedale 

«Se ho scrittto al vostro giornale, continua Ahmad, l'ho fatto perchè come me ci sono tantissimi extracomunitari: chi sta aspettando il permesso, come me, chi proprio non ce l'ha... e queste persone preferiscono morire in casa, o comunque curarsi da soli, cercando su internet, piuttosto che chiamare l'ambulanza. È una situazione molto difficile, che fa soffrire e vivere momenti terribili»

Ahmad parla anche dei medici italiani, li elogia, ama il nostro paese. Dice che abbiamo reagito come eroi. Mi raccconta che anche lui ha una laurea, ma in un altro campo. Mi racconta che, per ora, in Pakistan il coronavirus è sotto controllo. 

«Ti ho chiamato perchè io sono già fortunato, altri extracomunitari no».

Riflettendo e senza farne una questione politica:  chi ha paura di andare in ospedale per timore di essere cacciato, non solo rischia la sua vita, ma mette a repentaglio anche quella degli altri. Perchè in questo strappo di vite, in quel lato scuro che nessuno vuole vedere, non ci sono statistiche, tamponi, ricoveri, bare: c'è solo internet, con qualche rimedio fai da te.

Mi richiama Ahmad: «L'hai scritto che penso che l'Italia sia bellissima e gli italiani un bravo popolo?».

Sì. 

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