Lo sfogo di Magatti: "Troppi malati lasciati soli, i protocolli adottati sono inadeguati"

"Quando il contagio diminuirà dovremo tornare a parlare di Sanità pubblica lombarda"

Magatti

Sono giorni difficili, molto difficili. Giorni in cui le notizie e i pensieri vanno rimessi in ordine anche nelle redazioni. Tra i tanti, dopo quello del presidente dei Medici Spata, ci è sembrato assolutamente rilevante e centrato anche lo scritto di Bruno Magatti, uno sfogo personale ancora prima che istituzionale, che tocca uno degli aspetti più tangibili di questa terribile pandemia, una tempesta che sta mettendo a nudo le tante criticità sanitarie di queste settimane. Lo riportiamo integralmente, senza aggiungere altri commenti. 

"Ricevo segnali angosciati di Vite che consumano giorni nella solitudine e nell'abbandono. La febbre per giorni e il medico curante, impotente, che dal telefono prova a ingannare se stesso, il suo paziente e coloro che gli sono accanto.
Quando manca il respiro, e solo allora, si apre lo spiraglio del ricovero all’ospedale e poi, solo poi,la certificazione della positività..
Chi può sostenere che siano irrilevanti la tempestività e la qualità della cura?

Perché non ammettere che il protocollo adottato si è rivelato tragicamente inadeguato?

Come si spiega una degenza media di 4 giorni per malati Covid-19 quando i due cinesi intercettati a febbraio sono rimasti allo Spallanzani per diverse settimane?

Quanto personale sanitario e delle strutture socio-sanitarie per disabili e anziani è stato dapprima incolpevole vittima e poi involontario motore del contagio avendo dovuto lavorare senza le dovute protezioni e i necessari monitoraggi?

Ora sappiamo che nelle comunità, in particolare di disabili e di anziani, il contagio affiora inesorabile.
L’allarme è arrivato troppo tardi. Qualcuno risponderà mai di tali “leggerezze”?

In una C.S.S. comasca (“Casa di Gino”) gli educatori sono in quarantena e vivono (come possono) la doppia angoscia della positività e della consapevolezza che già è morto un giovane ospite con sindrome di Down e altri quattro disabili sono stati ora (tardivamente) ricoverati.

Due persone disabili della RSD di Cassina Rizzardi sono morte in ospedale.
Per loro la sola azione messa in atto è stata la sedazione. Ma come può essere che nella Lombardia dell’anno 2020 la carenza di mezzi e di farmaci costringa un medico a scelte tanto strazianti?
Chi potrà essere perdonato da chi per questi figli ha combattuto e ora muore “dentro” insieme con loro?

Qualcuno si chiede cosa stia succedendo in quelle RSA (strutture per anziani) alle quali i figli non hanno più accesso quando si sentono rispondere al telefono che non è possibile parlare con i propri cari

Tragedie umane.

All’orizzonte, ma non così lontano, si profila il limite della tenuta psicologica delle persone più fragili, degli adolescenti difficili, di chi ha già problemi di salute mentale. Le condizioni socio-economiche impari si dilatano e son pronte a esplodere.

Domani si risveglieranno tutta l’angoscia e tutta la rabbia di lutti non rielaborati, di saluti definitivi, frettolosi e inconsapevoli, cui ha poi fatto seguito un silenzio angosciante e la consegna di un’urna con le ceneri.
Chi pagherà a costoro un supporto psicologico?

Non ora.
Appena il contagio si contrarrà e il servizio medico tornerà lentamente a regime e gli ospedali alle loro funzioni, dovremo tornare a parlare di Sanità pubblica lombarda, delle scelte politiche, a partire dalla visione aziendalista, e di chi, nel momento della prova, ha fallito".

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