E se il lockdown lo chiamassimo con il suo nome? Confinamento

Oppure proviamo ad abbandonare il linguaggio della guerra

Como (foto Sergio Beretta)

Non è nuova questa abitudine tutta italiana di dimenticare lo sconfinato vocabolario della nostra lingua per tradurre in inglese alcuni termini di uso frequente. E così, per restare in tema pandemia, la terribile emergenza sanitaria che anche linguisticamente non ci ha fatto mancare nulla, il confinamento delle persone nelle loro abitazioni è stato battezzato fin da subito lockdown. Quasi che detto nella lingua d'Albione risultasse più simpatico da digerire, meno invasivo pur intaccando la nostra libertà. Chissà, forse non evocando lo stesso disagio che potrebbe procurare dicendolo in italiano, il termine lockdown viene utilizzato come abitualmente si usa, ad esempio, default in economia. Insolvenza suona male?

Proviamo a pensarci: se stasera Conte dovesse dire che verremo confinati fino al 3 dicembre, probabilmente l'effetto sarebbe diverso da quello percepito dicendo, come dirà, che da domani in Italia verrà avviato un nuovo lockdown: anche se il significato è lo stesso, in inglese può essere che faccia meno impressione. Ma d'altronde, se con la stessa facilità usiamo terminologie belliche come "zona rossa", "coprifuoco", "nemico", non vedo perché allora non si possa usare, all'interno di questo delirio mediatico, anche il sostantivo "confinamento".

Oppure, invece di essere così leggeri con le parole, il cui uso resta sempre importante, soprattuto quando tutto un popolo sta vivendo un'emergenza sanitaria, sociale ed economica, dovremmo imparare a rimodulare il linguaggio con cui troppo facilmente amiamo narrare le sventure di questa terra, che ahinoi non arrivano solo dai cannoni. Perchè ha ragione Marta Serafini, una bravissima giornalista inviata del Corriere, quando dice che chi mutua con estrema facilità gli stessi termini che si usano per raccontare una guerra, sicuramente una guerra vera non l'ha mai vista. E allora non chiamiamolo nemmeno confinamento. E nemmeno ritirata che non siamo soldati. 

Più semplicemente, possiamo dire che ci viene chiesto (giusto o sbagliato che sia)  di restare a casa un po' più del solito. Che non sarà facile da digerire lo stesso, ma almeno questa volta non dovremo nemmeno fare la fatica di sventolare alla finestra di casa uno striscione arcobalerno con scritto sopra che andrà tutto bene. Non scriviamolo, per scaramanzia o rassegnazione, però dentro di noi proviamo a crederci lo stesso. Che di morti in ospedale, non in battaglia, ne abbiamo avuti già troppi. 

E vieniti a sedere, vieniti a riposare,
su questa poltroncina a forma di fiore.
Questa notte che viene non darà dolore,
questa notte passerà, senza farti del male.
Questa notte passerà, o la faremo passare. 

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