L'importanza del linguaggio: il coronavirus è una pandemia e non una guerra

Sergio Beretta: "Parlare di trincea ha un forte valore evocativo ma evoca un modello sbagliato"

Como, foto Sergio Beretta

Soprattutto da quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sigillato l'Italia per combattere la diffusione del Covid-19, il termine "guerra" ha iniziato a circolare tra la gente e sulle pagine di tutti i giornali. Ma già da tempo i medici erano stati definiti soldati in trincea, uomini al fronte o in prima linea, schierati a combattere il coronavirus. A evocare scenari di "guerra" ci hanno poi pensato i camion a Bergamo che trasportavano le bare delle vittime del virus e infine l'impiego dell'esercito nelle città per contenere il contagio. Un tema che merita una riflessione perché, come ricordava, Nanni Moretti, le parole sono importanti. Di seguito pubblichiamo quindi il pensiero di Sergio Beretta, architetto comasco.  

Il linguaggio è lo strumento che ci permette di definire il mondo, sia esso interiore che esterno. Un codice che ci permette alla richiesta di passare un bicchiere, di non lanciare un coltello (cosa che dopo settimane di quarantena sarà sempre più probabile, ahimè, ma non dettata dalla fallibilità del codice in sé, bensì dalla frustrazione - rabbia non elaborata).

Quello che sta accadendo in queste settimane è definito pandemia che letteralmente vuol dire “di tutto il popolo”; invece, sempre più e sempre da più persone, viene definito guerra con la presunzione che se viene utilizzata “guerra” la gente capisce meglio il concetto abbassando così la nostra capacità di interpretare ciò che ci circonda: davvero? In Italia l’ultima guerra è finita nel ’45 e di superstiti, anche nel paese che vanta la seconda popolazione più anziana al mondo, sono pochi, se si calcolano coloro che ne erano parte attiva, e non passiva come i bambini, ancora meno.

Guerra è una parola di origine germanica (werra) che, letteralmente, significa mischia, quindi contatto fisico tra più persone; il virus (“umore viscoso, veleno”) non cerca in contatto fisico (quello è lo strumento con cui si propaga, un ponte per conquistare un nuovo territorio), ma penetra all’interno; al limite, invade.

Non solo, la guerra ha termine con un armistizio (“fermare le armi”), cosa che con un virus non ha senso: o si riproduce lui e la sua specie o ci riproduciamo noi a la nostra, nessun trattato può essere firmato.

Se ci si riferisce alla guerra sempre e comunque si corre il rischio di rapportare tutto a un’immagine che solo vagamente è lo specchio della realtà finendo per assecondare la frase di Marlow “se lo strumento che possedete è un martello, vedrete in ogni problema un chiodo”.

Ci sono delle analogia, vero, ma sono più e più profonde le differenze, a partire dai sentimenti che i due avvenimenti suscitano: paura della guerra, perché di ha un’idea di ciò che può accadere, e angoscia per la pandemia, perché avvenimento mai sperimentato e con racconti troppo lontani nel tempo per poter in qualche modo essere attualizzati.

Essere “in trincea”, “al fronte”, “in prima linea”, hanno un forte valore evocativo (e per certi e perversi motivi rassicurante), ma evocano il modello sbagliato. Diventa facile in “tempo di guerra” tirare in causa l’esercito essendo lo strumento con cui si combatte, ma questa NON è una guerra, non c’è il riconoscimento in un inno (“stringiamoci a coorte”, ma per la miseria a 2 metri uno dall’altro!), riguarda tutti perché se contagiati si dovrà avere la forza per espellere il veleno e guarire dalle ferite da lui inferte.

In guerra si soffre la fame, qui si rischia che la prova costume l’anno prossimo, forse; in guerra si fanno le file allo spaccio per un tozzo di pane e un pugno di riso, qui per avere il carrello pieno ogni giorno, a volerlo, e rotoli di carta igienica e armi; in guerra si circola liberamente, qui si sta chiusi in casa, forzati in ambienti che difficilmente reggono una “sovra popolazione” h24.

Come una guerra ci sono e ci saranno i morti, ma non potranno essere definiti “caduti”; ci sarà una conseguente crisi economica, ma senza dover ricostruire materialmente case e fabbriche (come dire, niente boom, al limite uno stentato puf); come una guerra ci saranno i disturbi da stress post traumatico, ma riguarderanno più “quelli che sono rimasti a casa”, anziché chi era “al fronte” - il personale sanitario -, sotto stress, ma che sta facendo il lavoro cui si è preparati da una vita (salvare vite è più confacente alla natura umana che uccidere, seppur in guerra).

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Spero che gli strumenti che si metteranno in campo per ripartire saranno centrati su un modello diverso da quello bellico perché, altrimenti, vorrà dire che si sarà appiattito anche il nostro linguaggio, quindi la nostra comprensione del mondo e questo, francamente, sarebbe una perdita assoluta.

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