Intervista a Valeria, infermiera Covid-19 al Sant'Anna: "Tutti mi chiedevano se sarebbero morti"

"Viviamo sulla nostra pelle una situazione straziante. Un paziente che muore senza un familiare accanto non perde solo la vita, ma anche la dignità"

Valeria Gaffuri è un'infermiera del Sant'Anna. Lavora in un reparto Covid-19, dove i pazienti arrivano già stabilizzati o non hanno bisogno di ossigenazione, ma, con questo virus, non si sa mai. Nel giro di 24 ore ci può essere un peggioramento e un nuovo trasferimento. Tutto è incertezza, e il ruolo dell'infermiere è cambiato. I pazienti si confidano e non potendo ricevere visite dai parenti, il rapporto col personale sanitario si è fatto più intenso ed indispensabile, anche umanamente. 

Valeria partiamo da qui, com'è cambiato il rapporto tra infermiere e paziente nel tuo reparto?

«Io sono in un reparto Covid-19 di persone che non hanno bisogno di ossigenazione. Ciò non toglie che questo virus è talmente subdolo che anche chi sembra in buona salute o asintomatico, in poco tempo può degenerare e subire un peggioramento repentino. Chi manifesta subito il coronavirus nella forma più grave, lo vanno a prendere a casa e viene subito dirottato nei reparti di subintensiva o intensiva, ma altri entrano che sembrano colpiti lievemente, poi peggiorano in maniera drastica e questo lascia noi operatori sconvolti».

Vengono fatti i tamponi a medici e infermieri?

«I tamponi vengono fatti se hai dei sintomi o se nel tuo reparto hai colleghi positivi.Tutti i giorni però sono presenti operatori per prenderci la temperatura corporea; se uno ha più di 37.5 si fa il tampone». 

I pazienti sono consapevoli della gravità ed imprevedibilità del virus?

« Sì, e si confidano con noi, in maniera disarmante. Anche molti giovani ci chiedevano: sto morendo? Cosa mi succederà? E loro, almeno quelli che non sono intubati, hanno il telefonino e possono stare in contatto con i parenti. Gli anziani spesso hanno il telefono vecchia generazione e si trovano davvero soli e vogliono vedere un volto famigliare. Al Sant'Anna forniscono un tablet ad ogni unità Covid per cui possiamo fare videochiamate con famigliari così si possono sentire meno soli. Mi ricordo quando ho fatto una video-chiamata per una signora anziana: la nipote era disperata, mi ha chiesto di tenerle la mano al posto suo, è un modo di delegare, di cercare di scavalcare la solitudine, ma soffrivano tremendamente, erano disperate». 

È importante per i pazienti Covid non sentirsi isolati?

«Importantissimo. Tieni conto che noi infermieri siamo solo una voce, siamo tutti vestiti uguali, a mala pena si vedono gli occhi, quindi rivedere un viso famigliare, anche se tramite il tablet è davvero un grande conforto. Al Sant'Anna comunque un medico contatta ogni 2 o 3 giorni le famiglie per tenerle informate». 

Sono arrivati molti anziani dalle RSA?

«Sì, certamente qualche paziente dalle RSA è arrivato ma lo smistamento avviene al pronto soccorso, quindi non saprei dirti un numero o una percentuele precisa. Però vorrei sfatare un falso mito sull'età dei contagiati».

Cioè che non sono solo over 65?

«Esatto, all’inizio ci hanno fatto pensare che i giovani e in buona salute fossero immuni dal virus e ad ammalarsi fossero solo anziani e con più patologie. Nessuno è immune, io ho visto ragazzi di 30 anni in ottima salute colpiti dal virus, che non guarda in faccia a nessuno. Abbiamo avuto anche mamme che dovevano partorire positivie al Covid e bambini appena nati con forme di polmonite. Questo virus è come una roulette russa: bisogna seguire la regole che sono state date».

Un caso che ricorda particolarmente?

«Quando è arrivata una signora che da Bergamo era stata portata prima in rianimazione, poi in subintensiva ed infine nel mio reparto. Aveva circa 55 anni e non sapeva dove si trovava, perchè era stata trasferita da Bergamo in stato di incoscienza e solo dopo le è stato spiegato dove era stata spostata. Era rimasta senza contatti con la sua famiglia per un mese, allora abbiamo fatto insieme la telefonata: un momento davvero toccante. Adesso è migliorata ed è in riabilitazione al San Fermo. Mi ricordo anche un ragazzo di 20 anni di Ronago che è stato intubato ma poi ce l’ha fatta: ora è a casa» 

In cosa consiste la riabilitazione finale?

«Al di là di un ulteriore periodo di monitoraggio, devi tenere conto che i pazienti escono distrutti anche dal punto di vista fisico. Stanno tanto tempo immobili, anche se vengono girati, i muscoli sono fermi, e gli esercizi passivi servono fino ad un certo punto.

Incide anche il fatto di aver avuto febbre alta, picchi, di aver preso farmaci con inevitabili effetti collaterali ( come la nausea); dopo la fase acuta il periodo riabilitativo è soprattutto fisico, anche a livello respiratorio. La signora da Bergamo non riusciva più a camminare. Non aveva forza nei muscoli, ma piano piano si è ristabilita. Ci da la carica quando li facciamo uscire dal portone del limbo (così lo chiamiamo tra noi) verso la vita. A quel portone dove di solito vengono i parenti a prendere i loro cari per riportarli a casa, adesso li accompagnamo noi. Anche se andranno in reparti di riabilitazione ( a San fermo o a Mariano Comense) per noi è come spalancargli la porta verso la vita». 

Come fate a sostenere dal punto di vista psicologico tutto questo?

«Il nostro lavoro è di equipe quindi il contatto con i colleghi e medici è fondamentale: parliamo dell’evento singolo tra di noi, quindi già il fatto di non doverlo vivere da sola aiuta a metabolizzare. Io la morte l’ho sempre vista, prima ero in geriatria, sono preparata al dolore però c’erano i famigliari. Adesso sei solo tu e il paziente e ti senti impotente. Ti sembra sempre di non fare abbastanza, in questo periodo viviamo tanta tristezza ma anche tanta gioia per chi ce l’ha fatta. Ho riscoperto il valore della mia professione: dove non arrivano le medicine tu puoi sempre dare un aiuto in più. E se va tutto bene li accompagnerai a quel portone, verso la vita». 

Non sempre però c'è il lieto fine...

«No, purtroppo. In caso di decesso un solo parente può accedere alla camera mortuaria, anche se lo sconsigliamo, perchè si può vedere solo la bara. Noi ci premuriamo di raccogliere gli effetti personali del paziente deceduto e restituitli ai suoi cari». 

Cosa vuoi dire a chi si ostina a non seguire le regole di distanziamento sociale?

«Io e mio marito, Massimiliano, lavoriamo entrambi in ospedale ma a casa, dove conviviamo, usiamo delle precauzioni: teniamo le distanze, usiamo, per dire, tovaglie diverse. Io non posso dimenticare che, sebbene con tutte le precauzioni di cui sono fornita, sto tutto il giorno a contatto con il virus. Io sono figlia unica, mio padre non lo vedo da metà febbraio. Lui abita a Porta Torre io a Rebbio. Ci sentiamo al telefono. È ovvio che se vedo gente che se ne frega mi arrabbio». 

Saluto Valeria, ma prima che possa attaccare il telefono interviene suo marito Massimiliano Messina, anche lui infermiere professionale, sempre al Sant'Anna, ma senza avere a che fare con pazienti Covid:

«Guarda che Valeria a te non l'ha detto, ma tutte le sere dopo aver mangiato si mette a piangere. Ed io con lei. Viviamo sulla nostra pelle una situazione straziante. Un paziente che muore senza un familiare accanto non perde solo la vita, ma anche la dignità. E questo è umanamente insopportabile»

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