Como, in fila al compro oro, la testimonianza di Piero: "In coda dovrebbe esserci chi ci governa"

P.M., 50 anni è lì per vendere una collana della madre: "Io, partita Iva, non ho avuto aiuti"

Era martedì scorso, 5 maggio 2020, quando, ci siamo recati a Como per verificare come fosse la situazione dopo l'allentamento della Fase 2. L'idea era quella di osservare quanta gente fosse in giro e se fossero rispettate le direttive circa mascherine e distanze. Scendendo dalla provinciale per Lecco, incontriamo uno dei tanti 'compro oro'. Già perchè sono davvero tanti. A Como, in provincia e in tutta Italia, e hanno riaperto il 4 maggio. Davanti ad ognuno di questi negozi c'è coda.

Non parliamo di quei lunghi serpentoni che si creavano con i carrelli, all'inizio del lockdown, fuori dai supermercati, nulla di visivamente così eclatante. Si tratta di file silenziose di 5, massimo 10 persone, ordinatamente a distanza, fuori da ognuna di queste attività di ritiro di oro e gioielli, dai brand più svariati, e dislocate in varie zone della città e della provincia. 

Nessun pregiudizio di sorta dovrebbe condizionare questa lettura: le persone in coda per vendere i loro preziosi vanno da chi vuole farsi valutare una collanina, e avere i soldi per i beni di prima necessità, ai liberi professionisti con bisogno immediato di liquidità che magari intaccano il loro piccolo patrimonio, messo da parte in tanti anni, da loro stessi e dai loro genitori. 

Il valore dell'oro usato è circa 30 euro al grammo ( ma è una media molto approssimativa che non tiene conto della caratura e della purezza). Per fare un esempio, però, una braccialetto, sui 5 grammi può valere circa 150 euro, che in questo periodo per chi non ha alcun tipo di entrata possono significare la spesa per tutta la famiglia e garantirne il sostentamento. 

In coda al compro oro

Ci avviciniamo ad uno di questi negozi, in provincia di Como. Non tutti sono disposti a parlare, comprensibile. Non è certo un bel momento. Un signore di 50 anni. P.M., residente nel comasco, infine, accetta di farsi registrare e ci racconta la sua storia. Una storia che assomiglia a quella di molte persone in questo periodo. P.M. lavora a partita IVA e, nonostante abbia fatto richiesta del bonus dei famosi 600 euro, non gli sono ancora arrivati.

«Sulla carta, a fare discorsi in Tv o sui giornali ci riempono la testa di bonus, aiuti, ma la verità è che, parlo per me ma anche per tanti miei amici, a pochissimi di noi sono arrivati gli aiuti previsti: io sono il più sfortunato, perchè con la partita iva è un vero disastro, ma anche chi aspetta la cassa integrazione in tanti casi non ha ancora ricevuto nulla». 

«Ho addirittura un amico che ha venduto orologi, ori di famiglia e quant'altro per pagare i suoi dipendenti, per anticipargli la cassa integrazione, per la precisione. Quello che voglio dirti è che chi è in coda qui, oggi, è la stessa persona che tre mesi fa aveva un lavoro, un'impresa, una vita magari non da nababbo, ma normale.

Non si può lasciare un paese così, in balia di una burocrazia lenta e di liquidità che non c'è. Io mi sento umiliato, oggi ad essere qui. Non perchè mi senta snob o superiore alle altre persone in coda ma la vedi questa? È una collana che mi aveva regalato mia mamma, ci sono le mie iniziali. Non so nemmeno quanto possa valere. Ma adesso sono io che ho due figli da mantenere, non fatturo da 3 mesi e non ho alternativa: qualsiasi entrata va bene. Vorrei che chi facesse le leggi, chi ci governa rimanesse in coda con noi, almeno un giorno, almeno una volta e ascoltasse le nostre storie: basterebbe un'ora».

P.M. entra, ed io cerco di raccogliere altre storie, ma l'umore è nero. Aspetto che esca e dopo quasi 20 minuti lo vedo. Mi viene incontro, ha in mano una ricevuta. Gli occhi lucidi. «Vuoi sapere quanro valeva il ricordo di mia madre? 220 euro». 

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