Un mese di lotta contro il Covid-19: intervista ad Alberto dall'ospedale Valduce

Dalla vita alla morte e ritorno: la testimonianza di chi ce l'ha fatta

Alberto Cerea ha 62 anni, è di Como e ha vinto la sua lotta contro il coronavirus. Abbiamo visto, sulla sua pagina facebook, le foto e i video che testimoniavano la sua esperienza ed allora abbiamo deciso di contattarlo. Alberto è tutt'ora ricoverato all'ospedale Valduce di Como al quinto piano sez. b, organizzato e isolato per i pazienti Covid-19: «C'è un crollo fisico pazzesco, adesso se faccio 2 esercizi le pulsazioni salgono alle stelle», ci dice subito. 

Attualmente non presenta più alcun sintomo, neanche la febbre, ed è in attesa di essere trasferito presso un'altra struttura dove dovrà fare la riabilitazione motoria e la quarantena, per poter quindi tornare a casa dove lo aspetta sua moglie. Ecco la sua storia, che ci racconta in una lunga e toccante telefonata.

Alberto, come e quando ti sei accorto di aver contratto il Covid-19? 

Tutto è cominciato il 17 marzo, con una leggera febbre a 37.5. Ho pensato che si trattasse di un colpo di sole, perchè il giorno prima ero stato in terrazza a fare dei lavoretti, sistemare dei vasi, e mi sono addormentato al sole. Ho cominciato quindi a prendere la tachipirina 500. La febbre però non passava, anzi, saliva, quindi ho preso la tachipirina 1000, ma nulla: la temperatura è arrivata a 39°. Nonostante questo, io non credevo di avere il coronavirus, perchè, a differenza di molti altri, io non avevo quella "fame d'aria", in realtà stavo andando a debito d'ossigeno ma non lo sapevo. 

Hai quindi chiamato il 118?

Sì, alla fine mi sono convinto a chiamare il 118. Dopo i primi esami ho scoperto di avere 77 di ossigenazione su 100. Al pronto soccorso del Valduce mi hanno fatto una lastra che evidenziava una polmonite bilaterale: avevo preso il Covid -19.

Cosa ti hanno detto i medici?

I medici ti dicono molto sinceramente che non hanno una cura precisa, ma sperimentazioni, che devono provare. Mi hanno fatto firmare una sorta di liberatoria, come del resto fanno sempre negli ospedali, soprattutto perchè questo virus è mutevole su ogni persona, si comporta laidamente e in maniera diversa con ognuno di noi. Mi hanno messo la maschera che eroga 15 litri all’ora, quella ricavata dalle maschere della Decathlon, per intenderci. Da lì in poi hanno tenuto sotto controllo con emogas la mia ossigenazione. La maschera Decathlon è stata poi sostituita con altre più leggere, fino a quando l'ossigenazione non si è messa a posto. 

Sapevi comunque quali cure ti stavano somministrando?

Sì, mi tenevano sempre informato. Di base mi somministravano due farmaci, tra cui quello antireumatoide e mi hanno spiegato quali potevano essere le controindicazioni. L'assistenza dei dottori, degli assistenti e degli infermieri del Valduce è stata ed è splendida. Sempre con il sorriso. E non potete immaginare quanto aiuti quel sorriso, perchè oltre alla malattia fisica, anche lo spavento e la paura sono fattori fondamentali, anche la psiche può far peggiorare le cose: non si hanno certezze, solo paure. Ti fanno un esame e attendi l'esito e sai che se sarà peggiorato, dovrai essere intubato: sono momenti terribili. Un passo avanti o uno indietro, un'angoscia profonda che viene certamente lenita da quei sorrisi. 

Eri cosciente in quei primi momenti?

Era una situazione al limite, molto stressante. I medici, dopo, mi hanno detto che sono passato dalla vita alla morte e di nuovo alla vita: per due volte ho rischiato di essere intubato, che significava anestesia e tante altre cose. Con la maschera ero cosciente ma avevo bisogno di supporto di ossigeno 24 ore su 24, dovevo dormire a pancia in giù perchè aiuta l'ossigenazione. Le prime 4/5 notti sono state le peggiori, poi piano piano, con i cambi di maschere per respirare, le cose sono andate sempre meglio. Oggi non ho neanche la febbre e sto bene. Chiaramente poi c'è anche un recupero muscolare che avverrà quando sarò trasferito nell'apposita struttura. 

Avevi patologie pregeresse?

No, fortunatamente. Ho 62 anni ma nessun problema e questo, anche a detta dei medici, è stata la mia fortuna. Il fisico si debilita moltissimo ed essere in salute aiuta molto chi, malauguratamente, si trova a dover affrontare il coronavirus. 

Durante le prime fasi del ricovero come venivano gestiti i rapporti con tua moglie e la tua famiglia? E adesso?

Adesso, grazie alle tecnologie, con mia moglie ci videochiamiamo o sentiamo tutti i giorni. Una nota di merito al Valduce, una cosa che io davo per scontata ma che, guardando i TG o altro, scontata non è: non mi hanno mai tolto il telefonino. Chiaramente i primi giorni non ero in grado di telefonare o fare nulla, ma al Valduce ogni giorno due dottoresse chiamano le famiglie per tenerle aggiornate sullo stato di salute dei malati. Mia moglie quindi, seppur angosciata, era costantemente informata. Poi, appena possibile, l'ho chiamata io con il mio telefono. 

Hai idea di come puoi aver contratto il Covid-19?

No, non ne ho idea. Io sono un ex bancario quasi pensionato, faccio il volontario per insegnare educazione finanziaria nelle scuole di Como, Varese, ecc..

Il 22 febbraio ho mandato io una mail per autosospendermi dall’attività: non mi sembrava prudente e infatti poco dopo hanno chiuso anche le scuole. Per dire che sono stato molto attento, e non ho preso rischi. Sono andato a fare la spesa, nulla di più. Questo è il messaggio importante che vorrei passasse:  bisogna stare a casa, è importante perché uno non è cosciente, per un capriccio, di ciò che può capitare a se stesso o agli altri. Io, essendo stato molto prudente, non pensavo di poter prendere il coronavirus, invece ha preso anche me. Ci sentiamo tutti immuni finchè non capita a noi, o a qualcuno che abbiamo vicino. Ma la verità è che esiste, ci si ammala, si muore di Covid-19. Non è qualcosa che riguarda gli altri, riguarda, indistintamente, tutti. 

Ancora oggi guardando la tv, la percentuale dei contagiati nel mondo è relativamente bassa ma il messaggio che deve passare alla gente è semplice: se vuole ti becca, bisogna stare molto attenti. 

Salutiamo Alberto con la promessa di risentirci quando sarà in riabilitazione. Al momento non gli è ancora stato fatto il tampone per verificare se è positivo o no, ma ci spiega che aspettano qualche settimana dal termine dei sintomi, perchè a volte, in queste fasi, possono essere sfalsati. Una testimonianza importante e preziosa, quella di Alberto, parole di cui fare tesoro e che dovranno farci riflettere la prossima volta che penseremo di uscire senza averne reale necessità. 

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