Coronavirus

Alberto e il covid, un anno dopo: "Ho vinto contro il virus ma non con la burocrazia"

Dal Valduce, dove è stato ricoverato, fino alla prenotazione del vaccino: l'odissea e le "stranezze" dopo le dimissioni

Avevamo intervistato Alberto Cerea un anno fa circa. Era il 15 aprile 2020 e lui si trovava all'ospedale Valduce di Como. Era ancora positivo al covid ma aveva vinto la sua battaglia. Era libero da quel casco che gli aveva dato ossigeno in quei terribili giorni ed è stato uno dei primi a raccontarci come ci si sentiva, anche fisicamente, a causa di questo virus. 

Alberto sta bene e lo abbiamo risentito in questi giorni. Ha voluto raccontarci, con la sua grande generosità narrativa, quella che è stata la sua vita dopo il covid.

«Teniamo sempre in considerazione il fatto che oggi, nel 2021, si sanno molte più cose sul virus e alcuni protocolli sono cambiati rispetto a quando l'ho preso io. Ma quando, dopo essere stato dimesso dal Valduce sono stato a Lanzo per la riabilitazione la cosa è stata molto pesante, non solo fisicamente ma anche mentalmente. Il mio covid test risultava sempre positivo. E sono stato tenuto molto tempo lontano dalla mia famiglia, perchè allora ci volevano almeno due test negativi di fila per essere considerato guarito. Ho fatto 8 o 9 tamponi prima di poter tornare a casa. Stavo bene e non avevo alcun sintomo ma non potevo tornare a casa. È stato un pò come provare il "carcere"».

Nessun problema per la riabilitazione polmonare di Alberto ma psicologicamente è stata dura e le conseguenze si sono sentite anche con palpitazioni e altri sintomi tipici dello stress.

«Eravamo in tre che non si negatizzavano a Lanzo. Tutti di circa 60 anni. Si poteva terminare l'isolamento a casa (con determinate condizioni) ma anche per prudenza nei confronti dei miei famigliari sono restato lì, ripeto, allora non si sapevano molte cose sul covid».

Quasi 4 mesi in ballo tra ricovero, riabilitazione e negativizzazione. Un terzo dell'anno.

Il controllo 

«Dopo qualche tempo (intorno a settembre 2020) decido di fare un controllo polmonare. Mi sembrava giusto dato tutto quello che avevo passato. Mi viene segnalato che al Sant'Anna facevano dei pacchetti "Follow up" apposta per chi aveva avuto il covid. Ma una volta chiamato per prenotare mi hanno detto che non potevano farmelo perchè ero stato ricoverato al Valduce e non da loro. Mi sono sentito discriminato. Non avevo mica scelto io di essere ricoverato al Valduce! Mi ha portato lì un'ambulanza e non una mia scelta personale. Ho scritto anche a Fermi (presidente del consiglio della Lombardia) che mi ha anche risposto che si sarebbe informato ma poi non ho più saputo niente». Alberto ha quindi dovuto fare tramite impegnative del suo medico i singoli esami senza poter usufruire del pacchetto follow up e si è sentito, per questo, un malato di serie B con la sola colpa di essere stato portato al Valduce e non al Sant'Anna. Abbiamo chiesto spiegazioni di questo al Sant'Anna e ci hanno detto che in quel momento offrivano quel pacchetto solo a chi era stato loro paziente per il semplice fatto che altrimenti non avrebbero potuto accontentare tutte le richieste. 

Il vaccino

Arrivano i vaccini e Alberto e la moglie, che sono nella fascia d'età tra i 60 e i 65 anni, si apprestano a prenotarsi. Per la moglie nessun problema: le viene fissato appuntamento a Villa Erba il 10 maggio. Alberto viene invece prenotato a Lecco il 15 maggio.

«Ho pensato di aver sbagliato io qualcosa e ho riprovato a prenotarmi, annullando la precedente e vengo mandato da Saronno a Bergamo passando per la Valsassina. Chiamo in regione il numero verde per capire e dopo svariati tentativi trovo un operatore davvero gentile che con pazienza risale al bandolo della matassa e mi dice che io rientro tra i soggetti fragili cosa di cui io ero e sono all'oscuro, nel senso che ad oggi, anche dopo aver chiesto al mio medico di base non si capisce perchè rientro in questa fascia. Ma se davvero fosse così, se fossi disabile o fragile, comunque che senso ha mandarmi in strutture a 20, 30 o addirittura 40km di distanza da casa? Non dovrebbe essere un motivo di più per farmi vaccinare vicino?».

Ma Alberto è un uomo tenace e non si arrende finchè dopo giorni e giorni di tentativi, dopo aver accettato una prenotazione per Lecco il 6 maggio richiama in Regione e salta fuori un "buco" il 5 maggio a Villa Erba.

Rimane il mistero per cui, senza saperlo e senza che ne sappia nulla nemmeno il suo medico di base, sia stato messo nella categoria dei soggetti fragili. E rimane il fatto che, se non fosse stato per la sua perseveranza, sicuramente avrebbe fatto il vaccino fuori dalla provincia di Como, anche qui senza nessuna spiegazione logica. 

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