Separati dal coronavirus: storie di chi è costretto a vivere lontano dai propri cari

Testimonianze dei tanti comaschi che devo sopportare anche la distanza affettiva

È cambiato tutto in poche settimane: le nostre abitudini, i nostri hobby, le uscite: tutto. È cambiato il modo di fare la spesa, di muoversi e anche di guardare la gente. Come un film, ma uno di quelli brutti, apocalittici di quelli che "tanto non accadrà mai". Ed invece ci troviamo tutti spaesati, in questa nuova dimensione dove ci sono negati persino gli abbracci. Ma se l'emergenza coronavirus è difficile per chiunque, ci sono persone che hanno un peso in più da sopportare: la lontananza dai loro cari. In primis coloro che non possono andare in ospedale a trovare i loro parenti infetti, che stanno male e che hanno paura. Ma ci sono migliaia di storie, che abbiamo ascoltato al telefono in questi giorni, che rendono l'idea di quanto sia devsatante questa lontananza. È un dovere essere positivi e rispettare le regole per noi stessi, ma anche per chi ha maggiori difficoltà. 

Per questioni di privacy, useremo solo il nome proprio delle persone che hanno dato la loro testimonianza, ma siamo certi che in molti di voi si ritroveranno in queste storie. 

Marco: un figlio sta con me, uno con la mia ex moglie

Al telefono Marco, di Como, mi racconta la sua storia « Siamo in tanti ad essere separati dai nostri affetti, bene o male tutti o comunque molta gente. La mia compagna vive fuori Como e vede i bambini tre giorni a settimana e di conseguenza io non posso vedere lei. Io e la mia ex moglie abbiamo deciso di tenerci un figlio a testa. La solitudine è la cosa peggiore. Mio figlio ha 23 anni ora ed è quello che sta vivendo questo "isolamento" con me. È l' unico lato bello di questa situazione: i figli che si ritrovano, e che sono ancora figli, nonostante non siano più bambini, c'è la riscoperta dei ruoli e una nuova forma di conoscenza. Purtroppo l'altra mia figlia non la vedo ed è una cosa terribile: l'ho vista 15 giorni fa. E quando la riabbraccerò? Tra un mese? Eppure non è lontana, abita dall'altra altra parte di Como, ma sappiamo che è giusto così, per la nostra salute e sicurezza. Per questo mi  arrabbio con chi se ne frega e va a fare la corsetta o uscite inutili. Se si vuole superare questa cosa, bisogna essere forti e bisogna stare a casa. Ma si rende conto? C'è chi si lamenta perchè non può fare la corsetta lungo il lago ed io non posso vedere mia figlia! Ci sono in campo pesi e valori molto diversi. Dobbiamo solo sperare che finisca presto. Ci sarà poi da affrontare la questione econimica, sopravvivere. Ma una cosa alla volta: io ora devo essere positivo, io sono qui, a casa: in ospedale c'è gente da sola senza parenti, gente che muore da sola.»

Rebecca e Giacomo: lei nel comasco, lui in Africa

Vi avevamo già parlato di loro, in questo articolo. Sembrava il sogno di tanti, ma ai tempi del coronavirus è diventato un incubo. Rebecca è in Italia, Giacomo in Africa. Al momento a Zanzibar non si può andare o meglio, i turisti dei grandi Tour operator sono stati fatti rimpatriare. Ci racconta Rebecca: «Probabilmente mio marito, attivando il consolato potrebbe tornare, ma a che pro? È meglio che stia lì dove, al momento, la situazione è molto meglio che in Lombardia. Io per lavoro ero rientrata, contavo di andarlo a trovare o che tornasse lui per una pausa. Ora sono due mesi che siamo separati e Dio solo sa quando potremo rivederci, e in quale continente. L'importante è che lui stia bene, e anche io ». 

Riccardo e Giulio: padre e figlio 

«Mio figlo vive a Como, con la madre. Noi siamo separati. Una decisione consensuale e abbastanza serena, pur con tutte le difficoltà. Ora c'è anche il coronavirus. Normalmente io potrei vedere mio figlio tutti i week end o comunque due giorni alla settimana, non essendo ancora in età scolare. Io vivo nel milanese. Non è mai stato un problema ma ora, nonostante il decreto consenta ai genitori separati la gestione congiunta dei figli e quindi gli spostamenti per questo motivo, io preferisco lasciarlo dalla madre. In primis perchè Milano ora versa in una condizione peggiore di Como: è più pericoloso. Poi perchè se mia moglie è in smart working, io invece devo andare al lavoro, in una ditta poco fuori Milano. Normalmente se dovevo tenere il bimbo in settimana avevo la nonna, mia madre. Ora anche lei è in isolamento, per ovvi motivi. Nel fine settimana potrei andarlo a prendere ma capisco l'apprensione di sua madre che preferisce che lui stia fisso in casa, con lei in un luogo, Como, al momento meno "contagiato". Non vedo mio figlio da 13 giorni, e mia madre, che vive non distante da me la saluto dal balcone (lei si affaccia) o le lascio la spesa sul pianerottolo, uan volta a settimana, per non farla uscire. Fortuna ho Malù, la mia gatta. L'uso delle videochiamate? Sì le facciamo ma è ancora piccolo per capire bene, e comunque non è la stessa cosa.Tra l'altro anche lavorativamente il futuro mi preoccupa. Andrà tutto bene? Non lo so....»

Nonna Maria e Sara

La telefonata con Sara è stata la più difficile. Sua nonna è ricoverata con tutti i sintomi del Covid-19. Sara a stento riesce a parlare. Ma alla fine si sforza, perchè vuole dare il suo messaggio: «State a casa!, gli anziani non sono sacrificabili per il vostro aperitivo o per l'allenamento quotidiano. Non so cosa dirle. Mia nonna non è intubata, ogni tanto le passano un respiratore. Così grazie ad un tablet raramente ( perchè da sola non sa come fare e gli infermieri, giustamente, sono impegnati a salvare vite) la vedo e ci sentiamo. Muove la sua mano rugosa davanti allo schermo. Io cerco di sorridere, ma dentro è come se stessi morendo. Non posso dire altro, perchè scoppierei a piangere. Ma tu che sei giornalista dimmelo, andrà tutto bene?».

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