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Strage di Capaci, la storia di Massimiliano Messina, il primo a riprendere la scena. Ora vive a Como e lavora al Sant'Anna

Oggi, 23 maggio è l'anniversario della strage di Capaci evento tragico che cambiò il corso della storia in Italia e causò la morte di Giovanni Falcone. La preziosa testimonianza di Massimiliano

Le immagini e il video di questo articolo ci sono stati forniti dall'autore, Massimiliano Messina

Il 23 maggio del 1992 è un giorno che non si può dimenticare. La strage di Capaci e la morte di Giovanni Falcone cambiarono, per sempre, il corso della storia del nostro paese. 

Massimiliano Messina oggi abita a Como e fa l'infermiere al Sant'Anna. Ma allora era lì, su quel tratto di autostrada e fu il primo operatore (per Mediaset) a riprendere la tragica scena dopo l'esplosione. Le immagini che abbiamo visto mille volte e che hanno fatto il giro del mondo sono le sue, le stesse immagini che hanno squarciato il nostro cuore. I frame che hanno cristallizaato l'auto di Giovanni Falcone e quella della sua scorta sobbalzate e rovesciate dall'esplosione e che sono impressi nella nostra memoria sono opera sua.

Ci racconta Massimiliano:

«In quegli anni abitavo in Sicilia e lavoravo per una emittente regionale, Retesei dove vennero fatte alcune selezioni da parte di Mediaset per scegliere operatori e corrispondenti in loco per la cronaca nera. Fui scelto io. Era un periodo brutto in Sicilia, si viveva in una vera e propria guerra di mafia. Quando ne uccidevano solo uno al giorno andava bene, si sfiorava la media di due morti al giorno: erano i tempi di Totò Rina e Provenzano. Noi avevamo i nostri due eroi che erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Due persone che ebbi l'onore di conoscere personalmente in varie conferenze che si facevano a Marsala, in veste di operatore televisivo.»

Un lavoro difficile ma quel 23 maggio lo fu ancora di più per Massimiliano.

La morte di Giovanni Falcone

«Quel giorno, non lo dimenticherò mai, ero con amici e la mia ragazza che passeggiavo e squillò il cerca persone: era il mio capo che mi diceva che c'era stato un attentato a Giovanni Falcone. Andai a prendere la telecamera e con l'autista ci siamo "sparati" verso il luogo dell'attentato: da Alcamo a Capaci, sono circa 30-35 Km di autostrada. Ci siamo messi in macchina a correre come pazzi e all'improvviso siamo stati fermati da un'auto. In tre secondi ero circondato da caschi neri e con un mitra in testa. Quando spiegai che ero un operatore Mediaset, ci lasciarono andare». Il video che vedrete in questo link e che ci ha fornito Massimiliano è un documento rarissimo e con l'audio originale. Sono le prime immagini girate a Capaci. 

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Massimiliano anche se sono passati tanti anni comprensibilmente ricorda ogni dettaglio: il cordone dei carabinieri, il tratto che fece a piedi per raggiungere il punto esatto dove esplose il tritolo. Le telecamere nel 1992 non erano leggere come quelle di adesso. Parliamo di 5 chili, 5 chili che nell'agitazione e commozione del momento dovevano essergli sembrati 100. «Dovetti litigare un pò con le forze dell'ordine ma poi mi fecero passare e mi trovai li, a riprendere quel momento tragico. Le mie immagini furono le prime e fecero il giro del mondo. La macchina della scorta era irriconoscibile, quella di Falcone no. Se non avessero usato quella quantità abnorme di tritolo forse si sarebbe salvato perchè ad essere centrata in pieno fu la macchina della scorta. Io mentre riprendevo piangevo, vedevo appannato nella mia telecamera Sony ed ero inconsapevolmente nel mezzo della storia. Le auto ribaltate erano ovunque, anche nell'altra carreggiata. La macchina della scorta era volata in un campo di ulivi, vi lascio immaginare i brandelli dei resti umani tutto intorno...»

L'autostrada invece era "rigirata su se stessa", tanto era stata forte la carica di tritolo. Massimiliano e la sua troupe, composta anche da Pasquale Turano, Cesare Adragna ( l'autista) e Salvatore Tartamella dovevano portare le immagini in sede e riuscirono a farlo prima di tutti, passando per alcuni svincoli e aggangiando la statale. Il resto è quello che abbiamo visto anche noi sui nostri schermi.

Strage 1-3

«Tornai a casa sotto choc, mi misi a dormire, o almeno ci provai. Mi svegliò poco dopo mio padre dicendo che c'era Fede (ndr. Emilio)al telefono che si voleva congratulare con me». 

Qual giorno cambiò tutto per Massimiliano e la sua troupe. Dopo la morte di Giovanni Falcone tutti si aspettavano che sarebbe accaduta la stessa cosa anche a Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino 

«Lo sapeva anche lui, ma andò avanti lo stesso, ci dice commosso Massimiliano al telefono. Borsellino lo conoscevo bene, era una persona gentile. Mi ricordo una volta che arrivai tardi ad una conferenza ma lui mi aveva aspettato, e quando giunsi disse: "bene ora possiamo cominciare" e siccome ero arrivato tardi ero in una posizione molto laterale dove non sarei riuscito a riprendere bene, ma lui ebbe l'accortezza di parlare sempre rivolto a me. Sono piccole cose che però si ricordano. Dopo la morte di Falcone tutti sapevamo che sarebbe toccato a Borsellino. Noi operatori andavamo in giro guardando sempre il cerca persone, e quel giorno il 19 luglio del 1992 suonò. Ed era per l'attentato a Borsellino. Lui sapeva che doveva morire ma non arretrò di un passo verso i suoi doveri. Ci recammo sul posto e in quell'occasione vidi proprio la ribellione del popolo». 

Dalla Sicilia a Como: la nuova vita di Massimiliano

La vita come operatore televisivo di Massimiliano Messina durò 18 anni, nel mentre lui portò avanti gli studi come tecnico di laboratorio chimico e poi come infermiere. Una cosa a cui teneva molto il rendersi utile alla gente, specie dopo, come lo stesso ci racconta, la morte di sua sorella nel 1984. Quella fu la spinta per non abbandonare mai gli studi.

(In foto Massimiliano Messina)

Massimiliano Messina-2

«In ogni caso, conclude, dopo 18 anni avevo bisogno di "disintossicarmi" da quella vita, dalla cronaca nera, dagli attentati mafiosi, dai morti. Avendo proseguito gli studi cominciai a fare domande e venni preso a Como al Sant'Anna. A Como ho conosciuto anche mia moglie, Valeria (anche lei infermiera del Sant'Anna). Per anni non sono riuscito a parlare a nessuno di questa storia, che mi porterò sempre nel cuore insieme a Falcone e Borsellino, che sono morti per dare dignità a questo paese.»

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