Egoismi, sigle fantasma, ossessione tombino: l'agonia del centrodestra che aspetta il demiurgo

Sembra incredibile, oggi, che a Como città il centrodestra abbia dominato per quasi un ventennio con percentuali bulgare e un consenso quasi inscatolato a partire dal 1994 - elezione del primo sindaco di Forza Italia a Palazzo Cernezzi - almeno...

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La Lega Nord, però, probabilmente ha fatto peggio. In città il Carroccio ha saputo parlare e tuttora parla unicamente di un unico tema: l'immigrazione. Di volta in volta, contro i profughi, contro gli islamici, contro i clandestini, contro Alfano. Ma sempre e unicamente quello è stato il tema "di spessore" proposto ai comaschi dal Carroccio. Unica alternativa, il tombino o il viottolo. Tertium non datur, in un partito che nel capoluogo pare lontano da quello che da mesi ha acceso il turbo a livello nazionale trainato dal carisma di Matteo Salvini e, ancora una volta, dai "clandestini". Diego Peverelli e Giampiero Ajani, persone serie e leghisti certamente doc, con il primo capace comunque di scavarsi un ruolo di primo piano nella Lega comasca negli anni di governo, segnalano da tempo il limite di "esistere" - per così dire - unicamente nelle 3 ore di consiglio comunale del lunedì. L'impatto esterno dei rappresentanti istituzionali padani, negli ultimi anni, si può definire trascurabile o poco più (sempre "dagli ai profughi" escluso).

Alla Lega servirebbe, probabilmente, un cambio generazionale di cui, però, oggi non si intuisce la fisionomia.

cenetiempo-bordoli-scopelliti-nuovo-centrodestraImpossibile dire molto di Nuovo Centrodestra: un po' perché il partito a Como, nei fatti, non esiste; un po' perché lo strabismo politico del soggetto alfaniano, tra Roma e Como, ne mina identità e credibilità; infine perché (detto che Francesco Scopelliti è confluito recentemente nella neonata Azione Nazionale, lasciando nel teorico gruppo consiliare Enrico Cenetiempo e Laura Bordoli) la parola "politica", sempre fatte salve le singole battaglie sulla bocca di lupo o sul sottocomma di bilancio, non si può associare a una sigla sostanzialmente fantasma.

butti-marco-pennelloResta Fratelli d'Italia, partito rappresentato in aula (e al 99% anche fuori) dal consigliere Marco Butti. Senza dubbio, uno degli amministratori più vivaci e "sul pezzo", in un partito che - pur piccolo e senza grandi leader, Giorgia Meloni a parte - ha una sua identità. Si è parlato di lui come possibile candidato sindaco nel 2017 ma difficilmente accadrà. L'anagrafe e soprattutto l'impegno su vari temi cittadini - esponenziale rispetto a quello di molti colleghi consiglieri - ci sono anche se forse un po' azzoppati dalla tendenza a cadere anch'egli nella sindrome del tombino, in una denuncia apprezzabile e costante di molti piccoli problemi della città ma ancora non circoscritta in proposte alternative di spessore e ampiezza maggiore, in alternativa alle linee del centrosinistra "governativo".

Insomma - in un'epoca dove molti politici credono che bastino i social network per alimentare consenso e credibilità, non capendo che dalle pagine virtuali si parla sempre e soltanto al proprio zoccolo duro che inevitabilmente griderà "bene, bravo, mi piace" - il quadro del centrodestra nell'epoca di Lucini non è granché esaltante, anzi. A maggior ragione tenendo conto che, salvo qualche rara iniziativa congiunta, il dialogo reale tra sigle e persone è sovente estemporaneo, se non inesistente. E comunque, praticamente mai coltivato oltre le ore del consiglio comunale o qualche messaggio whatsapp, se capita.

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consiglio-22giu15-3La sensazione, in fondo, è che a un anno e mezzo dalle elezioni comunali - ma a molto meno dall'inizio della campagna elettorale - l'unica vera arma in cui confida il centrodestra istituzionale di Como (con le sue più o meno articolate propaggini partitiche) sia il pescare prima o poi uno o più "nomi miracolosi" da candidare a sindaco, come se bastasse un talismano-demiurgo per compattare improvvisamente liste e sigle oltre che per raggrumare magicamente il consenso di un tempo e dare la spallata all'eventuale Lucini bis. Una strategia che, alla luce delle truppe attuali in campo e considerata l'assenza di strategia complessiva negli ultimi 3 anni e mezzo, vista la carenza di entusiasmo, carisma e presenza pubblica dal 2012 a oggi, in una fase di offuscamento pesante della forza trainante dei partiti, appare mera poesia. A meno che qualcuno, nell'area che ha dominato la politica cittadina per quasi 20 anni, non capisca che le radici vanno innaffiate ben prima delle fioriture e che - magari non subito, ma comunque per preparare un futuro non fantascientifico, dopo un sano purgatorio - talvolta per rinascere è necessario tagliare rami secchi, magari anche con la morte nel cuore. E poi puntare sulle idee, una volta tanto, oltre che sulle facce, peraltro nemmeno più fresche come un tempo. Perché strepitare contro la Ztl o con il centro unico di cottura è semplice, proporre alternative serie e credibili molto meno. Ma è l'unica cosa che serve in una città, tombini a parte.

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